É stata l’unica italiana a staccare il biglietto per la March Madness e ora Martina Fantini vuole ampliare il suo ruolo ad Arizona State. Dopo la prima stagione da cambio della lunga, ha appena trascorso un’off-season intera in negli Stati Uniti per prepararsi al meglio alla stagione che è alle porte. L’abbiamo intervista per conoscere i dietro le quinte di una stagione partita molto bene, quindici vittorie nelle prime quindici partite, e conclusa con qualche difficoltà.
Partiamo da una domanda tranquilla: l’America ha cambiato, migliorato o peggiorato il tuo rapporto con il basket. Com’è andato questo primo anno?
L’America mi ha fatto capire che devo mettere ancora più sacrificio e più lavoro nel basket, perché qui è una cultura completamente incentrata sul lavoro, sul sacrificio e sullo spingersi sempre oltre i propri limiti. Questo sì. Ma mi ha anche fatto imparare ad amarlo forse ancora di più, perché vedere sempre palazzetti pieni, vedere quante persone ti seguono, tifano per te e per la squadra, ti notano, ti scrivono, ti fermano per strada, è davvero bello.
Quindi c’è tanto seguito intorno al programma di Arizona State?
Sì, sì, tantissimo, anche perché abbiamo ribaltato quello che era il programma: prima dell’anno scorso avevano fatto solo dieci vittorie in tutta la stagione, mentre l’anno scorso abbiamo stabilito il record della scuola per vittorie consecutive, con quindici vittorie. C’è stata una crescita di seguito notevole dall’inizio alla fine dell’anno. Poi è un’università molto grande, considera che, tra corsi online e in presenza, conta 160mila studenti, quindi c’è molto seguito anche tra gli ex studenti laureati.
Allora partiamo a parlare della stagione, che ormai si è conclusa da qualche mese. È stata una bella stagione, come dicevi, con tanti successi e una striscia iniziale di vittorie che ha sorpreso un po’ tutti. Ma prima di entrare nel dettaglio, ti chiedo: a livello di energie, com’è stato l’impatto con una stagione del genere? È stato complesso abituarsi a quei ritmi e a questo tipo di gioco?
Sì, assolutamente. All’inizio è tutto un mondo da scoprire: nei primi due mesi impari qualcosa di nuovo ogni giorno, anche solo su come funziona la conference. Fino a un mese, forse due, prima del torneo NCAA non avevo ancora chiaro quali fossero i criteri per accedervi. Poi è sicuramente molto impegnativo, perché appena finisce la fase di conference hai due partite a settimana, voli in continuazione avanti e indietro, e in più hai l’università, con le stesse scadenze degli altri studenti, non te le prorogano. Quindi è impegnativo, ma anche molto soddisfacente: hai sempre l’adrenalina addosso.

Quindi finita la stagione è arrivato un bel sospiro di sollievo. Come si affronta l’off-season dopo otto mesi così intensi?
Le prime due settimane le abbiamo passate completamente libere, erano i primi di aprile, magari andavamo a tirare un po’ tra noi in palestra. Poi abbiamo ripreso con due settimane di allenamenti, e a maggio sono tornata a casa e ho staccato del tutto. Poi ho avuto l’opportunità di andare con il Green Team (la nazionale sperimentale che si è riunita a Capri a giugno ndr), quindi ho ripreso gradualmente ad allenarmi, e adesso quest’estate ci stanno spingendo davvero al limite.
Hai già notato il salto rispetto allo scorso anno?
Sì, perché l’off-season dello scorso anno non ero qui, ero con l’Under 20. Qui, in estate, lavorano davvero per prepararti, una cosa del genere in Italia non l’ho mai vissuta. È faticoso: alle sei e cinquanta sei già sul campo di atletica a correre con il cronometro, poi vai a fare pesi, un’ora e mezza, poi vai all’allenamento vero e proprio. È quasi militare, prendono molte cose dal mondo militare, per abituare anche la mente e renderti più forte mentalmente. Un po’ training da Marines, un po’ da giocatrice di basket.
