Ettore Messina ha un lungo rapporto con l’Ncaa, che studia e conosce da vicino da oltre 40 anni. In questa lunga chiacchierata ha affrontato con noi tutti i temi più interessanti di un mondo in enorme cambiamento che sta avendo un grande impatto sulla pallacanestro europea. E che potrebbe essere anche la sua prossima destinazione.
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Dall’amicizia con Dean Smith all’arrivo del Nil, dai giocatori italiani in Ncaa fino appunto al suo futuro, Messina ha ripercorso la storia del suo rapporto con il college basket in un’intervista che abbiamo diviso in tre parti.
Hai iniziato ad allenare presto, negli anni ’80, e già allora hai cominciato a interessarti alla Ncaa. Come ti sei avvicinato a questo mondo e com’era la realtà di allora?
Probabilmente perché, se ricordi, all’epoca lo straniero che arrivava a giocare nei nostri club di Serie A era quasi sempre un ex giocatore di college. I professionisti veri e propri hanno cominciato ad arrivare più tardi. Tutti i giocatori che ho visto da ragazzo, da Steve Hawes a Venezia fino a Bob Morse a Varese, venivano quasi tutti direttamente dal college. Anche gli allenatori italiani che andavano negli Stati Uniti a studiare o a osservare passavano prima da Lou Carnesecca, che era un po’ il punto d’incontro per chi arrivava dall’Italia, per poi spostarsi dai grandi allenatori: si andava da Bobby Knight, si andava a vedere Dean Smith.

Quella era un po’ la pallacanestro che si vedeva, la prima pagina di Giganti del basket era di solito dedicata o all’Italia o alla pallacanestro di college, non a quella professionista che si seguiva ma, almeno per quanto ricordo io, solo dopo. Anche perché i giocatori arrivavano tutti dal college, e lì c’erano grandi scuole, grandi rivalità, allenatori leggendari che restavano non quattro anni ma 4000, restavano vent’anni nello stesso posto, diventando il volto stesso dell’università.
Verso la fine degli anni ’80 ho iniziato ad andare negli Stati Uniti, e il mio primo vero impatto è stato soprattutto con questi grandi allenatori di college, oltre che con Hubie Brown, che era l’allenatore NBA che frequentava tutte le estati il Five Star Camp, che era il massimo per quanto riguardava la pallacanestro di high school e college.
Ricordo un episodio: ero al Five Star Camp e c’era Jeff Lebo, che in quel periodo era una guardia famosissima in North Carolina, contesa da tutte le grandi università. Un giorno vennero tutti a vederlo, restando dietro la rete perché non potevano reclutare direttamente dentro il camp, c’erano tutti, da Bobby Knight a Dean Smith, sembrava di essere in un film, erano tutti a vedere questo ragazzo. Il camp si teneva vicino a Pittsburgh, organizzato da un personaggio mitico, Howard Garfinkel, che ha creato camp per tutta la sua vita, e c’erano tutti i migliori allenatori. Quella settimana ci furono lezioni anche di Rick Pitino e Hubie Brown, ma tutto era incentrato per i ragazzi in uscita dalla high school, prossimi al college. Quell’episodio mi avvicinò ancora di più al mondo universitario americano.
Quando ho allenato la nazionale avevo molto tempo libero, perché all’epoca non esisteva il part-time: per tre anni di fila mi sono occupato di Under 18 e Under 20, portandole a giocare negli Stati Uniti grazie alla collaborazione con il Coni, contro college di livello medio di Division I. Facevamo base a Davidson oppure in Connecticut, appena fuori New York, e giocavamo contro tutte le scuole disponibili. Fu un’esperienza incredibile per conoscere allenatori: una volta affrontammo il Manhattan College, allenato da Fran Fraschilla, oggi diventato il guru di Espn. Un mondo molto bello, molto affascinante, che adesso sta acquisendo ancora più spunti d’interesse con questa storia del Nil.
Hai citato più volte Dean Smith che è rimasto quarant’anni a North Carolina. Hai avuto un rapporto molto stretto con lui, che tipo di coach e di uomo era?
