Il basket giovanile in America non è solo NCAA. Junior College, Community College e circuiti come il NAIA offrono molte altre possibilità a giocatori italiani che vogliono affrontare l’esperienza americana continuando gli studi. Lorenzo Ceffoli è uno di questi: guardia, scuola Bassano, è partito ormai due anni fa in direzione Stati Uniti dove ha giocato addirittura in due circuiti differenti, prima JuCo e poi NAIA.
L’abbiamo intervistato per scoprire un mondo diverso, che sta meno sotto i riflettori, ma che rappresenta altrettanto bene il mondo dei college americani.
Lorenzo, partiamo dagli inizi: da piccolo sei andato a Verona, poi hai giocato a Bassano, ora stai in America. Come ti sei approcciato al basket?
Ho iniziato a giocare per la Scaligera Verona, la prima squadra della mia città, inizialmente attirato dalla passione di alcuni miei amici e della mia famiglia; sono sempre stato un grande appassionato! Da piccolo (verso i 5 anni) ho iniziato con il calcio, ma mi sono presto stufato; quando ho compiuto dieci anni ho iniziato col basket. Mi piaceva la velocità e la dinamicità del gioco. Ho cominciato un po’ per caso a metà stagione, con il minibasket, ma a fine anno avevo fatto la mia scelta. Il basket era il mio sport.
A Verona sei rimasto fino a che età?
Ho fatto tutta la trafila delle giovanili fino all’Under 17, dove da capitano nell’ultimo anno abbiamo raggiunto le Finali Nazionali. Alla fine dell’anno è arrivata l’opportunità di giocare a Bassano, un vero programma di sviluppo, dove ho fatto due anni.
Qual è stata la scintilla che ti ha fatto dire: questo è il gioco che rappresenterà la mia vita?
Come ho detto, sono sempre stato appassionatissimo fin da piccolo. La scintilla vera è scattata quando ho iniziato a guardare le prime partite di Steph Curry e Kobe Bryant, i miei due idoli. Quando ho cominciato a seguire l’NBA loro sono stati i miei due punti di riferimento. E’ partito tutto in modo molto naturale: con i miei compagni a scuola giocavamo durante la ricreazione, ed è stato amore a prima vista. Non so come spiegarlo.
Dalla foto profilo di Whatsapp a Instagram, c’è sempre Kobe. Cosa hai cercato di prendere da lui e quali sono i tuoi riferimenti in campo oggi?
Sul campo sono un giocatore che si ispira di più allo stile europeo. Guardo moltissima Eurolega, o comunque cerco di guardarla il più possibile, e tanto College basket, che si avvicina di più allo stile europeo rispetto all’NBA. Oggi raramente guardo l’NBA. I miei punti di riferimento sono sempre stati giocatori di stampo europeo: Campazzo ad esempio mi piace tantissimo, ma anche Teodosic o Alessandro Pajola, un giocatore che ho sempre seguito con piacere. Sono andato a vederlo un paio di volte — mi è sempre piaciuta molto la Virtus, anche perché mio papà è tifoso bianconero. Di Kobe mi ha sempre colpito la sua dedizione, la sua mentalità, la sua determinazione, la sua etica del lavoro.
Com’è stato andare via di casa per la prima volta a 17 anni?
Andare via di casa presto non è mai facile. L’ambientamento a Bassano è stato abbastanza complicato, specie all’inizio, ma devo dire che poi ha funzionato tutto bene. E’ un’esperienza che ti aiuta sicuramente a crescere. Il primo anno è stato il più difficile, ma dal secondo ho costruito qualche relazione in più all’interno della foresteria con i ragazzi. È stato tutto più facile, ed in più l’opportunità di giocare regolarmente in Serie C con Schio mi è servita tantissimo: mi ha dato tanta visibilità, tanti minuti e ha facilitato di sicuro l’ambientamento.
Molti ragazzi che ora sono in America sono passati per Bassano, Stella Azzurra, Borgomanero, posti che ricordano un po’ l’ambientazione college: si vive insieme, si studia insieme, si gioca insieme. Tra Bassano e il tuo viaggio in America è cambiato qualcosa, o eri già abituato a vivere la pallacanestro in quel modo?
Hai perfettamente ragione. Lo stile di Bassano è molto simile a quello del College: come è strutturata la foresteria, come è organizzata la giornata, dalla mattina quando si va a scuola insieme, si mangia insieme, si condividono tanti momenti extra-basket, e poi tutto il pomeriggio è incentrato sul campo. Ti ricordano molto lo stile college, e secondo me questa è la forza dell’Orange1 e di queste società che puntano alla crescita giovanile non solo a livello tecnico e tattico, ma proprio personale. Credo che siano stati gli anni in cui sono cresciuto di più come persona. A quell’età fai tutte le prime esperienze lontano da casa e mi sono servite poi anche qua negli Stati Uniti. Il mio ambientamento oltre oceano, di conseguenza, è stato di sicuro più fluido, meno traumatico di come sento raccontare da qualche altro mio compagno qui in America.