Infatti, lo scorso anno, prima dell’Europeo, ti avevamo intervistata e ti spaventava un po’ l’idea di essere l’unica italiana, l’unica europea del gruppo. Com’è stato l’impatto una volta arrivata a Phoenix, sia a livello ambientale che tecnico? Cosa hai scoperto?
Guardando indietro, sono contenta di essere stata l’unica europea, perché questo mi ha permesso di conoscere molto meglio la cultura americana e i miei compagni di squadra. Se hai un’altra europea in squadra tendi a legare soprattutto con lei e quasi a isolarti, perché avete molte più cose in comune. Io invece sono riuscita a inserirmi bene nel gruppo, e penso che anche l’inglese abbia avuto un ruolo importante in questo. Fuori dal basket, poi, ho trovato un gruppo di italiani fantastico, c’è una ragazza che fa triathlon, e in generale una ventina di studenti “normali”, quindi ho comunque i miei momenti italiani: la domenica, per esempio, magari cuciniamo insieme.
Quindi c’è il pranzo della domenica anche a Phoenix?
Sì, sì, assolutamente. Ci siamo trovati anche per Sanremo, con amici, e cuciniamo insieme.
A Giugno, Fantini è stata selezionata dalla Nazionale Italiana per il Green Team. Di fatto una formazione piena di giocatrici NCAA
Com’è Phoenix? Hai detto che il campus è enorme, con tantissimi iscritti.
Fa caldo, fa molto caldo, da maggio ad agosto adesso ci sono quarantacinque gradi. D’inverno invece si sta benissimo: c’è circa un mese e mezzo in cui puoi uscire con la felpa, ma poco più di così.
Te l’aspettavi così, Phoenix? Ricordo che non avevi fatto nessuna visita, quindi avevi scelto un po’ a scatola chiusa.
Sono molto contenta, perché la zona universitaria, noi siamo un po’ a sud di Phoenix, in una zona che si chiama Tempe, è molto bella. È verde, nonostante siamo nel deserto, ed è molto curata: si vede che è una zona universitaria. Ci sono i monopattini elettrici, e c’è anche questo fiume artificiale intorno al quale hanno creato tutta una zona pedonale, come un parco: è molto bella. Downtown Phoenix, invece, ci sono andata solo per vedere le partite di WNBA: sono soprattutto palazzi, uffici, zona business. Se invece ti allontani un po’ verso Phoenix, la zona diventa un po’ più periferica, più case, e anche un po’ più pericolosa. La nostra zona, invece, è molto curata, potrebbe quasi sembrare l’ambientazione di un film americano..
Anche dai social si percepisce, durante l’anno, un gran clima di squadra con una coach piena di energia e tutte le compagne coinvolte. Com’è stato vivere quest’anno con questo approccio, con questa mentalità? Cosa hai capito, com’è andata?
È sicuramente un cambiamento radicale rispetto a come siamo abituati in Italia: qui è motivazione, motivazione costante. Ed è bello, perché ti fa venire voglia di allenarti anche nelle giornate no, e ti spinge a voler dimostrare sempre di più. Allo stesso tempo, però, porta anche una certa pressione, perché vedi quanto le persone tengono al fatto che tu vada bene, è un po’ un’arma a doppio taglio. Alla fine, però, sono estremamente contenta che sia così. La nostra allenatrice è molto energica, davvero brava da questo punto di vista: tiene tutte sulla stessa barca, vuole che siamo sintonizzate nel dare energia, oltre che nel riceverla. Mi ha insegnato molto, e penso che questo atteggiamento mi resterà: ho notato che sta diventando parte del mio carattere anche fuori dal campo, è una delle belle scoperte fatte in America.
Ultima domanda un po’ leggera, poi torniamo al basket: il team fa un lavoro social incredibile, e anche tu sei stata coinvolta in challenge varie. Com’è stato affrontare questa parte, che in America è comunque molto importante, mentre vi allenavate durante l’anno?
Direi divertente, perché è anche un modo per legare con le compagne e imparare qualche termine di slang americano. Sì, divertente.
Il momento più divertente?
Non saprei… l’altro giorno ci siamo messe a fare i palleggi legati al Mondiale di calcio, e non è finita benissimo, non so se lo pubblicheranno, perché è venuta piuttosto male.
