Retention è la parola chiave dell’offseason NCAA. Un tempo era la prassi, ora è diventato il sogno di ogni allenatore: mantenere l’ossatura di un roster da una stagione all’altra e non ripartire da capo. In campo maschile ci sono parecchie tra le migliori squadre – Illinois, Michigan State, Duke, Uconn – che sono riuscite a mantenere una buona parte del loro roster ma è facile quando si viene da una stagione conclusa con le Final Four, lo è meno quando chiudi la stagione 9-25.
E invece la Washington State di Eleonora Villa tornerà con otto giocatrici nella prossima stagione, compresa l’italiana, ormai leader indiscussa di uno spogliatoio giovane e unito che è cresciuto nell’arco di una stagione complicata in WCC e che vuole darsi un’altra chance, tutte insieme, nella nuova Pac 12. Una decisione old school, quasi romantica, in un college basketball sempre più abituato, o quasi rassegnato, alla free agency.
Con Eleonora Villa abbiamo parlato della sua stagione, del passaggio al ruolo di veterana e delle sue aspirazioni in vista del suo ultimo anno al college.
Partiamo dall’ultima partita dell’anno contro Portland, conferenza post gara che chiude una stagione complicata. Rispondi così ad un giornalista: “Vogliamo fare qualcosa di grandioso e vogliamo farlo tutte insieme”. Quanto è stato importante avere un gruppo forte e unito in questa complicata stagione?
Quest’anno non è stata la migliore delle stagioni. Quando non riesci ad avere il successo sperato, è fondamentale avere un gruppo disposto a ripresentarsi in palestra dopo una sconfitta, a stare unite, a stimolarsi a vicenda e a crescere nonostante i risultati. Questa è stata la chiave di una stagione difficile. Il gruppo è sempre stato molto unito, ci trovavamo bene in campo e fuori. Mi dispiace non aver dimostrato il potenziale che continuiamo a dirci di avere e quello sarà l’obiettivo della prossima stagione. Una stagione così ti dà tanto da imparare: tutto ciò che provi nello spogliatoio dopo le sconfitte sarà la carica per non ripetere le stesse cose. Sono positiva, e non spero che l’anno prossimo sia diverso: voglio che lo sia.
"We want to do great and we want to show what we can bring altogether." – Eleonora Villa
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— West Coast Conference Basketball (@WCChoops) March 7, 2026
Quest’anno eravate una squadra molto giovane, con tante freshman, mentre tu eri la giocatrice con più esperienza. Come hai vissuto l’essere il punto di riferimento per le nuove arrivate?
Sì, avevamo davvero tante freshman, con meno esperienza rispetto ad altre squadre, e forse questo ha influenzato il nostro andamento: non siamo mai riuscite a portare a casa le partite punto a punto, dove serviva più esperienza. Ma per me è stato molto stimolante, perché voglio imparare a essere un leader. So che non sarò mai il tipo di leader che parla tanto in campo, voglio guidare con l’esempio, essere costante, essere il punto di riferimento. Questa stagione mi ha aiutato molto a crescere sotto questo aspetto. Nella mia carriera ero sempre stata la più giovane, anche al freshman year ero arrivata con sei senior. Quest’anno invece eravamo in due senior, quindi ho fatto un passo in più che mi ha portato a sentire un grande miglioramento e una crescita di fiducia enorme.
Com’è sentirsi la veterana del gruppo?
Ci devo ancora fare l’abitudine, però è bello essere il punto di riferimento, quella su cui la squadra conta per un consiglio o per una parola nello spogliatoio. Mi fa piacere, perché in tutta la mia carriera sono sempre stata la piccolina. Avere finalmente questo ruolo, dopo aver avuto tanti grandi esempi, mi dà soddisfazione.

È più complicato essere leader in campo o fuori dal campo?