Posso dire di essere diventato amico di coach Smith perché ho avuto una grande fortuna: l’anno in cui lo invitarono a fare un bellissimo clinic a Milano, mi chiesero di fargli da traduttore. All’epoca ero assistente alla Virtus e allenavo nelle giovanili, passai cinque o sei giorni con lui, dalla mattina alla sera: c’erano sua moglie, Giuliano Airoldi, organizzatore e sponsor del clinic, e coach Gamba. Ricordo le colazioni, i pranzi, le cene, il clinic: ero sempre lì ad ascoltare questo allenatore straordinario e chiacchierare con Gamba.
Dean Smith con l’ex North Carolina Michael Jordan
Da lì nacque un bel rapporto: cominciò a invitarmi a North Carolina, e per tre o quattro anni portammo con la Virtus alcuni ragazzi interessanti al suo camp estivo. L’anno dopo venne lui in Sardegna, per un clinic bellissimo organizzato da un altro grande ex allenatore, Pierpaolo Murgia, portando con sé anche la famiglia. Sono andato a vedere i suoi allenamenti moltissime volte. Una volta Larry Brown mi invitò a Chapel Hill, dove gli Indiana Pacers tenevano il training camp: passai una settimana a guardare gli allenamenti, e dopo ogni sessione, mattina e sera, Dean Smith, Bill Guthridge, Roy Williams che allora era l’assistente giovane, e Larry Brown si sedevano a rivedere l’allenamento. Io ero ammesso in quella stanzetta ad ascoltare quattro geni discutere di dettagli incredibili: il piede, il taglio, il timing, il passaggio, una roba impressionante. Capisci davvero, in quei momenti, quanto la cura dei dettagli, l’organizzazione degli allenamenti e il ritmo dell’allenamento e della partita son poi le cose che fanno una grande differenza.
L’aneddoto più bello, però, è che in uno di quegli anni in cui eravamo a Davidson a giocare contro college di livello inferiore rispetto a North Carolina. Smith mi invitò a portare la nostra squadra a vedere un suo allenamento, non mi ricordo se era l’Under18 o l’Under20. Li portiamo a vedere l’allenamento che si svolgeva in un clima che sembrava di essere in chiesa. Alla fine mi chiamò e mi chiese cosa avremmo fatto dopo. Gli dissi che saremmo tornati a Davidson in pullman. Lui rispose: “No, no, no, adesso andiamo a cena“. Portò tutta la squadra fuori, cenò con noi, parlò con i ragazzi. A parte l’ospitalità, c’era questa capacità di aprirsi, di essere disponibile… lui era già un Hall of Famer, era Dean Smith, riverito in tutto il mondo del basket, eppure fece questo gesto di enorme cortesia, ma lui era fatto così.
Non dimentichiamo che è noto soprattutto per le sue battaglie contro la segregazione: lui andò a cena con questo ospite di colore in pieno centro a Chapel Hill in un’epoca in cui era abbastanza difficile farsi vedere insieme a persone di colore. Reclutò senza problemi giocatori afroamericani, diede spazio per primo ad assistenti di colore. Era una persona veramente impegnata sul piano anche della crescita della società, del rispetto dei diritti civili, era una persona che andava ben al di là del semplice essere un allenatore di pallacanestro.
Lui rappresenta l’esempio perfetto di ciò che la Ncaa era e che forse oggi non è più: un mondo incentrato sulle figure dei coach che erano anche educatori e maestri. A livello tecnico quali erano le differenze con il nostro campionato e come è cambiata la pallacanestro collegiale dall’inizio degli anni ’80 fino a oggi?
La prima differenza che mi viene in mente è il cronometro che era molto più lungo dei nostri 30 secondi che poi sono diventati 24, loro solo da una decina d’anni sono a 30. La seconda differenza è il tempo di permanenza al college: allora i ragazzi rimanevano al college per tutti e quattro gli anni, e per quattro anni facevano fondamentali individuali e fondamentali di squadra ed erano dei giocatori impressionanti, e infatti quando uscivano dal college erano prontissimi per giocare nell’Nba.