Passiamo al lato basket: siete partite benissimo quest’anno, quindi vittorie su quindici. Com’è stato vivere i primi mesi di stagione, quelli di non-conference? Che tipo di squadra eravate, e come si vive un momento così, in cui tutto sembra filare liscio e le vittorie arrivano una dopo l’altra?
Io non avevo aspettative, perché non conoscevo il livello né della non-conference né della conference, e la squadra era nuova: quindi ogni vittoria mi rendeva felicissima, perché non sapevo cosa aspettarmi dopo. Erano tutti molto contenti di quell’inizio, anche perché sulla carta non eravamo una squadra di cui si parlasse come possibile finalista. Penso che questo ci abbia aiutato molto, perché ci ha dato fiducia, ed è tornata utile più avanti, in partite che contavano di più per la vittoria.
Qual è la differenza tra non-conference e conference? Anche per voi le partite di gennaio e febbraio pesano di più?
Molto di più, sì. Per esempio, io gioco nella Big 12, che è una conference piuttosto fisica, quindi già il livello di intensità si sente parecchio. E poi, ovviamente, le partite di conference hanno un peso notevole, perché magari giochi contro squadre con cui ti giochi anche l’accesso al torneo NCAA.
Alla quinta partita — me la sono segnata — c’è stato uno dei momenti più iconici non solo della stagione femminile, ma di tutta la stagione NCAA dello scorso anno: il buzzer beater della tua compagna Marley Washenitz. Dove eri quando è successo?
Ero in panchina. È stato folle, davvero fuori di testa — in quei momenti sembra proprio che gli dei del basket vogliano che tu vinca. Anche lei non se lo aspettava minimamente: eravamo già pronte per l’overtime.
Momento iconico. Qualcuno ha immortalato quel canestro da qualche parte?
Sì, noi abbiamo uno Student Athlete Center, e all’ingresso c’è una specie di Hall of Fame con cimeli di tutti gli sport: per esempio ci sono le scarpe di James Harden, e la stessa cosa vale per il nuoto, con delle teche dedicate. Hanno messo anche una maglietta legata al nostro record di squadra, e c’è la foto di quel canestro incredibile.
Quindi è già entrato nella storia di Arizona State.
Sì, hanno fatto anche le magliette con lei. C’è del vero e proprio merchandising in giro. Trasformano tutto in pubblicità
Ci raccontavi della Big 12, una conference molto fisica: com’è stato quel passaggio, da un inizio perfetto — quindici vittorie su quindici, molto entusiasmo — a una delle migliori conference del paese, molto dura, chiusa comunque con un record di nove vittorie e nove sconfitte che vi ha comunque garantito l’accesso al torneo? Com’è stato quel cambio di passo, quando le cose hanno iniziato a farsi più difficili?
Secondo me lo abbiamo sentito soprattutto in un aspetto specifico: abbiamo sempre avuto un problema con il terzo quarto. È come se, all’intervallo, staccassimo un po’ la testa, pensando di avercela già fatta, e il terzo quarto ne risentiva sempre. Questo forse è ciò che abbiamo pagato di più nel passaggio dalla pre-conference alla conference: nella pre-conference sapevamo di imporre il nostro gioco e potevamo permetterci di essere più tranquille, mentre in conference la competitività è molto più alta, il livello sale e nessuno molla. Quindi forse è stato soprattutto un problema mentale. Alla fine, comunque, penso ce la siamo cavata egregiamente: abbiamo perso due partite che non avremmo dovuto perdere, ma ne abbiamo vinte altrettante che non avremmo dovuto vincere, quindi alla fine è andata bene.
9-9 in Big 12 è comunque un risultato giusto?
L’obiettivo era arrivare a dieci vittorie, che ci avrebbero garantito quasi sicuramente l’accesso diretto al torneo. Ma alla fine al torneo ci siamo arrivate comunque.
Dal tuo punto di vista personale, com’è andata questa stagione? Hai sempre giocato, il che non è scontato — vedendo anche altre tue amiche e colleghe che giocano in America, spesso al primo anno c’è un periodo in cui non si gioca affatto. Tu invece sei sempre scesa in campo, magari con minuti variabili. Come senti che il tuo gioco sia migliorato quest’anno?
