Vincere con solo due triple messe a referto, su 15 tentativi. Vincere con gli avversari che si aggiudicano la battaglia sotto i tabelloni per 46-39 con ben 22 rimbalzi offensivi. Vincere con il miglior giocatore della stagione che si ferma a 13 punti con 0/5 da tre. Michigan ha battuto Connecticut in una finale NCAA combattuta e nervosa mostrando un’altra faccia del dominio esercitato nel corso di tutta la March Madness.
UConn ci ha provato in tutti i modi, mettendo le mani addosso, giocando quasi al di sopra delle proprie possibilità, infilando triple assurde (come quella di tabella di Solo Ball nel finale), ma alla fine ha dovuto arrendersi a una Michigan semplicemente più forte, più tutto.
Cadeau trascinatore. Elliot Cadeau ha vinto il premio come most outstandig player della finale (mvp) perché è stato quello che ha garantito più costanza nel corso del match: 19 punti alla fine (quasi un terzo della squadra) con giocate decisive, recuperate fondamentali e una delle due triple della gara che ha dato una spallata decisiva agli avversari.
Lendeborg sotto tono, Mara fondamentale. Yaxel Lendeborg, la star annunciata, alla fine ha portato il suo contributo (13 punti con 4/8 ma 0/5 da tre) senza però mai incidere davvero sulla gara, probabilmente condizionato dall’infortunio a caviglia e ginocchio rimediato in semifinale. Ha pesato di più il contributo dello spagnolo Aday Mara, in lacrime tra le braccia dei genitori a fine gara, il cui tabellino registra solo 8 punti con 4 rimbalzi, ma la cui presenza sotto canestro ha sostanzialmente anestetizzato una delle principali armi offensive di Connecticut, ossia Tarris Reed.
Brutta sporca e cattiva. Non è stata una bella partita, manco per niente. Consapevole di essere più debole, UConn ha provato a metterla su fisico e intensità, riuscendo a reggere per quasi tutta la gara, anche perché per un po’ il tiro da fuori entrava solo agli Huskies (35 tentativi da 2 e 33 dall’arco con alla fine 9 triple segnate). Per stoppare l’attacco di Michigan sono serviti anche parecchi falli, che però si sono tradotti in 28 liberi concessi (massimo al Torneo) 25 dei quali sono stati segnati dai Wolverines. Il risultato è stata una partita contrassegnata dalle difese, piena di errori e con il gioco frammentato.
Dusty May il re mida. Il coach di Michigan è diventato uno dei più vincenti del momento. Dopo aver portato la piccola Florida Atlantic a due March Madness consecutive (e a una Final Four), è passato alla guida dei Wolverines portati in soli due anni al titolo NCAA. Oggi qualsiasi squadra lo vorrebbe sulla sua panchina, motivo per cui prima della finale ha spiegato che al momento non ha intenzione di allenare altrove, sgombrando il campo dalle ipotesi, North Carolina su tutte. May, con una campagna di transfer ad hoc, ha assemblato una squadra perfetta. Un’armata capace di dominare a lungo la stagione e soprattutto di riportare il titolo ai Wolverines, che lo aspettavano dal 1989 e che non erano riusciti a conquistarlo nemmeno dopo due finali dei famosi Fab Five. Grazie alla vittoria torna a sorridere anche la Big Ten, che non portava una squadra al titolo dalla Michigan State del 2000.