Proprio a Bassano la tua fascia d’età è piena di giocatori che ora si ritrovano in America: oltre a te, Van Der Knapp e Maikcol Perez. Che legame è rimasto con Bassano e con i tuoi compagni di quegli anni?
Con la società di Bassano c’è sicuramente un bel legame. Sento spesso il GM Giacomo Rossi, ci scriviamo e siamo rimasti in ottimi rapporti. D’estate, quando sono in Italia, vado a trovare i ragazzi e faccio qualche allenamento con loro. Con alcuni sono ancora in contatto stretto — come Timoty (Van Der Knaap, ndr), con cui ho un rapporto molto forte: siamo cresciuti insieme a Verona e ci siamo ritrovati a Bassano. Con altri ci sentiamo più raramente, ma di sicuro è una squadra che è riuscita a creare una comunità, un legame tra i ragazzi.
Com’è vivere questa esperienza in America insieme ai tuoi ex compagni di Bassano, si fa spogliatoio a distanza?
Sarò sincero: è un po’ complicato con la distanza, si perdono un po’ i rapporti. Però alcuni legami che si erano creati prima della partenza erano così solidi — come appunto quello con Timoty— che resistono. Di sicuro quando si torna in Italia ci si rivede tutti insieme, ed è sempre piacevole.
Cosa hai dovuto fare per attivarti verso l’America? Che tipo di offerte sono arrivate e come ti sei orientato in una galassia complicata tra NCAA, Junior College e tutto il sistema americano?
Il sogno del College c’è sempre stato, fin da quando sono arrivato a Bassano. Avevo dichiarato fin da subito la mia volontà di andare a studiare e giocare negli Stati Uniti — era sempre stato il mio sogno. Devo ringraziare assolutamente Bassano e tutte le persone che mi hanno aiutato a realizzarlo: già dal primo anno avevamo iniziato a muoverci, lavorando sulla registrazione e sui documenti, che è un processo abbastanza lungo. Il processo di recruiting è parecchio complicato, soprattutto perché è un mondo molto vasto e competitivo. Inizialmente avevo ricevuto qualche interesse, ma niente di concreto, fino a quando si è presentato il mio allenatore Danijel Mihailovic, che si è mostrato subito molto interessato. Abbiamo avuto qualche colloquio e poi ho deciso di fare il commitment lì.
Come mai hai scelto di andare al Junior College?
Essendo un mondo molto competitivo, mi ero fatto delle idee da lontano, non ero molto informato in materia, non conoscevo benissimo come funzionava il recruiting o i vari livelli. Pensavo che entrare in Division I fosse qualcosa di diretto. In realtà, come ho scoperto poi, è un mondo estremamente competitivo e difficile da penetrare. Ho deciso di andare al Juco per fare un percorso di crescita: partire da un livello un po’ più basso rispetto alla D1, crescere e poi raggiungere il mio obiettivo finale. Da lì sono partito con Cuesta, e adesso sono arrivato a Coastal Georgia.
Come è andata la prima stagione in California?
È stata davvero positiva: uno degli anni migliori del programma di Cuesta College. Era una squadra completamente nuova, con un allenatore nuovo arrivato da anni di Division I, ma con un approccio molto europeo, essendo serbo. Anche lui era alla sua prima esperienza da head coach. Ha reclutato una squadra a trazione internazionale, con otto ragazzi provenienti dall’estero. Abbiamo fatto un’ottima annata, ci siamo qualificati per le State Finals, e anche a livello personale è stato molto buono: alla fine dell’anno sono stato premiato nel miglior quintetto della mia conference, il che mi ha permesso di affacciarmi ad alcuni Upgrade Transfer che ho poi concretizzato quest’anno.
Spiegaci come funziona il Junior College dal punto di vista cestistico.
Il Junior College in California è un campionato a sé, con un’associazione completamente separata: la CCCAA (California Community College Athletic Association). Ci sono 100 Junior College, tutti californiani, suddivisi in conference come in Division I. Durante la stagione, come in qualsiasi altra categoria, si gioca una non-conference schedule e poi inizia la conference vera e propria. I vincitori delle varie conference raggiungono le State Finals, dove ci si sfida in un formato simile alla March Madness, praticamente lo stesso meccanismo, soltanto con 100 squadre.
È difficile passare da un campionato all’altro? Sono sistemi diversi che alla fine si parlano?
