Lombarda, cresciuta cestisticamente a Costa Masnaga, un anno da studentessa-atleta in Iowa e poi il grande salto in NCAA: prima a George Mason e ora a McNeese State, in Louisiana, dopo un passaggio nel transfer portal. Matilde Motta vuole ripartire dopo una prima stagione complicata e godersi l’esperienza americana al suo meglio in un’università dove già un’altra italiana è andata bene.
In questa lunga chiacchierata Matilde Motta ripercorre gli inizi nel basket, il percorso che l’ha portata in America, la stagione da matricola vissuta soprattutto in panchina, la scelta di cambiare squadra e gli obiettivi per l’anno che sta per iniziare.
Com’è nata la tua passione per il basket e come si è sviluppato il tuo percorso in Italia?
Ho iniziato a giocare a basket a circa cinque anni, seguendo un po’ l’esempio di mio fratello. Per due anni ho provato anche la ginnastica artistica, ma ho capito presto che non faceva per me e sono tornata sul parquet. Ho giocato prima in una squadra maschile finché mi è stato possibile, perché era vicino a casa, poi sono passata a Costa, dove ho giocato per circa sei anni, contando anche quello trascorso all’estero.
Prima di arrivare a George Mason avevi già fatto un anno in America, alle superiori giusto?
Sì, esatto. L’ho fatto soprattutto per vivere l’esperienza americana, scolastica. Una volta arrivata lì, mi hanno chiesto se volevo giocare a basket, e ho accettato volentieri: mi è piaciuta molto anche quella parte. Ero al quarto anno di superiori, quindi un paio di anni fa ormai. Il diploma in realtà non l’ho preso: la mia scuola in Italia mi ha detto che, avendo ancora un anno da completare, non potevo diplomarmi negli Stati Uniti. Vivevo in Iowa, in una cittadina piccolissima di circa tremila abitanti, a due ore da Des Moines, la capitale dello stato. Un posto isolato, ma con tutta l’atmosfera tipicamente americana fatta di sport, scuola e università
C’è stato un momento preciso in cui hai capito che il basket poteva diventare qualcosa di più importante di un hobby?
È stato un processo molto graduale. Anche la decisione di andare al college è arrivata solo dopo l’anno all’estero: prima non pensavo fosse un percorso davvero fattibile, poi informandomi ho scoperto che lo era. Più che un momento preciso, è stata una crescita costante nell’ambiente di Costa, dove giocavo con ragazze più grandi di me e capivo di riuscire a tenere il passo. Mi piaceva migliorare, dare sempre il massimo, e da lì ho iniziato a pensare che forse ce l’avrei potuta fare davvero.
Com’è l’ambiente di Costa? Ultimamente abbiamo intervistato diverse tue ex compagne, Fiamma, Serra, Giorgia Gorini, le due Villa, Matilde e Eleonora, e viene da chiedersi cosa ci sia in quel contesto che punta così tanto sulle giovani e le porta, spesso, fino in America.
Lo definirei un ambiente familiare. Anche quest’anno, tornata solo per guardare una partita, mi è sembrato di rientrare a casa. È un contesto che punta molto sulla crescita individuale: quando notano del talento, non si fermano alle basi, ma ti danno davvero la possibilità di migliorare, per esempio facendoti giocare in squadre più competitive, prima in A2, ora in A1, e ti seguono con grande attenzione. Anche il rapporto con gli allenatori era molto informale, quasi amichevole: non avevo timore di loro, anzi, e questo mi permetteva di chiedere spesso consigli su cosa migliorare. Erano sempre disponibili a darmi indicazioni concrete.

Riprendendo il discorso sull’anno all’estero: al di là del basket, che aspettative avevi sull’esperienza americana e qual è il tuo bilancio finora?
Ho sempre cercato di non farmi troppe aspettative, per non rischiare né delusioni né sorprese eccessive, me lo consigliavano anche in molti. Ovviamente, tra un film americano e l’altro, qualche immagine te la costruisci comunque, e in parte la realtà non è così distante. Quello che apprezzo di più è la possibilità di conciliare, a un buon livello, studio e sport, soprattutto nel basket, una cosa che in Italia è più complicata, anche se non impossibile. Devo ammettere che, come stile di vita quotidiano, preferisco quello europeo. L’America resta per me soprattutto un percorso di crescita personale: sto imparando a conoscere meglio me stessa, l’ambiente intorno a me, persone e culture diverse. Mi piace molto vivere esperienze nuove, quindi da questo punto di vista l’America mi sta dando tantissimo.
Perché preferisci comunque lo stile di vita europeo?