Fuori dal campo, senza dubbio. In campo lascio parlare il gioco, mi viene naturale. Fuori devi sapere cosa dire, essere un esempio, gestire il gruppo, soprattutto in una stagione emotivamente non facile. Non viene spontaneo, ci devi lavorare. Ma anche quello fa parte della crescita, come persona e come giocatrice.
Secondo te cosa non ha funzionato in questa stagione? Il gruppo giovane, una non-conference schedule complicata, cos’altro?
Abbiamo disputato tantissime partite punto a punto, ne abbiamo perse pochissime con distacchi ampi. Secondo me il fattore principale era l’inesperienza, unita all’adattamento ad un tipo di fisicità diverso, siamo un gruppo molto internazionale, e adeguarsi allo stile americano non è immediato, soprattutto per chi arrivava da altri campionati. Nell’ultima parte della stagione, al torneo di conference, abbiamo avuto un approccio diverso alle partite, un atteggiamento nuovo. È questo che mi dà fiducia: credo che abbiamo visto cosa possiamo fare, e spero che sia solo un punto di partenza. Sono cose che si possono aggiustare.
E poi avevate una ragazza di 16 anni in squadra, la più giovane di tutta la conference…
Sì, diplomata a 16 anni. È del Kosovo. Parlando di giovinezza e inesperienza, quella era davvero un’altra storia.
Allora, facciamo un gioco. Chi ha detto questa frase: “Ele è unica nel suo genere. Gli piace il posto, gli piacciono le sue compagne di squadra. Vuole rendere il programma un posto migliore”.
Oddio, uno dei miei coach. Coach Ethridge?
Esatto, qual è il vostro rapporto?
Dal mio primo anno, tutti i coach mi hanno fatto sentire a mio agio, ma soprattutto Coach E. La cosa più importante per una giocatrice è la fiducia: ogni volta che entro in campo sento che lei crede in me, mi lascia fare le mie cose, e questo automaticamente mi rende migliore. Quando sono arrivata in America avevo bisogno di ricostruirmi come giocatrice ed è stata proprio la spinta principale che mi ha portato a lasciare l’Italia. Il coaching staff mi ha aiutato dandomi grande libertà, e questo mi ha portato a prendere più rischi e ad espandere il mio gioco. Ho una stima enorme per Coach E: è stata una giocatrice straordinaria (campione NCAA con Texas nel 1986 e membro dell’Hall of Fame del femminile ndr).
Mi sono andata a vedere i suoi video e ogni volta rimango a bocca aperta. Giocare sotto un’allenatrice con quell’esperienza non è una cosa che capita tutti i giorni, avere qualcuno che ti corregge con quella saggezza tecnica è un privilegio. E poi ci tiene a te come persona: ogni settimana ci sono riunioni individuali solo per capire se tutto va bene. Sa che avere tante internazionali in squadra comporta il peso della distanza da casa, e vuole assicurarsi che stia tutto bene. È stato uno dei motivi principali per cui ho scelto di restare a WSU.
Sei stata nominata ancora una volta nel miglior quintetto della WCC. A livello personale hai giocato una grande stagione, con tantissimi minuti senza perdere efficacia realizzativa. Come è stato gestire tanta responsabilità?
In una stagione in cui non riuscivamo a vincere, per darle un senso mi sono data obiettivi personali: essere costante offensivamente e difensivamente, fare una stagione importante a livello statistico. Credo di esserci riuscita, anche perché non era sempre facile, ho dovuto affrontare diversi tipi di difese che si adattavano al mio gioco, il che mi ha spinto a esplorare come attaccare situazioni diverse e creare sia per me che per le compagne. Sono felice di aver mantenuto la continuità che cercavo.
Quest’anno hai giocato più da playmaker rispetto al tuo ruolo tradizionale da off the ball. Com’è stato avere così tanti possessi tra le mani?
