Quote by Federico Gallinari, l’altro Gallo in America

Se Vittorio è stato il passato e Danilo il presente, Federico è il futuro della dinastia dei Gallinari nel mondo del basket. Troppa pressione? Lui dice di no. Anzi, Gallo Junior, ala di 197 cm che compirà 21 anni a settembre, sembra aver trovato la sua dimensione a Rochester College, un programma che gli offre un buon livello sia di pallacanestro che di istruzione. Dopo un primo anno da redshirt, ora non vede l’ora di scendere in campo e dare il suo contributo alla squadra. E per essere pronto al debutto, ha già ben chiaro cosa deve fare questa estate. Ecco quello che ci ha raccontato Federico Gallinari sulla sua scelta di volare negli Usa, sul suo rapporto con il fratello più vecchio di 9 anni e sui suoi progetti.

Come molti italiani che ora giocano negli Usa, la tua avventura americana è iniziata all’high school. Ci puoi spiegare come è arrivata questa decisione?
In realtà, si trattava di una Prep School, ossia un anno di preparazione al college. Negli States, infatti, dopo i quattro anni di high school, c’è la possibilità di fare un anno transitorio. E dato che il mio obiettivo era quello di farmi conoscere, ho optato per questa soluzione. L’idea è maturata in famiglia e avendo già Danilo negli Usa, è stato anche più semplice prenderla. All’epoca stavo frequentando l’ultimo anno delle superiori e, nel frattempo, avevo mandato vari video nei quali mostravo il mio gioco. Poi la Sunrise Christian Academy (dove aveva giocato anche Andrea Picarelli, quest’anno in forza alla Dinamo Sassari) mi ha contattato dicendo che mi volevano per l’anno dopo. Così, sono volato in Kansas dove è iniziata la mia avventura americana.

Quali sono le differenze maggiori che hai trovato tra il tuo percorso e quello dei tuoi compagni di high school? Quali gli aspetti positivi e se ci sono invece degli aspetti negativi del sistema americano alle superiori?
A livello scolastico, devo ammettere che siamo molto più acculturati perché studiamo molto di più (ride). Qui però danno spazio anche alle esperienze lavorative durante l’anno scolastico ed è stato quindi interessante fare qualcosa di più pratico. A livello cestistico invece, il basket qui è molto più fisico e veloce. Si passano molte ore in sala pesi e si punta sulla velocità. Quando sono arrivato, pur essendo abbastanza alto, ero il più lento e quello che saltava di meno. Ma hanno una minore “intelligenza cestistica” rispetto a noi, proprio perché curano meno l’aspetto tattico e tecnico a livello giovanile.

La Sunrise Christian Academy è una delle accademie più rinomate degli States, che tipo di atmosfera si respira? C’è molta competitività?
La competitività è molto alta e si respira un clima di tensione nella maggior parte delle partite. Ma questo è dovuto al semplice fatto che tutti i recruiter e gli scout guardano con molta attenzione i giocatori della Sunrise Academy e tutti gli anni si aspettano che la squadra arrivi alle finali del torneo e che vinca. Da questa scuola, sia a livello di high school che di prep school, sono usciti vari giocatori che sono poi entrati in college di Division I e che sono arrivati anche in Nba (uno su tutti: Buddy Hield, guardia di Oklahoma e ora ai Sacramento Kings). Ma è una atmosfera bellissima perché si respira basket 24 ore su 24: passavo anche 5 ore al giorno in palestra o a lavorare con i miei compagni.

C’è stata una partita in particolare che ricordi?
Sicuramente la prima partita che ho giocato negli Stati Uniti! Siamo arrivati alla palestra dove dovevamo giocare, mi sembra in Oklahoma, dopo 12 ore di autobus. Abbiamo avuto appena il tempo di cambiarci e siamo scesi in campo: in America i tempi sono molto più ristretti. Per me, poi, era la prima volta con due tempi da 20 minuti e con regole di gioco molto diverse. Così, ad inizio partita, camminavo a caso per il campo quasi sperduto (dice ridendo). Ci sono voluti alcuni minuti prima di capire dove mi trovavo e realizzare che quello era il mio debutto negli Stati Uniti.

Un aneddoto legato a questo primo anno?
Certamente il Boot Camp. Come dice il nome, è davvero un preparazione stile marines. Sveglia alle 5 e 30 del mattino e dalle 6 alle 7 – se andava bene – corsa per tutto il campo da football con piegamenti, addominali, salti, scivolamenti. Con addosso le tute termiche, perché chiaramente sarebbe stato troppo facile fare preparazione all’interno. Il tutto un giorno sì e uno no, per cinque settimane. Ovviamente, dopo c’erano gli allenamenti individuali, i pesi e gli allenamenti di squadra serali. È stato davvero tosto! Ma lì capisci davvero di cosa sei capace.

