In bilico tra Italia e Germania, Alessio Calamita ha scelto la strada di tanti ragazzi della sua età, perchè le porte dell’Ncaa sono aperte anche per chi è nato nel 2003. Lungo di 2.05 cm che ha già frequentato società di alto livello come Trento e Bayern Monaco, Calamita arriva in un college importante come Indiana State che perse la storica finale del 1979 con Larry Bird sconfitto da Magic Johnson e la sua Michigan State.
Ci ha raccontato il suo percorso e cosa si aspetta dall’avventura americana
Parlaci del tuo approccio alla pallacanestro e della tua vita tra Italia e Germania.
Ho iniziato da piccolo: mia madre mi ha portato a provare il nuoto, il calcio, il basket. Da quando avevo sei anni tutto girava intorno alla pallacanestro. Non uscivo con gli amici, andavo sempre ad allenarmi, scuola, casa, allenamento. Ho sempre puntato sul basket, quindi non ho mai avuto la vita degli altri ragazzi della mia età. Noioso, forse, ma visti i risultati credo ne sia valsa la pena. I miei genitori sono entrambi italiani. Mio padre è venuto in Germania a 18 anni, mia madre è nata qui, ma la famiglia è tutta italiana. Io sono nato in Germania, però andavo in Italia praticamente ogni anno.
A che età hai capito che il basket poteva diventare la tua strada?
Ho iniziato in una società piccola, a Gerlingen, vicino a Stoccarda e Ludwigsburg, dove ho giocato qualche anno. Verso i 16-17 anni ho iniziato a fare i tornei importanti, l’Adidas Next Generation Tournament, i provini per la Nazionale, e poi mi sono spostato in Italia, a Bassano. In quel periodo ho cominciato a dirmi davvero che potevo diventare professionista. Da bambino lo sognavo, ma tra sognare e credere davvero che si possa fare c’è una differenza enorme. A quell’età ho detto: punto su questo al cento per cento.
Hai fatto una parte delle giovanili in Germania, a Ludwigsburg, e poi sei arrivato a Bassano, uno dei migliori contesti formativi in Italia. Che differenze hai trovato tra i due sistemi, considerando che la Germania è quella che ha portato una nazionale in cima al mondo?
La Germania è molto tattica. Ricordo che avevamo un allenatore americano e facevamo trenta, quaranta schemi: baseline, attraverso, pick and roll, pick and pop, tutto. L’Italia invece è velocissima: quando sono arrivato, facevo fatica a stare dietro al ritmo, correre, contropiedi, tiro dopo cinque secondi. Ci ho messo un po’. Però quando sono tornato in Germania, correvo destra e sinistra e nessuno mi prendeva più. La differenza principale è proprio quella: in Germania si usano tutti i venti secondi di possesso e non si forza il tiro; in Italia se sei libero, tiri senza pensarci.
Da Bassano, arriviamo al 2023 e a Trento: com’è stato l’approccio con una squadra di Serie A?
L’ambiente era ottimo, tutti molto disponibili. Dal punto di vista degli infortuni è stata una stagione sfortunata, caviglia, naso rotto, e poi la trombosi a fine anno che mi ha fermato del tutto. Ma l’approccio con la prima squadra è stato durissimo. All’improvviso mi ritrovavo a difendere in uno contro uno su giocatori come Grazulis, Udom. Ti senti il ragazzino arrivato. Allenarsi ogni giorno con loro ti tempra, però , è stata un’esperienza che mi ha fatto crescere enormemente.
Dopo Trento sei arrivato al Bayern. Come è arrivata quella proposta? Volevi tornare in Germania?
Sinceramente no, non volevo tornarci. Mi piaceva molto l’Italia e volevo rimanerci. Il problema è stato la questione della nazionalità: sono nato in Germania, quindi ho il passaporto tedesco. Per diventare italiano avevo bisogno di quattro anni di giovanili, ma ne ho fatti solo tre. Con la Nazionale poi ho avuto una sfortuna incredibile: il primo anno disponibile, con la classe 2002-2003, sono risultato positivo al Covid due giorni prima della partenza. Il secondo anno, tre mesi prima del raduno finale, mi è venuta la trombosi. Mi dicevano che in tre mesi sarei tornato, invece sono stato fermo un anno. Risultato: in Italia ero considerato straniero, in Germania anche. A quel punto rimanere in Italia a fare la B1 da straniero non aveva senso, quindi sono tornato in Germania per giocare a un livello più alto con il passaporto tedesco.
Com’è stato giocare in una società di Eurolega? Come sono le strutture e l’ambiente del Bayern?
Tutto è organizzato in modo impeccabile, com’è logico per una squadra di Eurolega. C’è la palestra a orari precisi, e, quando arriva la prima squadra, ti sposti. Ogni tanto, quando serviva, mi facevano allenare con loro, anche in situazioni di tre contro tre. Il passo rispetto al giocare con la seconda squadra è abissale, fisicità, velocità, è un altro mondo. Guardi la partita dall’alto e ti sembra che vadano lenti, poi ci giochi contro e non ci sei. La struttura è ottima: tre palestre a disposizione, il BMW Park come arena principale, il campus con la palestra della 19. Puntano molto sui giovani, è un po’ come la Stella Azzurra italiana: prendono i ragazzi, li vogliono far giocare, li fanno crescere.

