Quote by Murray studia da leader a Denver

I Denver Nuggets sono una delle più affascinanti squadre Nba “in ricostruzione”. L’attenzione cade spesso su nomi più altisonanti come quelli di Lakers o Timberwolves, o su progetti considerati oltraggiosi o innovativi a seconda dei punti di vista, come quello di Philadelphia. Se poi si aggiunge che i Nuggets non sono rilevanti neanche nel Colorado, secondi per importanza con ampio distacco dietro i Denver Broncos, si capisce come questa squadra passi relativamente inosservata. Ma negli ultimi anni la dirigenza ha azzeccato una serie di mosse e collezionato talenti in quantità tale da far impallidire molte altre squadre. E così già oggi risultano molto più completi in ogni reparto dei più celebrati 76ers e Timberwolves. Mancano solo di una futura star, di un talento intorno al quale costruire la squadra. O forse il sovraffollamento impedisce di sfruttarne uno a dovere. Quella dei Nuggets non è necessariamente incapacità manageriale, è sovrabbondanza di giocatori che implica la necessità di dover prendere decisioni prima di quanto sarebbe altrimenti necessario.

Partiamo dal settore guardie, con tre giocatori scelti al primo giro a lottare per due maglie da titolare. Jamal Murray è stato selezionato alla #7 lo scorso giugno, e John Calipari, coach di Murray a Kentucky, con la sobrietà che lo contraddistingue, ha dichiarato che “i Denver Nuggets hanno appena selezionato la steal del draft”. È bastato poco perché si scatenasse l’hype in favore di Murray titolare, davanti a Mudiay, che veniva da un anno deludente come quinta scelta assoluta ed era già stato etichettato come “bust”.

La partenza dell’ex Kentucky è stata da brivido: 0-17 al tiro nelle prime quattro gare e un evidente problema di adattamento che lo ha portato a perdere fiducia e commettere errori anche in altre fasi del gioco. Si è sbloccato nella partita persa contro Detroit, e da lì è tornata la fiducia, i tiri sono entrati nel canestro e non si è più fermato. A oggi, se non altro nel settore guardie, coach Mike Malone sembra aver trovato un equilibrio nella rotazione, e preferisce far uscire Murray dalla panchina accanto al veterano Jameer Nelson. In questo ruolo da “sesto uomo”, giocando 22 minuti scarsi a partita, la guardia sta dimostrando molto del suo talento. Si prenda come esempio, la prova mostruosa contro Philadelphia di pochi giorni fa, chiusa con 22 punti, di cui 17 in poco più di 13 minuti di gioco tra primo e secondo quarto. Il suo contributo ha tenuto letteralmente in piedi una squadra che altrimenti sarebbe andata alla deriva sotto i colpi dei lunghi dei 76ers (Embiid, Saric e Ilyasova) e di Sergio Rodriguez. L’autorità e la naturalezza con i quali ha messo in piedi questa prova lasciano ben sperare, anche se è arrivata contro una squadra non certo irresistibile.

 

Jameer Nelson è il mentore perfetto per Murray, e lo si vede spesso andare alla ricerca dell’assist quando divide il campo con l’ex Kentucky, un rapporto maestro-allievo quasi commovente per due giocatori simili. Ovviamente, viste le prestazioni dei due, sono in molti a volere Murray PG titolare al posto di Emmanuel Mudiay, che non ha fatto i miglioramenti sperati durante l’estate e che è spesso dannoso per la squadra. Il play congolese ha lampi di bel gioco, specialmente quando attacca il ferro e cerca la conclusione, ma non ha migliorato le letture: tende ancora a penetrare a testa bassa, ignorando compagni liberi per conclusioni comode, e capita di vederlo arrivare vicino al ferro e perdere malamente il pallone contro una difesa collassata su di lui. Inoltre, il suo tiro da fuori è persino peggiorato in questa prima fase di stagione, arrivando al 27.5% da tre. Le difese avversarie sono ben contente di concedergli jumper dalla media e tiri da tre, proteggendo invece il pitturato dal suo atletismo.

 

Quando però è in serata Mudiay riesce a essere micidiale sia in fase realizzativa sia in fase di distribuzione, come è successo nella vittoria contro i Phoenix Suns e nella sconfitta contro gli Oklahoma City Thunder.