Prima di iniziare la stagione al college, hai passato un po’ di tempo con tuo fratello a Denver dove ti sei allenato durante l’estate. Raccontaci questa scelta e su cosa hai lavorato.
In realtà, io durante l’estate mi alleno sempre con mio fratello: giochiamo uno contro uno (e ora vinco spesso) o mettiamo in piedi qualche partitella. Quell’estate in particolare, dopo la fine dell’anno scolastico, sono andato a Denver dove ancora giocava Danilo e mi sono allenato con lui e con un mio ex compagno di squadra, Mattia Cafisi, svizzero di Lugano con cui ho legato moltissimo sin dal primo giorno. Durante quei giorni ho avuto la possibilità di essere seguito anche dai preparatori dei Nuggets, cosa non da poco! Da lì sono tornato in Italia, ma ho passato l’estate a visitare i vari college e a far conoscere il mio nome.

E come ti ha aiutato questa parentesi in Colorado?
Soprattutto a capire meglio la maniera di intendere il basket in USA. Certo, ho lavorato molto sul fisico, ma mi è stato utile soprattutto a livello mentale.

Parlando di Danilo, sicuramente il nome di tuo fratello ha un suo peso. Tu come lo vivi? Senti o hai mai sentinto qualche pressione addosso?
È una domanda che mi fanno continuamente. Naturalmente è il giocatore a cui mi ispiro e che prendo come modello, ma in realtà Danilo è innanzitutto mio fratello, un punto di riferimento e non ho mai sentito la necessità di essere come lui. Siamo due persone diverse e due giocatori diversi, legati da un forte vincolo di affetto e di stima, ma mai in competizione. Ed è sempre stato così. Sono orgoglioso di quello che ha fatto e sta facendo.

E i tuoi compagni di squadra?
Sai come vanno le cose negli spogliatoi! Qualche “sfottò” ci sta (ride). Ma per loro sono Federico, un normale compagno di squadra.

Basket e famiglia sembrano essere i due pilastri della tua vita, è così?
Sì. Il tatuaggio che ho fatto l’estate scorsa ha proprio a che fare con questi due punti fondamentali della mia vita. C’è il Gallo che è il mio soprannome. Poi ci sono due rondini, che sono il simbolo della famiglia: nella pergamena che tengono nel becco ci sono scritte le iniziali dei nomi di mio padre, mia madre e mio fratello. E, di seguito il numero 9, il mio numero preferito. E poi naturalmente c’è il canestro.

Dopo l’esperienza alla Sunset Christian Academy, come mai hai scelto Rochester College, college della NAIA, tra le varie proposte che hai ricevuto?
Sì, effettivamente ci sono state varie proposte da vari college ma, come ho detto prima, l’aspetto scolastico è davvero importante per me. Rochester College mi proponeva la giusta combinazione: un buon college a livello accademico da un lato e un buon programma cestistico dall’altro. Non mi piaceva l’idea di andare in un college più blasonato a livello di basket, ma che mi avrebbe obbligato a studiare in corsi nei quali, a causa del numero elevato di alunni, i docenti a malapena sapevano chi ero. Qui a Rochester invece, ho potuto instaurare un rapporto personale con i vari prof e questo mi aiuta molto. E non dimentichiamo che da Rochester College è uscito Jon Horst, general manager dei Milwakee Bucks e che la NAIA (la National Association of Intercollegiate Athletics) è la seconda lega degli Stati Uniti.

La scorsa stagione avete vinto la USCAA I. Raccontaci la partita più bella o il ricordo più bello della stagione appena trascorsa.
È stata l’ultima stagione nella USCAA (la United States Collegiate Athletic Association) e quindi per noi aveva un sapore del tutto particolare. Dal prossimo anno Rochester College giocherà nella WHAC (Wolverine Hoosier Athletic Conference) e quindi tutte le altre squadre ci “odiavano” dato che ci vedevano come degli usurpatori e ci dicevano che non dovevamo essere lì e che non valevamo niente. Vincere è stata la nostra vendetta. Volevamo dimostrare a tutti di essere i più forti. E anche se non sono potuto entrare in campo e giocare, vincere il campionato è stata una bellissima emozione. Il primo anno in USA e arriva subito un torneo nazionale: è un’emozione che porterò sempre con me!

