Ci sono percorsi semplici e quasi banali, e poi c’è il viaggio americano di Claudio Buratti che più originale – e trasversale – non si può. Da Roma, Claudio ha girato campi americani di tutti i tipi e con ruoli diversi, sia nel settore maschile che in quello femminile e la sua ultima tappa è Albany, nello stato di New York.
Abbiamo fatto una lunga chiacchierata con lui parlando di tanti aspetti anche insoliti di quel gigantesco mondo che è il college basket americano. Questa la prima parte dell’intervista.
Hai un nuovo ruolo alla University at Albany, Offensive Coordinator e International Recruiting, ma per arrivarci c’è stato un percorso lungo. Partiamo dall’inizio, quando è nata la scintilla con il basket?
La scintilla con il basket è scoccata quando avevo 12 anni. Come un po’ tutti gli italiani, il primo amore è stato il pallone, il calcio. Poi andai dal pediatra con mia mamma, e mi ricordo che ci disse: “Guardi che suo figlio diventerà alto, quindi o basket, o pallavolo, o pallanuoto.”. Mio padre, all’epoca, mi portava già al PalaEur a vedere la Virtus, quindi ero già un po’ fan del basket, e ho detto: bene, buttiamoci lì. All’inizio ero completamente scoordinato: non riuscivo a correre né a saltare, eppure era divertente. Ho avuto grandi maestri e ottimi allenatori. Ho giocato fino ai 19-20 anni e, a 19 anni, ho cominciato anche ad allenare mentre ero ancora in campo.
Ho iniziato alla Smith Roma Centro, una società di Roma Sud, dove sono rimasto per due anni. Il secondo anno ho lavorato con Matteo Piccardi, un nome noto nella zona: è stato il mio primo vero mentore. Mi ha mostrato, direttamente e indirettamente, cosa significa allenare giocatori di alto livello. All’inizio è stato uno shock, perché l’approccio con chi sa di essere forte è un po’ “scottante”, ma una volta che entri nel loro mondo, i ragazzi ti restituiscono fiducia e impegno. Lui è stato sicuramente il primo a segnare il mio percorso.
Quando hai capito che allenare non era solo un hobby, ma poteva essere la tua strada?
Anche quando giocavo a calcio mi è sempre piaciuto immedesimarmi nel ruolo dell’allenatore, forse perché giocavo a FIFA o a PES da ragazzino, chissà. C’è sempre stato in me un aspetto un po’ manageriale: mio padre giocava sempre a Football Manager, sui vecchi computer di una volta, quindi quel lato mi ha sempre affascinato. Detto questo, penso che l’anno con Matteo Piccardi sia stato davvero decisivo. E poi, quando sono venuto in America per quei sei mesi, ho visto che tipo di strutture e risorse c’erano qui, e ho fatto due più due: potrebbe essere una cosa fantastica.
Un passaggio in America l’avevi già fatto ai tempi delle tue superiori.
Dopo quei due anni a Roma ho fatto un semestre da exchange student a Boston, alla UMass Boston. A Roma studiavo alla John Cabot University, e l’ateneo americano ti apre parecchi ponti. Sono andato in palestra a UMass Boston, e l’allenatore avrebbe voluto farmi giocare: con i miei due metri, un canestro lo prendi o non lo prendi, ma comunque fa comodo.
Per motivi di assicurazione sanitaria, essendo uno studente in exchange, non potevo giocare. Allenavo già allora, quindi ho spiegato che non potevo partecipare alle partite, ma che mi sarebbe piaciuto far parte dello staff. Anche lì, con il coach è stato molto divertente: mi ha dato spazio e responsabilità. In fondo credo che se sei appassionato, le occasioni te le vai a cercare. Spesso arrivavo in ufficio prima di lui e me ne andavo dopo; volevo dimostrargli interesse e presenza. Ho instaurato anche un bel rapporto con i ragazzi: eravamo coetanei e questo ha facilitato il lavoro di squadra. Da lì sono tornato in Italia, e in realtà avevo già un accordo con la Stella Azzurra, sempre tramite Matteo Piccardi, che in passato aveva allenato lì. Ho fatto un anno e mezzo alla Stella Azzurra, e quell’esperienza mi ha cambiato, o meglio, mi ha fatto le ossa. Sono stato lì dal Natale 2021 fino all’estate 2023.