Alessio Calamita
Arriviamo al tuo rapporto con l’America. Il college era un mondo che seguivi, o è arrivato tutto all’improvviso?
Gli highlight li guardavo, i draft li seguivo, quindi il college era sempre presente. Ma è diventato concreto l’anno scorso parlando con il mio agente, che mi ha chiesto perché non provassi. Pensavo di essere troppo vecchio a 21-22 anni, invece mi ha detto che la situazione era favorevole. Da lì è partita l’idea.
Com’è andata la fase del recruiting? Chi ti ha contattato e come ti hanno convinto?
Ci sono due tipi di recruiting: quelli che scrivono tanto, promettono, e poi spariscono. E poi ci sono quelli come Indiana State, che ti chiamano, ti fanno vedere la struttura, ti mandano i link su come giocano, ti seguono in tutto. Mi hanno raccontato la storia del college, Larry Bird, mi hanno fatto vedere il campus, tutto. Mi è piaciuto molto. Era tutto virtuale, non sono ancora andato in America, ma il modo in cui si sono presentati mi ha convinto.
Il NIL sta cambiando tutto. Tanti ragazzi della tua età stanno andando in NCAA, anche giocatori di Eurolega come Ellis e Niang. Come la vedi?
Il NIL ha cambiato tutto, non c’è dubbio. I soldi che puoi prendere in America non te li danno da nessun’altra parte. E poi il percorso per arrivare in NBA passando dal college è diventato più diretto rispetto a fare dieci minuti in Eurolega e sperare. Non so la cifra esatta, ma sono sicuro che Ellis in America prenderà molto di più che a Milano. Vedi anche ex NBA che tornano al college: i numeri che girano sono assurdi. Il problema per l’Europa è reale, diventerà sempre più difficile tenere i giovani, e le squadre rischiano di ritrovarsi senza talenti locali. Penso che nei prossimi anni qualcosa cambierà per forza, le società europee dovranno trovare una risposta.
Per capire le proporzioni: allo stipendio europeo aggiungiamo uno zero per arrivare a quello americano?
Dipende molto dal ruolo. Per una guardia in Europa è più complicato, perché in America gli atleti saltano come matti e il livello fisico è altissimo. Per i lunghi invece c’è sempre mercato, la domanda è costante. Le cifre variano tantissimo, dai cinquantamila ai tre milioni, quindi è difficile fare un numero unico.
Arriviamo a Indiana State. Un programma che un paio di anni fa aveva vissuto una grande stagione con coach Josh Schertz e Robbie Avila, ora è in ricostruzione. Gioca nella Missouri Valley, una delle migliori conference mid-major, che idea ti sei fatto prima di partire?
Mi hanno spiegato il loro piano: vogliono tornare a fare una grande stagione. Ho visto che l’anno scorso erano partiti bene e poi le cose erano andate meno bene, ma le ambizioni sono alte. Dal roster che stanno costruendo, da come me ne parlano, non hanno l’aria di voler fare una stagione di transizione, puntano alla March Madness. Il gioco che mi hanno descritto è veloce, molto di squadra, con palla in movimento, non statico. Nessuno che tiene il pallone per venti secondi, ognuno può creare. mi hanno detto che non sarò limitato a stare sul blocco basso.

Robbie Avila, uno dei giocatori più iconici del college basket
Che tipo di giocatore sei e cosa vuoi portare a casa da questa esperienza in NCAA?
Sono sempre stato molto fisico, mi piace il gioco nel post, e non sono mai stato egoista, se vedo un compagno più libero di me, gli do la palla. In NCAA voglio cambiare un po’ questo, imparare a guardare anche di più a me stesso, a essere più aggressivo. E poi velocizzare il mio gioco: la Germania è tattica e lenta, voglio ritrovare il ritmo dell’Italia, correre, andare a destra e a sinistra, attaccare. Poi c’è anche il fatto di essere all’università di Larry Bird, in Indiana, dove la pallacanestro è tutto. Ho guardato i video che mi mandavano, ho girato il campus su Google Maps, sono entrato virtualmente nella palestra, nel centro di atletica, nell’arena del football. Mi ha già fatto innamorare.
Cosa studierai?
Sport Management.
Ultima domanda: tra un anno, a stagione finita, cosa vorresti aver ottenuto?
Prima di tutto fare una stagione positiva come squadra, arrivare il più lontano possibile alla March Madness, giocare i tornei importanti. A livello individuale voglio migliorare come giocatore, ma anche crescere come persona, perché ci sono anche gli studi, e voglio fare bene anche in quello. Migliorare in tutto, fare le cose nel modo migliore.