Non sei potuto entrare perché lo scorso anno sei stato un redshirt. Spiegaci come si vive questa situazione: è difficile allenarsi pur sapendo di non poter giocare in partita?
Eh già! (dice un po’ sconsolato). Funziona così. Innanzitutto non sei obbligato a farlo. Te lo propongono come un anno in più di college. Io, che guardo molto l’aspetto scolastico, ho accettato proprio perché in questo modo avrei avuto un anno in più e prendere un double major. Dal punto di vista cestistico invece non è facile, dato che ti alleni duro tutta la settimana e ti ritrovi a bordo campo a battere le mani e ad incitare gli altri senza poter scendere in campo e dare il tuo contributo. Ma ha anche i suoi vantaggi. Mi spiego: in una squadra ci sono due squadre, una rossa (la titolare) e una bianca, dove sono inseriti i più scarsi e i redshirt. La squadra bianca però ha la possibilità di allenarsi di più a livello individuale e di passare più tempo in palestra anche il giorno della partita (subito dopo aver fatto il riscaldamento). Una situazione ideale per me.

Il prossimo anno invece sarai in campo. Cosa ti aspetti e cosa invece coach Pleasant si aspetta da te?
Sì! Finalmente l’anno da redshirt è finito e non vedo l’ora di poter dare il mio contributo e di scendere finalmente in campo. Anche perché il college è davvero molto diverso dall’high school. Cosa mi aspetto? Sicuramente di avere dei minuti, pochi o tanti che siano. Sono un giocatore che può ricoprire tanto il ruolo di 3 che di 4 e giocare così sia da esterno che da interno. Il coach mi può usare per creare dei mismatch e quindi creare situazioni di gioco favorevoli per andare a canestro. Il coach punta proprio su questa mia versatilità per avere un gioco più flessibile e veloce.

Hai già dei programmi per l’estate?
Decisamente sì. Sono tornato in Italia da una settimana circa e prima di ripartire negli States voglio lavorare molto sul mio fisico – senza però perdere la mia velocità di piedi – e migliorare la capacità di palleggio Per il mio ruolo, avere una buona massa muscolare è fondamentale e quindi mi concentrerò molto su questo aspetto.

Hai già detto che il prossimo anno tornerai al Rochester College. Pensi di finire tutti i quattro anni? Hai già pensato a cosa fare dopo questa esperienza americana?
Anche se nella vita molte cose possono cambiare, sì, penso di voler fare tutti i quattro anni a Rochester College. Poi può essere che cambi pure squadra, ma sicuramente il mio desiderio è quello di continuare a giocare a basket anche dopo la fine di questa esperienza.

Hai un blog, “Boulevard of Big Dreams”, in cui racconti in maniera molto dettagliata la tua vita sia cestistica sia privata negli States. Come è nata questa idea?
Tutto è nato circa un annetto fa quando stavo per finire la Prep School. Un mio caro amico, Fabrizio, mi ha scritto per parlarmi di questa idea per The Basketball Post e mi sono detto “perché no”? In fondo a me piace leggere le esperienze degli altri giocatori in Usa e quindi ho pensato che anche la mia avventura (fatta di scuola e basket e curiosità) potesse risultare interessante ed essere di spunto per altri giovani giocatori.

Spiegaci anche il titolo. Quali sono questi “Big Dreams”?
Avevamo buttato giù vari nomi, poi mi è capitata sottomano la canzone dei Green Day, “Boulevard of Broken Dreams”, e il titolo è nato da solo. I Big Dreams sono vari e cambiano di anno in anno. All’inizio, il sogno era quello di poter andare a giocare negli States. Ora è quello di poter diventare un giocatore fondamentale della mia squadra. Nel futuro? Il mio sogno è quello di poter continuare a giocare ancora a basket. Che sia in Italia, in Europa o negli States, voglio semplicemente continuare a giocare.

Ci sono sempre più giocatori italiani che stanno pensando di intraprendere la strada del college americano, che consigli potresti dare loro? Iniziare già con l’high school potrebbe essere un valore aggiunto?
Penso che andare negli States durante le scuole superiori sia un’ottima scelta per chi sogna di giocare a basket ad alti livelli. Soprattutto adesso che è possibile fare il quarto anno delle superiori all’estero. Certo, venendo qui in Usa si perde qualcosa a livello scolastico ma, per quanto riguarda il basket, si ha la possibilità di lavorare molto a livello individuale e di migliorare in maniera esponenziale. Inoltre, noi italiani nelle giovanili maturiamo uno spirito di squadra e una capacità di lettura del gioco che negli Usa non hanno. Quello che si ottiene andando in America è un mix molto interessante che non è da sottovalutare. Quindi, se hai lo spirito del basket,  l’esperienza americana è un’esperienza che consiglio a tutti.

Un consiglio che ti senti di dare a chi è appena arrivato?
Io l’ho imparato un po’ tardi stando qui: anche se il tuo coach ti dice di passare e costruire il gioco, qui ti insegnano a tirare. Quindi, se volete venire qui, tenete a mente questa massima: quando puoi, tira!.