Patrizia Paoletti Tangheroni è stata ed è molte cose. Ricercatrice e consulente dell’Unione Europea e di numerose agenzie dell’Onu, parlamentare per due legislature e candidata sindaco di Pisa, docente e presidente di Fondazioni, mamma e nonna.
Nate Ament è uno dei migliori freshman del college basket, ala di 2.08 di Tennessee, sarà sicuramente una scelta da lottery nel prossimo draft Nba e potrebbe anche giocare con la nostra nazionale.
Perché il talento dei Vols ha il passaporto italiano? Patrizia Paoletti Tangheroni è anche la risposta a questa domanda.
CLICK HERE FOR ENGLISH VERSION
Dall’Egitto al Ruanda, una vita per l’Africa
“Non lo so“, risponde ridendo quando le chiediamo quanti paesi africani ha visitato. Ma ce ne sono alcuni che hanno chiaramente segnato la vita di Patrizia Paoletti Tangheroni, a partire dall’Egitto dove è nata e dove ha vissuto fino a quando il presidente Gamal Abdel Nasser nel 1956 nazionalizzò la Compagnia del Canale di Suez, cacciando le imprese straniere che vi facevano parte e avevano contribuito a costruirlo, compresa quella della famiglia Paoletti che da quattro generazioni viveva a Il Cairo.
Arriva quindi in Italia, a Pisa dove suo padre aveva studiato veterinaria, si sposa con Marco Tangheroni, professore universitario e storico del medioevo, e per seguire il padre impegnato in un progetto di zootecnia dell’Unione Europea, va nella Repubblica Centrafricana: “Mio padre capì che sarei andata per conto mio – racconta Patrizia -, ho viaggiato per il paese attraversando villaggi e zone che non avevano mai visto un bianco, tra persone che avevano paura di me. E so benissimo qual è stato il momento in cui mi sono innamorata dell’Africa e ho deciso che dovevo fare qualcosa per la sua gente. Ero finita in una missione belga in mezzo ai bantu, c’era un albero di mango con i bambini che si arrampicavano per prendere i frutti ma, appena mi hanno vista, sono scappati via mentre le loro madri si sono messe a ridere e hanno iniziato a parlare con me. Quel giorno ho capito che quella gente l’avrei amata come nessun altro esperto mai”.
Dal Ciad al Niger, dal Burkina Faso al Mali, da Capo Verde al Burundi, Patrizia gira tutto il Sahel lavorando come consulente di varie agenzie dell’Onu, come la Fao, l’Unicef e l’Unesco, “e ho la grande fortuna di avere successo nel mio lavoro. Leggevo molto e la cosa più importante è parlare con le persone nei villaggi, cercare di capire di cosa hanno bisogno e cercare anche di tenerli al riparo dalle decisioni folli di funzionari bianchi che stanno a Ginevra o a Bruxelles e che non sanno nulla dell’Africa”.
E a proposito di decisioni folli prese dall’Occidente, il Ruanda è probabilmente l’esempio più tragico di colonizzazione del ‘900 con chiare colpe del Belgio e della Francia – e dell’Onu – nel processo che porterà al genocidio dei Tutsi. E’ in una “situazione di fortissima discriminazione etnica” che Patrizia arriva in Ruanda nel 1986, questa volta come consulente dell’Unione Europa per la costruzione di una scuola nel Kicukiro District, alle porte di Kigali. “Ho scelto una casa che fosse ai limiti della capitale – spiega -, vivevo nell’ultima casa dei bianchi e vicino a me c’era la prima capanna degli africani. Ci abitava una donna fuori dal comune che ammiro moltissimo, figlia unica del primo ministro dell’ultimo dei re watussi. Siamo diventate amiche, per come possono esserlo una consulente internazionale e una gran dama dell’aristocrazia watussa. E mi ha fatto capire più lei del Ruanda che tutti i consulenti dell’Onu”.
“Non so fare niente, ma posso imparare”
Godelive Mukankuranga ha 16 anni quando bussa alla porta di Patrizia. E’ la figlia della sua vicina di casa, non va a scuola e non ha niente da fare. “Vorrei avere un lavoro”, dice. “‘Cosa sai fare?‘, le chiedo. E lei mi dà una risposta che ha cambiato per sempre le nostre vite: ‘Non so fare niente, ma posso imparare‘”, ricorda Patrizia. Che le affida la gestione del personale e tutta l’amministrazione del progetto “per finta, perchè in realtà le tenevo io, ma lei ha scoperto comunque che pagavo la gente come i ministri…”.
Un giorno le dà il suo computer e la lascia da sola per inserire dei dati. Quando torna, vede che Godelive ha fatto tutto il lavoro alla perfezione: “Sono andata subito da sua madre e le ho chiesto perchè non la faceva studiare. Mi ha portato tutte le sue pagelle, era la prima della classe ma non poteva più andare a scuola perchè era una tutsi. L’unico posto dove poteva farlo era nella scuola dei belgi dove la retta era altissima. Allora ho chiamato mio marito e abbiamo deciso che l’avremmo portata in Italia”.
Alla fine degli anni ’80, Godelive è la prima ragazza ruandese adottata dalla famiglia Paoletti Tangheroni, due anni dopo arriverà sua cugina Beatrice e per ultima Yvonne, la più piccola delle sue sorelle che ha una storia incredibile raccontata in libri e documentari, con un anno e mezzo passato nel campo profughi di Goma, in Congo, ma con il lieto fine.