A proposito della Stella Azzurra, tra dirigenti e allenatori italiani che stanno avendo successo in NCAA, c’è anche Luca Virgilio, partito dallo stesso ambiente. C’è qualcosa, in quel contesto, che prepara all’America?
Penso che alla Stella ci sia un approccio unico: se non lo vivi, non lo capisci, e anche spiegandolo non troverei le parole giuste. È un mondo 24/7, la testa è sempre immersa nella pallacanestro, come si gioca, come la si affronta, mattina e sera con serietà e diligenza, quasi con rigore militare. Oggi, parlando con la gente, mi hanno detto che l’intensità si è un po’ attenuata, ma resta il fatto che la Stella ti prende tanto e ti restituisce tantissimo, soprattutto in termini di esperienza.
Tra noi assistenti e allenatori c’era sempre una battuta: dopo i primi due mesi un mio caro amico, Alberto Bifarella, mi diceva: “Come sono andati questi primi tre anni alla Stella?”, perché una giornata lì valeva sei mesi in qualsiasi altra società. È stato molto intenso, ma avere lavorato sul campo con Germano Arcangeli è stato fondamentale. Non ti dirà mai esattamente come fare le cose; te le dimostra. Se sei una spugna, come sono sempre stato quando ho lavorato con lui, alla fine tutto resta.
Quest’anno hanno portato tutto il progetto in America con la squadra e Bassano, quindi l’ambiente resta sempre molto stimolante. E poi i ragazzi sono ragazzi che ti permettono davvero di allenare: è roba fuori dal comune. L’ultimo arrivato NCAA è Richard Aizpurs, entrato insieme a me; ne vado molto fiero e ci scherzo spesso. In realtà fui io a sostenere il suo provino per entrare alla Stella, anche se non c’era molto da dimostrare, e da allora siamo rimasti molto uniti. Non mi piace parlare di questo in termini individuali; preferisco pensarlo come un percorso condiviso.
In America hai avuto il primo assaggio con UMass Boston, ma poi com’è nata l’idea di andare ad allenare là a Eastern Nazarene e come funziona il reclutamento degli allenatori?
Bella domanda, per niente semplice. Intanto una precisazione: l’Eastern Nazarene è in NAIA, ma quando c’ero io era Division III maschile. Il percorso è stato questo: quando ero a UMass Boston per l’exchange, parlando con alcuni professori di sports management, mi dicevano sempre che la cosa più importante è fare networking. Così preparai un portfolio piuttosto spoglio — non è che avessi già fatto chissà cosa — e lo mandai a tutte le università di Boston: Harvard, Northeastern, Boston University, Boston College, anche Providence, un po’ più fuori città, chiedendo semplicemente di poter assistere agli allenamenti come spettatore.
Se sei giovane o uno studente che sogna di diventare allenatore, ti si aprono le porte. Io già allenavo in modo volontario e questo mi ha permesso di entrare nello staff. Quell’esperienza mi ha aiutato a creare una solida rete di contatti nell’area di Boston. Il passo decisivo verso Eastern Nazarene è venuto da un programma americano chiamato Grow the Game, molto interessante. Un mio ex collega di Stella Azzurra, Niccolò Scavuzzo, me lo fece conoscere: era un corso intensivo di cinque settimane, svolto anche di notte, in cui spiegavano come diventare manager o graduate assistant. Al termine del percorso organizzavano vere interviste con college americani. Io feci colloqui con New England College, Yale e Quinnipiac,
I colloqui andarono bene, ma per gli stranieri è sempre più complicato, questioni di visto e preferenze del mercato locale rendono l’assunzione più difficile. Durante un colloquio con l’assistente allenatore di Quinnipiac, mi dissero che il capo allenatore aveva già trovato qualcuno, come spesso accade tramite conoscenze. Però quell’assistente mi mise in contatto con Aaron Loredo, un giovane head coach che aveva appena preso la sua prima panchina a Eastern Nazarene. Facemmo alcuni colloqui via Zoom — con lui e con il direttore atletico — e andò tutto bene.