Nel 1989-90 arrivò a giocare in Italia Danny Ferry, che aveva completato i quattro anni a Duke. Era un giocatore clamoroso per livello tecnico individuale e, uscito dal college, ebbe un impatto incredibile nel Messaggero Roma con più di venti punti di media a partita. Venne a giocare perchè voleva usare questo come un escamotage per liberarsi dal fatto di esser stato scelto da una squadra scarsa per poter poi firmare come fece nell’estate successiva con una squadra di livello più alto. Adesso un giocatore che esce dal college dopo uno o due anni onestamente se prova a giocare in Eurolega, fa molta fatica.
C’è una cosa interessante da considerare: fino agli anni 2000, prima che iniziasse piano piano l’esperimento del one-and-done, una pratica di cui con Kentucky John Calipari è stato il precursore, il maestro, chiamalo come vuoi, il sistema era diverso. Negli ultimi anni, poiché i ragazzi rimangono poco al college e puntano subito alla NBA, il basket giovanile delle AAU si gioca imitando quasi interamente la NBA, quindi molta transizione, molti tiri rapidi, molto uno contro uno e un po’ di pick and roll, a seconda dei punti di vista un po’ tanto pick and roll, per il resto non è che si vedano molte altre cose.
Di conseguenza, anche gli allenatori di college hanno cercato di adattarsi per due motivi: il primo è che la pallacanestro sta andando in quella direzione; il secondo è che devono rendersi appetibili ai prospetti durante il reclutamento. Un ragazzo vuol giocare per un allenatore diverso rispetto a quello che una volta veniva definito, con una terminologia vecchia, un “allenatore di sistema”. Che ormai non esiste più, perchè gli allenatori non sono cretini e si adeguano. Però, mentre nella NBA questo concetto è abbastanza portato agli estremi, tutti giocano nello stesso modo, ma in Nba giocano 48 minuti, c’è una stagione regolare dove il valore della singola partita è nettamente inferiore rispetto all’Eurolega o a un campionato nazionale, per poi salire clamorosamente nei playoff, le squadre Ncaa devono vincere la propria conference e poi durante il torneo devono evitare di essere eliminate.
Quindi c’è l’esigenza di giocare in una certa maniera perchè piace di più ai ragazzi, perchè la pallacanestro va in quella direzione e c’è il desiderio di essere più moderni, nei confronti di questi ragazzi che spesso sono controllati da agenti già a 17 anni in un rapporto pseudo-professionale. Però dall’altro occorre dare il giusto valore a ogni singolo possesso, e di capire che a seconda del punteggio e del cronometro, ci sono tiri e tiri, perchè se continui a fare palleggio, un passaggio e un tiro, due passaggi e un tiro, tiri molto rapidi, molto uno contro uno, si corre il rischio di sprecare 15 punti di vantaggio in 5 minuti e venire eliminati dal torneo della ACC, della Big Ten o della Big 12.
L’allenatore di college sta cercando secondo me di mettere insieme due importanti parti del gioco: una è quella che piace a tutti, correre, saltare, tirare, e l’altra è un’attenzione al punteggio e al cronometro, per avere la capacità di non dimenticare che non ci vogliono solo tiri da tre, ma la famosa equazione tiri da tre punti, tiri da due al ferro e tiri liberi guadagnati. Se ci si affida unicamente al tiro da tre e ti dimentichi di attaccare l’area e di procurarti tiri liberi, c’è il rischio che quei vantaggi come li hai costruiti, così li butti via. E questo quindi non lo fa nessuno. È per questo che, anche per noi allenatori europei, la pallacanestro di college sta riprendendo un ruolo di paragone diverso rispetto a quello che ha avuto sette o otto anni fa.
Quest’anno ho seguito molte partite di Duke per motivi affettivi ma anche di convenienza, mio figlio è lì e ho visto quasi tutte le partite di Duke, ma ho guardato spesso anche Connecticut e St. John’s, sono squadre che corrono, sono fatte da ragazzi giovani che commettono inevitabilmente degli errori, ma che presentano un impatto tattico interessante da vedere.
Nelle prossime puntate l’arrivo del Nil e il suo impatto anche sulla pallacanestro italiana, un’analisi sugli ex Olimpia arrivati in Ncaa e il suo futuro.