Nella prima parte dell’anno, anche in pre-conference, giocavo abbastanza, anche dieci, quindici minuti. In conference, invece, penso di aver pagato soprattutto sul piano fisico, ed è proprio su quello che sto lavorando quest’estate. L’allenatrice ha scelto di giocare con rotazioni molto ristrette, e lo capisco: se sei sulla cresta dell’onda, con tutta l’attenzione mediatica addosso e stai stabilendo dei record, è difficile inserire le matricole in campo. Sono comunque contenta, perché mi sento migliorata: qui il gioco è completamente diverso, molto più veloce e dinamico, e sento di essere sempre più dentro questo meccanismo. L’impatto più grande, però, è stato quello fisico: qui devi fare tutto con più forza, perché i corpi sono grossi, alti quanto te e anche più larghi, è quello su cui bisogna lavorare.
Sei riuscita un po’ a evolvere verso un ruolo più perimetrale? Ricordo che l’anno scorso ne parlavamo, era uno dei tuoi obiettivi: ampliare il raggio di tiro. Sei riuscita a lavorarci, magari non tanto in campo, ma fuori?
Sono riuscita a lavorare sul tiro in palestra, in diverse situazioni davanti al canestro, ma in partita purtroppo non ho avuto molte occasioni. Spero di riuscirci di più quest’anno.
Arriviamo alla Madness, l’obiettivo di tutti quanti. Avete dovuto sudarvi l’accesso, e forse arrivare così rende tutto ancora più bello. Prima di tutto, ve l’aspettavate? Pensavate di rientrare nel tabellone?
Ti racconto come funziona: in diretta su ESPN annunciano tutte le squadre qualificate, e noi eravamo lì, tutte insieme in sala, ad aspettare. Speravamo di esserci, ma ci hanno chiamate come sessantottesime — le ultime. Guardavamo il tabellone aspettando di vederci comparire, e niente, passavano avanti. Fino all’ultimo nome. Io mi sono girata e ho visto gli allenatori guardarsi tra loro, e poi finalmente è arrivato il nostro nome, per ultimo.
Si sente, durante l’anno, questa attenzione verso la Madness? Cioè, oltre alla non-conference e alla Big 12, se ne parla molto, è un obiettivo dichiarato?
Si parla praticamente solo di quello. Ogni vittoria viene collegata all’obiettivo di arrivarci — per esempio, dicevano che dovevamo assolutamente vincere contro le squadre “quotate” (ranked), perché eravamo l’unica squadra a non avere ancora una vittoria contro di loro, e in casa non potevamo permetterci di perdere. È tutto incentrato su quell’obiettivo.
Quindi gli allenatori vi puntano molto anche a livello motivazionale, usandolo come leva. Ho notato che avete perso diverse partite punto a punto, compresa quella contro Virginia — mi raccontavi dei problemi del terzo quarto: forse anche nei finali vi mancava un po’ di energia, di punti nelle mani?
Sono d’accordo. Quest’anno secondo me abbiamo più punti nelle mani, perché abbiamo anche due tiratrici in più, che ci mancavano — una tiratrice vera e propria. E forse ci mancava anche un po’ di sintonia di squadra: era il primo anno insieme, e in quei momenti finali serve proprio quell’armonia che ti permette di tirarti su tutti insieme, di unirvi. Ma comunque tante partite punto a punto le abbiamo anche vinte, quindi va bene così.
In stagione hai avuto anche due derby, giusto? Uno contro McNeese, con Laura Toffali, l’altro contro Candy Edokpaigbe a San Francisco. Com’è stato affrontare due connazionali in America?
Bello, divertente — con Candy alla fine ci siamo anche fermate a parlare. È sempre bello vedere come si è adattato il loro gioco, come giocano lì rispetto a quando giochiamo insieme in Nazionale.
Arriviamo un po’ all’off-season: sappiamo che ogni off-season è particolarmente complicata per gli allenatori, con il Transfer Portal che rimescola le squadre. Tu invece sei rimasta — ti sei mai fatta tentare dal Portal, oppure avevi già scelto Arizona State e non aveva senso cambiare?
