Trovare spazio in America può essere un percorso complesso, soprattutto per un 18enne europeo alle prese con il trasferimento in NCAA. Ma rappresenta comunque un salto avanti in carriera rispetto all’esperienza che si può fare – ad esempio in Italia – grazie alle strutture, i metodi di allenamento e il tasso di atletismo dei giocatori americani.
Nicholas Errica è il perfetto esempio. Dopo un anno e mezzo complicato a Western Michigan, l’ex Vanoli Cremona ricomincia da Charleston Southern con l’ambizione di chi ha tutto ancora da dimostrare, come raccontatoci in questa intervista.
In adolescenza hai girato tanto l’Italia per giocare a basket: Cremona, Roma, Tortona. Com’è il tuo rapporto col basket e come è stato viaggiare così spesso da giovane?
Mi sono spostato a Roma a sei anni per il lavoro di mio padre. Ho iniziato a giocare a basket passando dalla palestra della mia scuola elementare: ho guardato un allenamento e ho deciso di provare. Sono un ragazzo sportivo sin da piccolo, quindi ero curioso di cimentarmi e mi sono innamorato subito. Per un paio d’anni ho giocato sia a basket che a calcio, poi i miei mi hanno detto che dovevo scegliere, e ho scelto il basket. Sono convinto di aver fatto la scelta giusta: è sempre stata la mia passione più grande.
Tu sei nato a Novara, giusto? Poi Roma, poi Cremona…
Esatto. Cinque anni a Novara, poi Roma per il lavoro di mio padre, e a 14 anni sono tornato al nord a Cremona. Ho partecipato due volte al Torneo Chicco Ravaglia, una in prestito con Cremona. Mi sono trovato così bene con la squadra e con il responsabile del settore giovanile, Giuseppe Mangone. Mi ha chiamato l’anno dopo, e ho scelto di iniziare quel progetto con loro. Era anche una cosa nuova per Cremona: il settore giovanile si stava rinnovando, iniziavano a fare le cose sul serio. Mi è sembrata — ed è stata — la scelta migliore.
Cremona è stata la parentesi più lunga della tua carriera finora: quattro anni, dall’esordio in Serie A alla Serie C. Ed è stata la prima esperienza in cui hai vissuto da solo?
Sì. I miei si erano spostati a Verona sempre per lavoro di mio padre, quindi a 14 anni sono andato a Cremona da solo, in foresteria. Cremona mi è sempre piaciuta — i miei adesso vivono ancora lì, hanno comprato casa. È una città tranquilla, perfetta per quello che volevo fare. Quando sono arrivato ero molto acerbo fisicamente: sono cresciuto più tardi degli altri, e all’inizio ho fatto fatica, devo ammetterlo. Ma con Mangone e tutto lo staff sono migliorato. Nel giro di due anni ho fatto il primo salto di qualità che mi ha permesso di aggregarmi alla Serie A e giocare due o tre anni sotto età. I primi anni c’era Romeo Sacchetti sulla panchina, ero ancora piccolo e guardavo gli allenamenti senza essere aggregato. Da quando è arrivato Galbiati ho sempre lavorato con la prima squadra: lui mi ha preso un po’ sotto la sua ala, mi ha seguito e mi ha fatto migliorare tantissimo.

Cremona in questo momento sta vivendo un periodo difficile: non sarà in Serie A l’anno prossimo, c’è anche l’ipotesi di un trasferimento a Roma. Hai ancora un legame forte con la città — che sensazioni hai su questa vicenda?
Sono molto legato alla società e alla città. Non riesco a definire esattamente quello che provo, ma fa male. È una realtà piccola che ha fatto un percorso importante, e secondo me non poteva concludersi in modo peggiore. È una parentesi triste anche per me, perché tenevo molto a che Cremona durasse il più a lungo possibile sotto la presidenza del signor Vanoli, una persona carissima — la sua famiglia mi è sempre stata vicina e ho sempre avuto ottimi rapporti con loro. È una storia bella però: la Coppa Italia vinta, la retrocessione, la risalita immediata vincendo tutto. L’ambiente familiare era perfetto. Fa male che si chiuda così.
Dopo Cremona sei andato a Tortona. E poi hai giocato alla LUISS a Roma, giusto? Studiavi anche, o era solo basket?