Perché nella quotidianità sento più miei i valori europei rispetto a quelli americani.
Hai vissuto in tre posti molto diversi tra loro: Iowa, George Mason in Virginia ma vicina a Washington, e ora la Louisiana. Senza stilare classifiche, cosa ti ha colpito di ciascuno?
In Iowa, come si dice spesso, non c’è molto: paesaggi pianeggianti, poco altro. Ma le persone erano fantastiche. In realtà in tutti e tre i posti ho trovato gente disponibile e accogliente: quando sei lontana da casa, cerchi sempre una sorta di seconda famiglia. In Virginia gli inverni sono rigidissimi, con tanta neve, ha nevicato fino a marzo, e io amo la neve, ma dopo un po’ senti il bisogno di caldo. La Louisiana la sto ancora scoprendo: molto umida e calda. Anche qui mi sono trovata subito bene con le compagne; essendo il periodo dei corsi estivi, con poca gente in giro, passo la maggior parte del tempo con loro e con l’allenatrice, che mi sta dando molta fiducia.
Sei sempre stata l’unica europea nelle tue squadre o c’erano altre compagne internazionali?
Durante l’anno all’estero c’era sempre un’altra studentessa francese. L’anno scorso avevo una compagna francese in squadra, ma era al quinto anno, quindi ormai più “americana” che francese. Quest’anno ci sono due svedesi, una spagnola e una ragazza, credo del Qatar, anche se non vorrei sbagliarmi.

Aiuta avere compagne internazionali che vivono la tua stessa condizione, cioè quella di stare lontano da casa?
Assolutamente sì. Alla fine ti ritrovi in persone che vivono le tue stesse difficoltà, anche solo il bisogno di sfogarti su quanto siano strani certi aspetti della vita americana. Rende tutto più semplice. L’anno scorso non mi sono trovata male, anzi, ma con le compagne internazionali l’affinità è comunque maggiore: valori ed esperienze simili aiutano molto.
Arriviamo al basket NCAA. Dicevi che inizialmente non era la tua prima opzione, com’è nata questa possibilità?
Dopo l’anno all’estero mi si è aperta l’idea di poter davvero andare al college: sono anche andata a vedere alcune partite e ho iniziato a pensare che fosse fattibile. Non sapevo però dell’esistenza delle agenzie che aiutano in questo percorso, non semplice, ma percorribile. Al ritorno in Italia, io e mio padre abbiamo passato mesi a contattare direttamente le università, ricevendo però pochissime risposte: in pratica non eravamo nessuno, agli occhi dei college. Poi sono riuscita a mettermi in contatto con Laura Toffali, una mia ex compagna che giocava, con la stessa allenatrice, a Morehead State University. Mi ha consigliato di scrivere a un’agenzia, e così ho iniziato a sentirmi con Antonia di G&G International. Da lì ho iniziato davvero a realizzare che potevo andare in America. È stato un percorso breve, perché sono partita tardi: ho iniziato a raccogliere informazioni e a preparare il curriculum solo tra gennaio e febbraio. Verso aprile-maggio diverse università mi avevano già contattato, tra cui George Mason. Confrontandomi con Antonia sulle varie chiamate ricevute, ho deciso che fosse un’ottima opportunità. Sono arrivata a George Mason a luglio, non prima, perché dovevo prima finire la maturità in Italia.
Hai fatto una visita al campus prima di scegliere?
No, non ci sono mai riuscita, né lì né a McNeese in seguito. Mi sono dovuta affidare ai video, il classico “virtual tour” via Zoom.

Quali altre squadre ti avevano contattato e perché alla fine hai scelto George Mason?
Sinceramente non ricordo bene i nomi delle altre università — c’erano proposte sia di Division I che di Division II. Dato che si era aperta la porta della Division I, ho deciso di tentare: nella peggiore delle ipotesi, se non avessi giocato, sarei sempre potuta tornare indietro, mentre un’opportunità del genere non si sarebbe ripresentata facilmente.
George Mason mi è sembrata un’opzione molto valida sia dal punto di vista cestistico che accademico, perché ho sempre cercato un equilibrio tra le due cose, e la scuola ha un buon livello scolastico. Dalle ricerche fatte online ho visto un campus enorme, con moltissimi studenti e tante opportunità. Anche gli allenatori mi sono sembrati disponibili: mi avevano detto che, non potendo tornare in Italia per Natale, avevo solo cinque giorni liberi, avrei potuto passare le feste da loro. Mi è piaciuto molto l’ambiente generale.
Che corso di laurea hai scelto?