Yvonne, Patrizia e Godelive
Tra le centinaia di migliaia di persone uccise dagli Hutu ci sono anche la madre, un fratello e due sorelle di Godelive, che torna in Ruanda nel 1995 con sua cugina al termine del genocidio dei Tutsi, dopo essersi diplomata e aver già iniziato a lavorare come infermiera a Pisa e poi in un ospedale a Firenze.
Parla italiano, ha passaporto italiano, è ormai una cittadina italiana a tutti gli effetti ma, dopo aver ritrovato Yvonne e aver portato in Italia anche Apolline, un’altra sorella, torna per lunghi periodi in Ruanda lavorando in missioni dell’Unicef come infermiera. Si considera una ‘lucky one’ e vuole fare tutto il possibile per il suo paese.
Il gigante e ‘la pazzeria’
Nel 1998, arriva il secondo incontro che cambia la vita di Godelive. In Ruanda lavora anche Albert Ament, nato nel Michigan da una famiglia di origini irlandesi. E’ alto più di due metri e, dopo una brillante carriera giocando a basket in Division II con la Wayne State University, decide di partire per l’Africa, insegnando inglese e francese.
“E’ il suo grande amore, un gigante irlandese che è davvero una bravissima persona. In Italia è ovviamente diventato Albertone, si sono sposati mille volte – ricorda Patrizia ridendo – in Ruanda, in Italia, in consolati vari e poi è nato il primo figlio Emmanuel, hanno vissuto due anni a casa mia e intanto Albertone sistemava le cose in America dove sono poi andati”.
E’ nato quindi a Pisa Emmanuel, detto Manny, ma la vita della famiglia Ament si sposta a Manassas, in Virginia. La partenza dall’Italia “è stata uno strappo al cuore e poi Godelive non sapeva una parola di inglese e infatti ha iniziato a lavorare in un ristorante italiano, mentre ridava tutti gli esami per fare l’infermiera negli Stati Uniti“, prosegue Patrizia.
Intanto la famiglia Ament si riempie di figli maschi, perchè nascono anche Alexander, Frederick e per ultimo Nate.

Patrizia con Nate in braccio e Frederick
“Albertone vuole parlare italiano perchè lo ha imparato in Ruanda lavorando con una ong italiana, e chiama la sua famiglia ‘la pazzeria’. Sono simpaticissimi e felici, sono tutti cresciuti nell’allegria”, racconta Patrizia diventata nonna Titti. Sia chiaro però, in una casa con 5 maschi a comandare è Godelive: “Godi è bravissima e rigidissima, sono tutti super educati e molto religiosi. E’ lei l’elemento portante della famiglia”.
Nate il watusso
E’ grazie a Godelive che tutti i suoi figli hanno il passaporto italiano perchè nel nostro ordinamento basta un genitore per trasmettere la cittadinanza in base allo iure sanguinis. E all’Italia, Godevile è sempre rimasta “legatissima”, come spiega Patrizia e come spiega lei stessa: “Everything I have is from Italy”. “Ha sempre continuato a venire in Italia e un giorno sì e un giorno no ci sentiamo, a volte la chiamo solo per sentire la sua risata che è meravigliosa. E’ venuta anche per festeggiare i suoi 50 anni e poi, fino al Covid, io passavo un mese da loro in Virginia per Natale”.
Nel dicembre del 2006 è nato Nate “e sono andata con le sorelle di Godi al suo battesimo”, mentre lui è venuto una sola volta in Italia. Per tre volte, è andato invece in Ruanda, l’ultima la scorsa estate assieme a nonna Titti.

Patrizia, Nate e Godelive all’aeroporto di Kigali la scorsa estate
“Non vedo le partite ma seguo tutti i risultati, le ho segnate sul calendario e so quando Nate gioca. Ma non glielo dico – spiega sorridendo – perché non voglio creargli nessuna pressione e nessuna tensione. Sa che lo seguo, gli voglio molto bene, e poi lui è un bravissimo ragazzino molto sereno”.
E anche in una stagione di alti e bassi per Tennessee, Nate sta confermando le attese con 16.2 punti e 6.4 rimbalzi di media, nonostante il tiro da 3 fatichi a entrare e qualche chilo ancora da aggiungere: “Ma è fatto così, il dna è il dna. E di certo le ossa non gli si rompono, è watusso!”, replica Patrizia che spegne le speranze di vedere un giorno Nate in campo con la nazionale italiana con una considerazione tanto vera quanto purtroppo decisiva: “Credo che il basket sia più importante negli Stati Uniti, in Italia non è come il calcio”.
Ma dove giocherà Nate è solo un dettaglio in una storia che Patrizia vuole chiudere con l’insegnamento più grande che ha avuto: “Non è vero che è difficile adottare persone che vengono da una cultura lontana, anzi, è facilissimo: basta rispettare la loro famiglia e da dove vengono. Noi non abbiamo mai pensato di dare qualcosa a Godelive, abbiamo sempre pensato che lei desse a noi”.