Studiavo anche. Nel primo anno a Tortona frequentavo il liceo tradizionale: andavo a scuola la mattina e mi allenavo con la Serie A e le giovanili. Il secondo anno, quello del contratto in Serie A, mi hanno chiesto di fare un sacrificio: abbandonare la scuola e iscrivermi a un corso privato online da seguire dopo gli allenamenti mattutini. Ho accettato, e ho poi fatto la maturità da privatista nello stesso liceo dove andavo l’anno prima. Quell’anno a Tortona non ho avuto modo di giocare. Mi hanno detto di andare in prestito in una lega minore e di tornare per il terzo anno. Ho scelto la LUISS: è un’università di altissimo livello, e avere una borsa di studio gratuita lì era un privilegio. Però era già chiaro nella mia testa che la pallacanestro era la priorità.
E come è nata l’idea di andare al college americano? Era un campionato che seguivi, o è emerso come opportunità di carriera?
Ho sempre seguito la NCAA, anche da piccolo. Avevo l’abbonamento ESPN Plus e guardavo tutto. Quando ero a Tortona con la Serie A ho incontrato un allenatore che aveva lavorato con Macura e Christon a Xavier — adesso allena in G-League con i Suns (Rick Carter ndr.). Gli sono piaciuto e ha provato a reclutarmi, ma avevo appena firmato il contratto con la Serie A e avevo ancora un anno di scuola, quindi ho declinato. Alla fine, dopo la LUISS, ho capito che la cosa giusta per me era andare negli Stati Uniti: giocare con gente forte della mia età, avere la possibilità di sbagliare e imparare in un contesto diverso.
Mi ricordo benissimo la finale di Villanova contro North Carolina, con il buzzer beater di Kris Jenkins. Quella partita mi è rimasta in testa fino ad oggi. Poi sì, seguivo le big, ma devo dire che le mid-major non sono considerate quanto meritano. Ci sono programmi di altissimo livello — come Miami Ohio nella mia conference quest’anno, che non ha perso una partita nella regular season — che molti non conoscono nemmeno. Quando sono arrivato in America ho scoperto che sono squadre capaci di tenere testa alle migliori università del mondo.
Arriviamo a Western Michigan. Come è andato il reclutamento e cosa ti ha portato a scegliere i Broncos?
Era un periodo un po’ delicato: quasi tutte le squadre con cui il mio procuratore aveva parlato non avevano scholarship disponibili. Western Michigan è emersa grazie a Rick Carter, molto amico di Dwayne Stevens, che era il capo allenatore lì. Appena ho saputo della possibilità ho detto sì. Sono andato in visita a Natale del 2024, mi è piaciuto, e a metà gennaio 2025 ero già lì. Il primo semestre l’ho fatto da redshirt per non perdere l’eligibilità.
Quindi hai fatto quasi un anno e mezzo lì. Ti aspettavi di giocare poco? Che ambiente è Western Michigan?
L’ambiente esterno mi è piaciuto molto. È un’università media con molti studenti, con grandi ambizioni per il futuro: hanno appena costruito una nuova arena incredibile nel centro città e stanno investendo molto, soprattutto nel basket e nell’hockey, che l’anno scorso ha vinto il titolo nazionale. Dal punto di vista personale, la situazione non è andata come mi aspettavo. Ero andato lì per giocare, per mettermi in gioco — la Serie A era difficile a 18-19 anni e la Serie B non si era concretizzata. Mi era stato assicurato che avrei avuto la mia chance, ma le cose non sono andate così. Dal punto di vista tecnico e fisico però sono migliorato molto, quindi non la vedo come una parentesi totalmente negativa.
Questo è un tema molto discusso in questi giorni: molti ragazzi nella fascia 18-22 anni scelgono di andare in America, e si parla del rischio che la Serie A e la Serie A2 si ritrovino con pochissimi italiani. Tu che hai vissuto entrambe le realtà, quali sono i pro e i contro di questa scelta?
Per un giovane della mia età avere la possibilità di giocare con i migliori del mondo non può passare inosservata. In Serie A il livello è altissimo, i giocatori sono pronti e professionisti, e si tende forse ad avere poca pazienza con il giovane che ha bisogno di sbagliare un po’ di più. Non posso ancora dare un giudizio definitivo perché non ho ancora assaggiato davvero né il basket italiano ad alti livelli né la NCAA ad alti livelli — magari dopo questa stagione avrò una visione più chiara. Ma da quello che vedo dai miei amici e compagni che stanno facendo questa scelta, penso sia spesso quella giusta: giocare con gente forte, avere margine di errore perché sei giovane, e poi c’è anche il lato economico, che non è secondario. La carriera cestistica non è infinita, e avere una scholarship — quindi anche la possibilità di prendere una laurea — sono elementi che a questa età fanno la differenza. E male che vada torni in Italia con qualcosa in più.