Business marketing. In futuro vorrei aggiungere anche un “minor”, ma mi hanno consigliato di aspettare: si può iniziare solo a giugno e serve organizzarsi per tempo.
Com’è andata la prima stagione a George Mason e come è stato il tuo impatto con il college basket?
Quando pensi di essere pronta per il college, in realtà non lo sei mai davvero. Pur avendo giocato un anno a Costa in Serie A2, quindi a livello semi-professionistico, il salto al college mi ha messo davanti a un livello molto più alto. In più, oltre agli allenamenti di squadra, ci veniva chiesto di allenarci anche individualmente, di andare in palestra da sole e migliorarci per conto nostro. Come squadra abbiamo avuto una buona stagione: campionesse della regular season, seconde al torneo di conference.
A livello personale, però, è stata un’annata complicata. Non mi aspettavo un anno da matricola così duro: sapevo di dover attraversare una fase di “prova” e giocare poco, ma dal giocare poco al non giocare affatto la differenza è enorme. Passare un intero anno in panchina è stato molto pesante, soprattutto a livello mentale, anche perché ero lontana da casa: sfogarsi al telefono con i genitori è ben diverso dal tornare a casa e parlarne di persona dopo una partita andata male.
Quell’esperienza mi ha però fatta crescere molto e mi ha fatto capire con chiarezza quanto amo il basket e quanto voglia davvero giocarlo. Da qui è nata la decisione di entrare nel transfer portal: a George Mason non avrei avuto l’opportunità che stavo cercando. Ho accettato di scendere leggermente di livello di conference, ma in questo momento non è la mia priorità: l’anno scorso mi dicevano tutti che, oltre al basket, stavo comunque vivendo un’altra grande esperienza, la scuola americana, la vita fuori dal campo. Vero, ma per me il basket pesa più di tutto il resto, e ho scelto di seguire questa priorità.
Come si affronta una stagione così complicata e quanto conta avere coetanee italiane che vivono la tua stessa avventura?
Per me è fondamentale mantenere una mentalità positiva e allenarmi non per dimostrare qualcosa agli altri, ma a me stessa: che sto migliorando, che posso reggere quel livello. È la mentalità che ho mantenuto per tutto l’anno: non ero felice ogni giorno, ma in campo dimostravo comunque di volerci essere. Il basket americano, soprattutto, è a tutti gli effetti un business: bisogna sempre far vedere voglia di migliorare e gratitudine per l’opportunità ricevuta. Nonostante i momenti difficili, è stato un anno formativo e importante: anche solo allenarmi a quei livelli era già qualcosa di prezioso, e per questo la gratitudine non è mai mancata.
Avere coetanee che giocano al mio stesso livello in America aiuta moltissimo. Mi sento spesso, per esempio, con Fiamma e Giorgia Gorini, con cui giocavo insieme: condividiamo l’esperienza e ci scambiamo consigli. Quando sei dentro il tuo college, tendi a pensare che tutto funzioni allo stesso modo ovunque, ora, arrivando in Louisiana e cambiando ambiente, mi rendo conto di quanto in realtà cambi tutto da un posto all’altro. Confrontarmi con loro mi ha aiutato a capire meglio differenze e punti in comune tra le nostre esperienze, comprese le difficoltà.

Non capiterà un derby in stagione con qualcuna di loro?
No: Fiamma è alle Hawaii, devo dire che ha fatto proprio una bella scelta. E derby non ce ne sono stati nemmeno lo scorso anno: ci sarebbe potuto essere se fossi rimasta a George Mason perché ci sono Laura Del Sole, che ora gioca alla Loyola di Chicago, e Olivia Ostoni a La Salle che sarebbero state nella mia conference.
Il transfer portal è ormai conosciuto anche dagli appassionati italiani come un periodo caotico. Come si vive quell’incertezza, tra le decine di telefonate che tutti raccontano?
È stressante. Ho cercato di viverlo con serenità, ma resti davvero in bilico: quando entri nel portal, anche la borsa di studio nella vecchia scuola diventa incerta. Sono comunque entrata con l’idea di andarmene e trovare una nuova esperienza. Il mio percorso è durato più di un mese, tra ricerche, telefonate e soprattutto attese: quasi aspettavo la scuola “perfetta”, perché, quando cambi, non vuoi ritrovarti nella stessa situazione di prima. C’è sempre quel ripensamento, “l’allenatore ha detto questo, ma cosa intendeva davvero?”, quindi molta indecisione.