Mi è venuto abbastanza naturale e rimango ancora un po’ sorpresa da questo. Sono sempre stata una giocatrice che si affidava molto agli altri, che giocava senza palla o sul tiro dalle uscite. Quest’anno ho fatto molto meno catch and shoot da tre, che era la mia comfort zone, e adesso mi sento quasi più a mio agio quando devo creare dal palleggio per le compagne. Il mio gioco è evoluto in modo importante. Mi dà anche più flessibilità: posso giocare sia da playmaker che da guardia tiratrice, e questo è un vantaggio anche per il mio futuro.
L’anno scorso parlavamo del librone dell’off season e del tiro da tre che volevi migliorare. Com’è andata? Quanto è complicato lavorare su certi aspetti durante la stagione, giocando ogni tre giorni?
Il vantaggio enorme dell’America è avere la palestra sempre disponibile e uno staff tecnico sempre disposto a lavorare con te individualmente e ci tengono davvero, sono felici di farlo. Quest’anno purtroppo non ho fatto molti allenamenti individuali durante la stagione perché giocando due volte a settimana ero molto stanca e cercavo di recuperare il più possibile. Nel post season però abbiamo fatto individuali personalizzati, ho lavorato tanto sul tiro da tre, e adesso sul catch and shoot mi sento molto a mio agio: se sono libera, tiro senza pensarci. Il prossimo passo è tirare dietro blocco e dal palleggio, è il focus dei miei workout estivi. La crescita si vede anche in stagione, ma il lavoro più intenso lo si fa in estate.
Il librone degli esercizi è cresciuto rispetto all’anno scorso?
No no, rimane costante.
Leggevo che la tua decisione di rimanere ha creato un effetto domino: siete rimaste in otto dal roster dello scorso anno. Ne avete parlato tra di voi, o è stata una scelta individuale di ognuna?
La comunicazione era molto aperta. Come ho detto, il gruppo di quest’anno è stato tra i più uniti che abbia mai trovato in carriera e forse è ancora più significativo perché è successo durante una stagione difficile. Di solito, quando i risultati non arrivano, è più facile pensare che ognuna prenda una strada diversa. Invece no. Ci trovavamo benissimo sia in campo che fuori, senza drammi, senza problemi, nonostante passassimo ore e ore insieme tra tornei, partite e allenamenti. Normalmente dopo tutto quel tempo con le stesse persone hai bisogno di una pausa, ma questa cosa non è mai successa. Credo che la grande ammirazione verso lo staff tecnico e la fiducia reciproca tra coach e giocatrici siano stati i fattori chiave. Ognuna ha preso la sua decisione individualmente, ma credo che tutte abbiano pensato la stessa cosa. E poi ripartire con un gruppo che conosce già il sistema è molto più semplice che ricominciare da zero.
A livello emotivo, come si affronta una stagione così?
Dopo le vittorie l’umore era alle stelle, finalmente portavi a casa una partita, e si festeggiava davvero: grida nello spogliatoio, musica, tutto. Dopo le sconfitte si andava nello spogliatoio, si faceva regroup, si analizzava cosa non aveva funzionato. Emotivamente non era facile, soprattutto per me che sono molto competitiva: dopo cinque, sei, sette sconfitte di fila avevo bisogno di un reset per poi tornare il giorno dopo con il cento per cento della voglia di allenarsi. Non era scontato. Però l’energia che portavamo in campo era sempre alta, c’era sempre gente che ti tirava su, e questo faceva la differenza.
Domanda meno seria: il “six seven”, il trend social che è arrivato anche nel college basketball femminile con i bambini che urlano 6 e 7 a ogni canestro. Quanto è stato snervante?
Ti dico solo che per Halloween le nostre coach si sono vestite da Six e Seven. Era ovunque: in allenamento, se l’obiettivo era arrivare a dieci canestri, si sentiva «sei, sette» per tutta la palestra. È durato più di metà stagione. Terrificante. Ma il pubblico era assurdo, tantissimi bambini, e le partite erano piene. È arrivato anche in Italia?