Sono poi entrato come graduate assistant: non è una via per ottenere subito uno sponsor di visto. Ho preso il master a Eastern Nazarene e per un anno ho studiato e allenato; in pratica la scuola ti offre il master in cambio del lavoro come assistente.
Tornando a quei colloqui del programma Grow the Game, con chi ti confrontavi e che tipo di domande facevano?
Gli organizzatori sono tutte persone che lavorano nel mondo del college basket o dell’NBA, uno aveva lavorato per i 76ers, altri due lavorano oggi a Ole Miss, tra l’altro, e potrei ritrovarmeli contro quest’anno. Dopo un primo contatto, ti mettono in relazione con le scuole. Io avevo indicato come zona di interesse il Nord-Est, perché conoscevo già Boston e mi piaceva. Mi hanno messo in contatto con scuole che cercavano proprio qualcuno nella mia posizione.
Il colloquio è piuttosto semplice e soprattutto conoscitivo. Ti fanno domande situazionali perché sei giovane e magari appena laureato: vogliono capire come reagisci. Per esempio, ti chiedono cosa faresti se succedesse una certa cosa, lo segnali all’head coach? Cerchi di risolvere direttamente con il ragazzo? Come ti muovi? In sostanza cercano di capire il tuo modo di ragionare davanti a determinate situazioni.

Claudio Buratti
Il tuo, probabilmente, è un profilo unico, forse sei l’unico ragazzo italiano in questo ruolo.
Ti ringrazio. Quando mi hai chiesto di farla mi sono chiesto anche io: ma che altro c’è di interessante da raccontare? Sono davvero contento e onorato. Tra l’altro là c’è un altro italiano che conosco molto bene, Tommaso Gini: un giocatore forte, non come me, che ha giocato in Division II a West Georgia. In Italia giocava con me a San Paolo, Tiber, in Nazionale. Ha fatto anche lui il graduate assistant a Kennesaw State, quindi in Division I, e adesso sta cercando di capire quale sarà il suo prossimo passo
Quindi Eastern Nazarene e poi la Tufts University, giusto?
A Tufts sono arrivato dopo che Eastern Nazarene ha chiuso, una chiusura improvvisa dopo 125 anni, un “gatto nero” direi. Le scuole piccole e private, soprattutto quelle con un imprinting religioso, stanno sparendo negli Stati Uniti e quella è stata una di quelle. Mi sono ritrovato un po’ in emergenza, ma grazie al network che avevo costruito negli anni sono riuscito a ottenere la posizione a Tufts.
Tufts è una delle migliori scuole in Division III, eccellente anche a livello accademico, direi top 15–20 negli Stati Uniti. Le strutture che hanno lì, per essere Division III, sono incredibili. Io sono entrato come volunteer mentre stavo ancora completando il master a Eastern Nazarene: non avevo neanche una scrivania fissa, stavo sul divano; l’head coach, Brandon Linton, è un grande e mi ha comprato quella scrivania pieghevole che si infila sotto il divano, la gente ci scherzava su chiamandola “la mia scrivania”.
L’esperienza a Tufts è stata fantastica: per tutto l’anno siamo stati tra i primi 15 programmi di Division III in America e siamo arrivati al torneo NCAA di categoria, la March Madness di Division III. Abbiamo perso una partita assurda contro Redlands, una squadra californiana, in doppio overtime, probabilmente la partita più pazzesca che abbia mai allenato. Ma è stata un’esperienza straordinaria.