Non avendo giocato l’anno precedente, avevo anche poco materiale video da mostrare: quando entri nel portal si caricano automaticamente le partite giocate, e avendone poche il timore era di non trovare mai una squadra, quasi che nessuno mi volesse. Mancavano anche particolari “connessioni”: per gli americani è più facile, perché se un allenatore ti ha già seguito di persona, un altro allenatore di college si fida più facilmente rispetto a un’internazionale senza referenze dirette. Tutto questo ha reso il periodo piuttosto teso.
Sono poi tornata a casa senza ancora aver scelto. C’è stata anche la settimana dello shutdown della Division I, durante la quale non si può parlare con nessuno. Nella settimana precedente stavo parlando anche con diverse squadre di Division II, perché in quel momento volevo solo trovare un posto in cui sentirmi bene, pensando che, se possibile, sarei tornata in Division I in un secondo momento. Proprio durante lo shutdown, la mia allenatrice, che è anche la mia agente e mi ha seguita in tutto il percorso, mi ha segnalato una scuola di Division I molto interessata, la stessa dove aveva giocato Laura Toffali. L’ho chiamata per chiederle com’era l’allenatrice, anche perché non volevo far aspettare troppo le altre università interessate: è tutto un gioco di tempistiche, in cui i college cercano di metterti pressione per farti firmare, ma allo stesso tempo non puoi farli aspettare troppo, o rischi che perdano interesse. È davvero un mercato.
Laura mi ha detto esattamente quello che speravo di sentire, quindi ho deciso di aspettare ancora qualche giorno. Il lunedì successivo l’allenatrice mi ha chiamato direttamente e, sul momento, mi ha offerto il posto. Non me lo aspettavo così in fretta, e non volevo nemmeno tirarla troppo per le lunghe, ero già a casa da un po’ e avevo voglia di rilassarmi un attimo. Valutando tutto, nel giro di due giorni ho accettato. Alla fine è stata soprattutto una questione di sensazione: puoi analizzare quanto vuoi, ma se due college ti piacciono allo stesso modo, scegli quello che ti ha lasciato l’impressione migliore durante la chiamata, anche perché, non potendo fare una visita di persona, è molto più difficile valutare altrimenti.
Quante telefonate hai fatto, alla fine?
Meno di quante ci si potrebbe aspettare, proprio perché avevo poco materiale da mostrare. Verso la fine ho comunque sentito diverse squadre di Division II, e mi ero fatta un promemoria sulle note del telefono per ricordarmi chi era chi, dopo un po’ perdevo il conto.
Su cosa dovrai lavorare come giocatrice per migliorare, e cosa pensi serva davvero per reggere ad alto livello in America?
Sicuramente la fiducia in me stessa: l’anno scorso è stata messa un po’ in discussione, quindi quest’anno l’obiettivo è essere sicura di me, fare le cose come le so fare, bene o male che vadano, ma farle al cento per cento. Lo dice anche la mia allenatrice: se sbagli ma lo fai con decisione, lei sa come correggerti e indirizzarti; se invece resti sempre indecisa tra fare o non fare una cosa, alla fine non ti muovi più.
C’è sempre da migliorare su aspetti tecnici come tiro e palleggio, ma anche nell’adattarmi a un modo di giocare molto diverso: in Virginia si giocava soprattutto pick and roll e uno contro uno, qui invece un basket più vicino al cosiddetto “stile Princeton”, basato sulla circolazione di palla, con l’obiettivo di massimizzare gli assist più che i punti individuali. Anche per questo l’estate è fondamentale: serve tempo per imparare il nuovo sistema di gioco. C’è sempre qualcosa su cui lavorare, ed è proprio questo che fa progredire e dà sicurezza in quello che si fa.

A livello di campus, meglio McNeese o George Mason?
Sono completamente diversi: George Mason aveva circa quarantamila studenti e un campus enorme, McNeese è più piccolo e raccolto, carini entrambi, a modo loro. Qui, almeno, non ho bisogno del monopattino per spostarmi.
E’ la vita universitaria, al netto del basket che ti occupa gran parte della giornata?
Sì, davvero ricca. Ovviamente, da atleta, hai meno possibilità di viverla appieno, perché ci sono tantissimi club e anche le confraternite, già qui a McNeese si vedono ovunque le lettere greche delle varie confraternite, quindi è una realtà molto sentita. Ci sono comunque tante attività per chi non pratica uno sport, e in generale la vita universitaria è molto attiva.
Riesci comunque a trovare il tempo per studiare, andare a lezione e allenarti?
Il tempo c’è, anche se si restringe quando fai uno sport come il basket, soprattutto durante la stagione, con tutte le trasferte. L’anno scorso, per esempio, dovevo dividermi tra palestra, lezioni e “study hall”, otto ore settimanali di studio obbligatorio; quest’anno non dovrei averne bisogno. Facevo comunque quasi due lezioni al giorno, tranne il venerdì, quindi il carico non era eccessivo. È una vita un po’ caotica, ma bella.