Il transfer portal nei JuCo ufficialmente non esiste, o meglio, esiste, ma non è un portal come quello della D1. Comunichi la tua volontà di trasferirti, e poi ti muovi. Nel mio caso specifico era un po’ una situazione particolare: il nostro coach aveva lasciato il giorno dopo la fine della stagione, perché tutti sapevano già che non sarebbe stato confermato. Era un anno che sapevamo tutti di essere one-and-done. Quando finisci il Juco sei eleggibile per qualsiasi altro livello, un altro Juco, la NAIA, la D1. Io avevo fatto una buona stagione, ho parlato con qualche coach, ho ricevuto qualche interesse, ma non esiste un vero e proprio portal: devi muoverti un po’ tu.
Hai fatto il primo anno da freshman, poi sei salito in NAIA come sophomore. Quanti anni di eleggibilità ti rimangono?
Ne ho ancora due, il junior e il senior. Poi posso fare richiesta di rimanere anche un quinto anno, perché nel Junior College è passata la regola che ti permette di salvare un anno di eleggibilità, però dipende da alcune casistiche ed è ancora un po’ complicato.
Quest’anno sei salito in NAIA con Coastal Georgia. Com’è andata la transizione? Quanto è diverso il livello rispetto al Junior College?
Il livello dipende molto da conference a conference, ma la nostra — la Sun Conference — è una delle migliori negli Stati Uniti (Ave Maria, vincitrice della Conference, ha raggiunto le semifinali nazionali quest’anno). Ci sono squadre che reclutano giocatori di primo livello (ex Division 1), e può essere paragonata a una Division 2 di buon livello. Quello che è cambiato di più è la fisicità: il livello di gioco era già buono al Juco, ma qui hai a che fare con corpi più grandi, più fisici e con gente più adulta. Al Juco i ragazzi hanno due anni di eleggibilità, quindi spesso sono ragazzi tra i 18 e i 21 anni. Qui ho avuto compagni di squadra di 24 o 25 anni.
Come è andata la stagione a Coastal Georgia?
È stata una stagione di alti e bassi, sicuramente non come la prima a Cuesta College. Era una squadra completamente nuova: nuovo Athletic Director, nuovo Head Coach, nuovo assistente. La scuola ha cambiato tutto, nuovi fondi, nuovi giocatori — abbiamo preso 12 nuovi su 15. Una situazione che si stava costruendo da zero, con un progetto molto ambizioso. Purtroppo non ci siamo qualificati per il conference tournament, però stiamo costruendo delle basi solide per la prossima stagione.
Proiettandoci sulla prossima stagione: che tipo di squadra pensate di avere? E che ruolo pensi di avere tu?
Del roster di 15 giocatori, 9 faranno ritorno. È un segnale molto positivo, significa che sposano il progetto del coach, che è molto ambizioso — e devo dire che ci piace. Per il mio ruolo, mi auguro di avere più minuti e di contribuire nel modo migliore possibile alla vittoria della squadra.
In questi due anni in America, su cosa hai lavorato, su cosa sei migliorato, e cosa ti ha colpito del gioco americano?
Di sicuro la fisicità e l’atletismo che c’è qui sono la prima cosa che balza all’occhio quando arrivi. Sia in allenamento che in partita devi alzare il tuo livello fisico. Il gioco è basato di più sul talento individuale che sulla tattica. In Europa si gioca con più struttura e controllo, qui è un po’ più libero, un po’ meno tattico. Su cosa ho lavorato? Il tiro è un aspetto su cui mi sono concentrato tanto, e su cui non smetti mai di migliorare, dai 15 anni fino alla fine della carriera. Ho la fortuna di avere le strutture sempre a disposizione, una palestra, una shooting gun, e posso lavorarci molto. Poi la fisicità: imparare a usare il corpo a mio favore, gestire i contatti, andarsi a cercare le chiamate. E ovviamente tutta la parte delle letture, che è un po’ il cuore del lavoro di un playmaker: la lettura del gioco, l’IQ cestistico e la gestione del gioco.
Che tipo di playmaker sei? Descrivici un po’ il tuo gioco.
Mi piace molto, come detto prima, lo stile europeo, quindi mi piace vedere i compagni segnare, fare assist è un aspetto che mi esalta. In generale sono un giocatore team-oriented, al servizio della squadra sia in difesa che in attacco, ma sono anche pericoloso da oltre l’arco e in penetrazione.
Come è stato vivere in queste zone d’America così diverse, prima la California, ora la Georgia?
Sono due Americhe completamente diverse. La California occidentale è quella parte che gli americani stessi spesso definiscono “non America”. La vera America, la “true America”, è probabilmente quella in cui sono adesso, nel Deep South. In entrambi i casi mi sono ambientato abbastanza velocemente e molto bene. Le persone che ho avuto intorno, dalla squadra alla scuola, mi hanno fatto sentire subito a casa.
Sei a metà del tuo viaggio in America. Quando tornerai in Italia e avrai chiuso questa esperienza, cosa vorresti aver raggiunto nel tempo che ti rimane?
Diventare la migliore versione di me stesso, come giocatore e come persona. Lavorare su tutti i punti deboli del mio gioco e valorizzare ancora di più i miei punti di forza.