Parliamo del livello della Division III: che tipo di giocatori si trovano e cosa hai imparato da un’esperienza che in Italia di fatto è impossibile seguire?
Grandissimo punto: se ne sa davvero poco. Anche io, quando sono arrivato, avevo pregiudizi e pensavo “sono tutti ragazzini”, invece non è affatto così. Sono giocatori molto bravi e molto atletici, corrono il campo a una velocità impressionante. Nella Division III cambia molto a seconda della conference. Per esempio, a Eastern Nazarene ero in una conference tra le più deboli d’America; a Tufts invece entri nella NESCAC, che è la conference migliore per la Division III. La NESCAC è praticamente l’Ivy League della Division III: molte scuole di altissimo profilo accademico, ragazzi intelligenti che processano il gioco diversamente.
Il gioco lì è un po’ più lento ma più studiato; le strutture e le risorse delle squadre della conference permettono di lavorare su cose più sofisticate. Per me Tufts è una Division I prestata alla Division III, il livello tecnico è alto. Se devo fare un paragone, direi che il livello è simile a una serie B (regionale o nazionale), con la differenza che i ragazzi sono giovani e quindi commettono ancora qualche errore, mostrano immaturità in certe situazioni. Ma il basket che vedi è di qualità: c’è tanta roba interessante da seguire e da imparare.
E arriviamo al passaggio al femminile, in Division I prima a Merrimack e poi ad Albany. Com’è nata questa decisione e come è andata questa prima esperienza?
Un’altra grande domanda, e anche qui torna il discorso del network: a Eastern Nazarene, come in molte scuole di Division III, gli allenatori di sport diversi condividevano gli uffici, perché le risorse sono quelle che sono. Noi avevamo una vera e propria “basketball coaching suite”, condivisa tra basket maschile e femminile. Per un anno ho diviso l’ufficio con il coach della femminile, che tempo dopo si è trasferito a Merrimack. Durante il mio anno a Tufts mi ha chiamato: cercavano un assistente che si occupasse della fase offensiva e aveva fatto il mio nome.
In quel periodo vivevo una situazione delicata con i visti d’immigrazione e, se non avessi trovato una panchina, avrei dovuto fare ritorno in Italia. Non volevo assolutamente sprecare tutto quello che avevo costruito con fatica negli Stati Uniti. Quando si è presentata l’opportunità di Merrimack, ho accettato subito: era la Division I e il basket femminile non rappresentava affatto un problema, avendo già avuto un’ottima esperienza alla Stella Azzurra. Volevo mettermi in gioco e ho colto l’occasione al volo.

Claudio Buratti
Sei un “Offensive Coordinator”, che tipo di lavoro hai fatto a Merrimack, e che tipo di attacco proverai a costruire quest’estate ad Albany? E da dove nasce questa etichetta di “Offensive Coordinator”?
Il mio collega mi propose all’head coach di Merrimack dicendo: ‘Se c’è uno che conosce l’attacco, quello è Claudio’. Da quel momento mi è rimasta addosso questa etichetta, che in realtà mi fa molto piacere. Sono affascinato da un concetto oggi molto di moda: la ‘manipolazione della difesa’. Per me il basket è una partita a scacchi, ed è incredibilmente divertente quando riesci a muovere le pedine in tempo reale, live durante il match.
Se devo definire il mio stile d’attacco, fatico a usare una parola specifica. Ad esempio, detesto il termine ‘motion’, perché spesso per gli allenatori significa solo ‘passa, taglia e fai blocco’, la base della base. Negli Stati Uniti se ne parla quasi di default per evitare che si giochi solo in isolamento, uno contro uno. La mia filosofia deve ovviamente sposarsi con quella dell’head coach, che ha l’ultima parola, ma il mio contributo principale è portare velocità. Credo fermamente che l’attacco nasca dalla difesa: se colpisci nei primi sette secondi, quando la difesa non è ancora schierata, fare canestro è molto più facile. È un principio che mi porto dentro dai tempi della Stella Azzurra. L’obiettivo è attaccare il pitturato: se arriva l’aiuto, si innescano le rotazioni difensive, creiamo un vantaggio e lo finalizziamo.