Parliamo di un argomento molto attuale per i giocatori europei in America: il NIL. Sembra un fattore presente ma non determinante, soprattutto nel basket femminile. Che ruolo ha avuto per te, e se ne parla durante il recruiting?
Sono d’accordo con chi dice che nel basket femminile il ruolo del NIL sia minore. Personalmente non sono andata in America per il NIL, ma per l’esperienza. È comunque una novità di cui si sente parlare: per noi straniere è molto più difficile ottenere accordi NIL esterni, perché possiamo guadagnare solo attraverso la scuola, esternamente non possiamo lavorare, per via del visto. Resta comunque una bella opportunità, ed è anche uno dei motivi per cui oggi molte giocatrici entrano nel portal. Personalmente credo che la maggior parte lo faccia perché non si trova bene nel proprio ambiente, anche se c’è chi sostiene che si cambi soprattutto per cercare più soldi. Preferisco pensare che, nella maggior parte dei casi, non sia così. Durante il mio recruiting non se n’è parlato molto direttamente: è comunque un argomento che si affronta, soprattutto tramite la propria agenzia. A me non piace parlare troppo di soldi, quindi le eventuali domande le facevo fare ad Antonia.
Su questo fronte, Italia e America restano due mondi diversi
Sì. Qui in America, in generale, se vuoi fare carriera nel basket è per questo che ci vieni, non che in Italia non si possa fare carriera, ma in America gira molto più denaro. L’ho visto anche a George Mason: c’erano fondi importanti anche solo per le attività di squadra. L’anno scorso, per esempio, siamo andate in tour in Europa, in Spagna, per dieci giorni, dal 15 al 25 agosto circa. Il denaro c’è e gira, ma sinceramente non credo sia il motivo principale per cui noi giocatrici andiamo in America.
Com’è vivere in un contesto in cui il basket femminile è seguito su larga scala, sia in NCAA che in WNBA, una realtà molto diversa non solo dall’Italia, ma dall’Europa in generale?
È bello ricevere l’attenzione che, in generale, tutto lo sport femminile meriterebbe. C’è comunque ancora differenza tra basket maschile e femminile, l’ho notato anche l’anno scorso, quando pur avendo avuto una stagione migliore dei ragazzi, il basket maschile continuava ad attirare più pubblico. Ma sentire il supporto della gente ti fa sentire più importante, ti fa capire che giochi anche per qualcun altro. Per noi il basket, ormai, non è semplicemente uno sport: passiamo il novanta per cento della giornata dietro a un pallone, cercando di migliorarci. Quando poi vedi che la gente ti sostiene, senti che quello sforzo viene ripagato, per te stessa e per gli altri. È una sensazione bellissima.
Dal merchandising alle foto pre-partita, è un modo completamente diverso di vivere lo sport rispetto all’Italia.
È davvero un modo diverso di vivere e pubblicizzare lo sport, che dà molta più importanza a quello che facciamo. Avere un brand che ti sponsorizza e ti segue è molto bello. L’università dove siamo andate era molto carina, anche se George Mason non aveva comunque uno stadio brutto. A Davidson, più piccolo, c’era anche la maglia di Curry appesa: mi sono un po’ sentita una turista mentre mi facevo la foto, ma non capita tutti i giorni.
Facciamo finta di risentirci a giugno 2027, tra un anno, sempre per un’intervista. Cosa dovrebbe essere successo, in questo periodo, per farti dire di essere davvero soddisfatta?
Difficile rispondere in anticipo. Sicuramente sarei felice di essere soddisfatta dell’annata nel complesso. Vincere sarebbe bellissimo, sia la regular season che la conference, ma soprattutto vorrei essere riuscita a godermi ogni momento della stagione, bello o brutto, senza rimorsi. L’anno scorso, per esempio, se dopo una partita andata male le mie compagne volevano uscire, io non me la sentivo, proprio perché la partita era andata male. Vorrei riuscire a godermi ogni momento, è quello che mi è un po’ mancato l’anno scorso. Non che sia stato un anno negativo, ma spesso pensavo “avrei potuto fare diversamente”, “ho fatto la scelta sbagliata”. Quest’anno voglio invece poter dire di aver fatto la scelta che mi ha resa felice, perché non esiste davvero una scelta giusta o sbagliata in assoluto: esiste quella che ti rende più felice, e quella che magari va meglio o peggio a livello di risultati. Voglio vivere un’esperienza più serena, e godermela di più.