 

Il problema per coach Malone sarà decidere come gestire le rotazioni quando tornerà Gary Harris, che fino all’anno scorso era la miglior guardia a roster e che ha già dimostrato di meritare un posto da titolare. Il ragazzo dovrebbe essere ormai prossimo al rientro, e il suo 35.4% da tre della scorsa stagione sarà molto utile alla squadra che, con lui e Murray in campo, si troverebbe una coppia di guardie capaci di tirare intorno al 38% da tre, allargando finalmente il campo per i lunghi e gli esterni.

Il vero “buco” a roster, l’unico reparto ricco di veterani, è proprio sulle ali, con il solo Juan Hernangomez (tra i giovani) a poter occupare il ruolo di ala piccola. Lo spagnolo ha cominciato ad adattarsi alla lega, e quando gli è stato dato il compito di limitare Kevin Durant, nella partita in casa contro i Golden State Warriors, ha risposto presente. “Juancho” ha chiuso con 11 punti e 9 rimbalzi in 30 minuti in un’ampia e prevedibile sconfitta, ma ha davvero messo in difficoltà Durant nella seconda metà di gara, limitandolo a 18 punti complessivi e a un “misero” 50% dal campo (Durant in stagione viaggia al 56.5%) e soprattutto, evitando che l’ex Thunder guadagnasse troppi viaggi facili in lunetta. Battesimo del fuoco più che riuscito, da allora sta in campo circa 15 minuti di media.

La grande curiosità dell’estate era la gestione della coppia Jusuf NurkicNikola Jokic. Il primo, centro di 213 cm per 127 kg, aveva impressionato nel suo anno da rookie per capacità fisiche e potenziale tecnico. L’infortunio al ginocchio lo ha tenuto lontano per quasi tutto il suo anno da sophomore, anche per problemi fisici in fase di riabilitazione, soprattutto di peso e in larga parte dovuti alla frustrazione di aver perso il posto da titolare in favore di Jokic, giocatore molto diverso per caratteristiche fisiche (208cm per 113 kg), atletiche (il grande vantaggio di Nurkic è proprio l’esuberanza fisica) e tecniche. Jokic ha mani sopraffine e grande visione di gioco, può segnare fronte a canestro dalla media e lunga distanza o arrivare al ferro ma è molto più pericoloso quando è lui a gestire il gioco dal gomito. Inoltre, difensivamente riesce a essere sempre presente a rimbalzo e a difendere efficacemente il pick&roll, ha grande senso della posizione e riesce a muoversi in un contesto difensivo coordinato. Jokic e Nurkic sono simili, più flessibile e con il più ampio bagaglio tecnico il primo ma limtato atleticamente, mentre il secondo fa del fisico il suo punto di forza.

 

L’esperimento di farli giocare assieme è fallito, e anche coach Malone ha deciso di abbandonare il tentativo dopo neanche 20 partite. Ma in questo momento, e con questo roster, i due soffrono la presenza l’uno dell’altro, anche perché non ci sono vere gerarchie a causa del rendimento improvvisamente incostante di entrambi. Jokic l’anno scorso fu il terzo miglior rookie della lega, dietro Towns e Porzingis, e qualcuno sosteneva che potesse arrivare a quel livello. Le proiezioni numeriche basate sul rendimento del primo anno mostravano che Jokic poteva arrivare molto vicino ai due. La decisione di interrompere l’esperimento è stata anche conseguenza della richiesta di Jokic di partire dalla panchina, per migliorare il rendimento di entrambi i centri. I Nuggets hanno un sovraffollamento che non può essere risolto solo con una distribuzione diversa dei minuti in campo.

 

Come se non bastasse, Malik Beasley ha fatto finora solo qualche comparsata in prima squadra (miglior partita nella sconfitta contro gli Warriors, 12 punti in 15 minuti di garbage time) e, con il ritorno di Harris, vedrà ridursi i minuti a disposizione. I Nuggets non hanno obiettivi particolari in questa stagione e le loro 8 vittorie e 13 sconfitte li tengono in linea con le previsioni. I più ottimisti li vedevano in lotta per i playoff, ma era un’aspettativa utopica. La cosa migliore che potrà succedere a questa squadra è una trade, a stagione in corso o il prossimo giugno, per stabilizzare il roster e scatenare il talento a disposizione. Incluso quello in arrivo nella lottery 2017.