Se non troviamo nulla in transizione, amo affidarmi ai set plays. L’anno scorso a Merrimack abbiamo usato molto le zoom actions, soluzioni che vanno tantissimo anche in NBA, penso alla serie playoff tra Atlanta e i Knicks, dove gli Hawks giocavano quasi solo quello. Io non invento nulla, e credo che nel basket moderno nessuno inventi davvero qualcosa. Si prende da altri, si aggiunge un tocco personale, ma soprattutto si adatta tutto alle caratteristiche dei giocatori. A Merrimack, ad esempio, avevo la tredicesima miglior tiratrice da tre punti d’America per percentuali. Era letale, ma poteva tirare solo con un arresto a due piedi. Questo la rendeva un po’ lenta nell’esecuzione in uscita dai blocchi, a meno che il blocco non fosse granitico. Abbiamo dovuto trovare soluzioni alternative per metterla in ritmo e, paradossalmente, le partite contro le difese a zona erano le migliori per lei, perché poteva battezzare il perimetro farsi trovare pronta.”
Che differenze hai notato tra basket maschile e femminile, non solo nel gioco in sé, ma nell’allenamento individuale e nel modo di far funzionare i set ai diversi livelli di gioco?
Questo è un tema cruciale. Quando guardo i video del basket maschile, dell’NBA o del college, e vedo ad esempio uno spain pick and roll con un lob al ferro, so che nel femminile quella giocata non è replicabile per ovvi motivi fisici. Per ottenere lo stesso vantaggio devo essere più ingegnoso nel creare spazio: magari liberando l’angolo per allontanare il difensore che aiuta dal lato opposto, così da permettere alla giocatrice di ricevere e tirare senza subire un recupero da dietro. Nel femminile non vedrai (almeno per ora) uno schiacciata in alley-oop al volo, quindi devi compensare con l’ingegno geometrico e gli spazi.
Oltre al campo, c’è una profonda differenza psicologica e di gestione. Recentemente ascoltavo un podcast di Julio Velasco con Gianluca Gazzoli e condividevo molto le sue parole: i maschi sono biologicamente attratti dalla competizione pura, dal voler dimostrare di essere i migliori. Nel femminile, generalizzando, la sfida fine a se stessa non funziona allo stesso modo. Le ragazze hanno bisogno di capire a fondo il perché di quello che stanno facendo; serve più spiegazione e coinvolgimento.
Sul piano del player development, il lavoro è tantissimo. Ogni mattina facciamo sessioni individuali mescolando guardie e lunghi, o lavorando per reparti, curando anche i dettagli fuori dal campo come l’alimentazione. Il gioco è indubbiamente diverso, ha ritmi differenti e più controllati, ma non per questo è meno fisico, se rapportato all’atletismo della categoria. A volte sotto canestro volano certe legnate che la metà basta, quindi non è una questione di mancanza di contatti, ma bisogna semplicemente tenere conto di qualità fisiche e atletiche differenti. Il mio capo allenatore è una donna e, tra l’altro, è stata la quarta miglior tiratrice da tre punti nella storia di South Carolina: insomma, una che ne capisce eccome. Soprattutto l’anno scorso, capitava che le proponessi dei set e lei mi stoppasse subito dicendo: ‘Va bene Claudio, ma noi questo, sul campo, come lo realizziamo?’.
Oggi ho imparato la lezione e non le presento nemmeno più certe soluzioni da basket maschile. Lei, d’altronde, mi stimola sempre dicendomi: ‘Mi raccomando, tieni a mente che questo è basket femminile, non maschile. Cerca di adeguare le tue idee alle caratteristiche e alle giocatrici che abbiamo realmente a disposizione’. È un continuo lavoro di adattamento
SEGUE