Sì, in Italia i ragazzini lo fanno tutti. Tornando seri: l’anno prossimo si ritorna in Pac-12. Hai fatto un giro strano, primo anno in Pac-12, due anni in WCC, e ora chiudi di nuovo in Pac-12. Che sensazioni hai?
È strano, sì. Ma sono molto felice: andare in una nuova conference è sempre stimolante. Nuove squadre, un nuovo tipo di fisicità e competitività, tutto da scoprire. È anche un modo per essere più imprevedibili, dato che gli avversari non ci conoscono bene. E la Pac-12 ha sempre avuto un’ottima reputazione competitiva, quindi sono contenta di poter giocare a quel livello. Non vedo l’ora di iniziare.
E ci sarà un derby italiano: in Pac-12 c’è Texas State con Sofia Cippellotti. Com’è seguire le tue colleghe italiane in America?
Scrivo spesso a Vittoria Blasigh e Caterina Piatti, con cui ho sempre avuto un rapporto più stretto grazie alle esperienze con la nazionale. Seguivo le loro partite e le loro statistiche, a volte ci sentivamo per confrontarci su approcci diversi agli allenamenti e alle partite. È bello avere quel tipo di confronto, fare paragoni, analizzare realtà diverse. E sono felice di giocare l’anno prossimo con Sofia. Quest’anno ho giocato contro Candy (Edokpaigbe), che era a San Francisco, e ha avuto una stagione straordinaria. Fa solo piacere quando vedi le tue compagne italiane fare grandi cose anche in America.
Com’è il derby italiano in America? Vi siete marcate con Candy?
È stato bellissimo. Lei mi marcava, io non marcavo il playmaker, ma lei marcava me. All’inizio della partita ci siamo scambiate due parole, e le ho detto ‘almeno io non ti marco’… e lei mi ha risposto con una faccia che diceva tutto. Il derby lo senti, però. Chi ha vinto? Loro, di cinque o sette punti. C’era solo l’andata.
Ultimi obiettivi estivi: librone, workout, vacanze, come è organizzata l’estate?
In questo momento mi sto allenando tanto con mia sorella Matilde, ed è bellissimo ritrovarsi insieme in campo, l’estate scorsa purtroppo si è rotta il crociato, quindi poter lavorare di nuovo insieme è qualcosa di speciale. Ci conosciamo molto bene, sappiamo i punti di forza e i punti deboli dell’altra e se ci aiutiamo a migliorare sotto questo punto di vista. Se giochi contro tua sorella puoi essere anche un pochino più più fisica,. Essendo entrambi molto competitive è molto divertente.
L’obiettivo è quello di crescere a livello individuale, magari stiamo lavorando tanto su uno contro uno. Poi grazie ai miei coach ho una serie di workout, una serie di conditioning per rimanere in forma fisica per quando ritornerò poi a luglio. Il focus è migliorare su fondamentali, finishing e il tiro da tre sul palleggio che era quello che devo migliorare e voglio portare a livello successivo. Davanti a me ho un’estate con tanti allenamenti e poi quando torno continuerò a fare questi tipi di workout con la squadra perché ritorniamo tutti abbastanza presto quest’anno. Quindi ci dà modo anche di trovare maggiormente sintonia da un punto di vista anche sul gioco, sui nostri schemi e poi si vedrà.
Ultimo anno in America, hai già superato quota 1000 punti e quota 100 presenze, quali obiettivi hai per te stessa e cosa chiedi al team?
Il mio obiettivo è quello di andare alla March Madness e di continuare individualmente ad essere costante a livello offensivo ed essere comunque una presenza importante per la mia squadra, questo è quello che mi auguro. Ed è sempre il mio punto di partenza quello di fare il meglio possibile e continuare a migliorarmi.
Finita la stagione in NCAA, America o Europa?
Eh, questo si vedrà, non ne ho idea.