Non ho mai pensato al Portal. Ho aspettato di parlare con loro, ma ero fiduciosa: entrambi volevamo la stessa cosa. Il primo anno è sempre un anno di adattamento, e te lo dicono già prima di arrivare. Quindi anche se ho giocato poco, ho voluto dare fiducia al processo in corso: mi sono trovata molto bene sul piano umano, fuori dal campo, e il posto mi piace molto, quindi sono serena. Penso siano buone basi per provarci anche in campo: come dicono loro, “trust the process”.
A fine stagione ogni giocatrice ha un colloquio individuale per capire se resta o no, giusto?
Sì, ti dicono se vogliono tenerti, quale sia il loro piano per te, oppure se preferiscono di no. La borsa di studio, comunque, te la garantiscono sempre: anche se non ti vogliono più in squadra, non possono negarti il diritto allo studio. Però ti spiegano chiaramente le condizioni — per esempio, se non giocheresti — e poi sta a te decidere cosa fare.
Quindi sei rimasta. Com’è cambiato il roster rispetto allo scorso anno? So che c’erano diverse senior nel quintetto titolare.
Dopo questa settimana, questi dieci giorni di allenamento, la squadra mi sta piacendo molto. Abbiamo due playmaker pure, cosa che ci mancava, giocatrici che sanno far girare la palla e portano punti nelle mani. Penso che saremo più complete, con più soluzioni offensive: l’anno scorso la palla finiva sempre nelle mani delle stesse giocatrici, quelle con più punti. A questo livello serve comunque avere chi ti fa venti punti, ma se tutta la squadra riesce a contribuire, il punteggio complessivo sale. Mi sta piacendo molto questa squadra.
Ti trovi meglio rispetto all’anno scorso?
Sì, meglio, a parte un po’ di pressione iniziale: sai già cosa aspettarti, quindi sei più serena, sai cosa vogliono gli allenatori — tornare in una squadra in cui sei già stata è più facile da diversi punti di vista. Mi sto trovando bene, anche perché per ora sono tutte disposte al dialogo in campo, cosa importante, ovviamente parlo dei primi dieci giorni, poi quando inizia la stagione le cose cambiano un po’.
L’anno scorso eri tu la nuova arrivata, che doveva scoprire tutto e fare domande. Ora, senza dire che ti senti una leader o una veterana, capita che sia tu a dover spiegare certe cose dell’ambiente alle nuove arrivate?
Sì, anche perché è un ambiente in cui vogliono che tutte si comportino in un certo modo, con una terminologia specifica: vogliono sempre un atteggiamento propositivo, attivo, proattivo, che tu parli, che comunichi, che tu faccia questo e quello. Quindi, dato che noi ormai sappiamo cosa fare, aiutiamo le altre perché al primo impatto è normale pensare “quante cose devo imparare, cosa devo fare?” — ma poi, piano piano, diventa naturale.
Quindi sei già quasi una tiratrice. Cosa ti aspetti dalla prossima stagione? Mi dicevi che parte del calendario è già definita, poi c’è la Big 12, ma iniziate già a capire cosa volete ottenere l’anno prossimo, anche a livello personale? Che tipo di impatto vuoi avere?
A livello di squadra, credo che l’obiettivo sia arrivare almeno agli ottavi di finale del torneo, è quello che sento dire dagli allenatori che hanno costruito la squadra. A livello personale, vorrei riuscire a dare più impatto, più costanza, far sentire di più la mia presenza in campo, che sia lei a farmi giocare uno, cinque o dieci minuti, quello non posso controllarlo, ma voglio essere più incisiva, sapendo come farlo. Ho già fatto un anno in cui ho capito cosa devo migliorare, ci sto lavorando, e vediamo se a ottobre il lavoro fatto quest’estate darà i suoi frutti. Spero di sì.
Allora, obiettivo per la prossima intervista: arrivare alla March Madness con quindici-venti minuti di media e un buon impatto in stagione. Che ne dici?
Siamo positivi, dai. Comunque, senza mettere troppa pressione, è una delle squadre più forti che abbiamo avuto, sono solo ottimista.