Quest’anno i minuti non sono stati quelli che ti aspettavi. Che tipo di lavoro hai fatto? Su cosa ti senti migliorato?
Era una situazione particolare. Le aspettative erano alte, la squadra aveva un budget importante e il roster ruotava molto. Mi capitava di essere nel quintetto una settimana prima dell’inizio del campionato e di ritrovarmi ultimo nelle rotazioni poco dopo. Ho fatto parte dello scout team. L’unica nota negativa è non aver avuto la possibilità di esprimermi in campo, cosa che secondo me mi sarei meritato — ma ci sono stati fattori esterni che non dipendevano da me. Ho lavorato molto: fisicamente ho messo chili e mi sono allenato tantissimo, avevo sempre la palestra e gli allenatori a disposizione. La decisione di entrare nel portal è arrivata perché hanno esonerato l’allenatore: il nuovo staff è entrato e ha fatto piazza pulita, staff e giocatori. Ero sostanzialmente obbligato ad andare nel portal.
Come è stata l’esperienza del portal?
Frenetica. È pazza, come raccontano tutti. Gli allenatori ti scrivono, vedono i video, tutto si muove velocemente. Non avere statistiche da mostrare non è stato facile, ma il mio procuratore ha fatto un ottimo lavoro e ha trovato l’opportunità con Charleston Southern, che secondo me è quella giusta per me in questo momento.
Quante squadre ti hanno contattato?
Poche. Non ero uno dei top del portal, giustamente, avendo giocato poco. Ma sono convinto che dopo quest’anno cresceranno le offerte.
Come è andato l’incontro con Charleston Southern?
Loro erano subito interessati: hanno visto i miei video e mi hanno detto che sono il giocatore perfetto per il loro stile di gioco. E mi ci sono ritrovato tantissimo: il coaching staff è giovane, l’allenatore ha giocato da professionista in Europa per anni e sa quello che fa. Le loro idee di gioco sono molto vicine a quello che so fare meglio. L’intesa è stata immediata.
Che tipo di squadra è Charleston Southern e che ruolo avrai?
Giocherò da combo guard, tra il 1 e il 2. È una squadra che corre tanto, tira molto da tre. Abbiamo lunghi importanti — il più alto è un 7’4″ — quindi il gioco sul pick and roll è centrale, e mi hanno detto che è qualcosa che mi viene bene. La loro arma principale è comunque il tiro da tre.
C’è qualche altro europeo in squadra?
No, sono solo.
Sei arrivato in America con un certo skillset. Con quale vorresti tornare? Cosa vuoi migliorare?
Il finishing al ferro è sicuramente la cosa principale. In Italia l’uno contro uno non è valorizzato come merita. Negli Stati Uniti è tutto individuale, e i giocatori sono molto più forti in quel fondamentale. Devo imparare a concludere in modi diversi sotto canestro — non andare a sbattere sulla difesa o sul lungo che salta, ma saper alzare un floater o trovare un’alternativa che non viene naturale se non la ripeti mille volte. È un automatismo. In Italia, dalla mia esperienza, lo sviluppo era più orientato al giocatore in funzione del sistema di squadra; qui voglio migliorare il mio gioco individuale. Dal punto di vista fisico, ho già messo chili nell’ultimo anno — adesso devo vedere cosa sono in grado di fare in campo, perché tra i problemi alle ginocchia avuti a Tortona e poco minutaggio a Western Michigan è un po’ che non mi esprimo davvero.
Parliamo di NIL. Che idea ti sei fatto di tutti i soldi che girano nel college basket americano? È un argomento di cui si parla negli spogliatoi?
R: Assolutamente sì. Ormai con i professionisti che possono tornare a giocare al college, il sistema è sempre più simile a una lega professionistica. Un ragazzo che prende poco si vede entrare un compagno che guadagna venti volte tanto — e questo inevitabilmente influenza le gerarchie e la considerazione degli allenatori. Chi ha investito budget importante su un giocatore tenderà a puntarci fino alla fine. Ogni anno diventa un po’ una giungla: giocatori che prendono dei soldi e ognuno vuole sempre di più.
A livello economico, sono due mondi completamente diversi. Per un giovane ai primi anni di professionismo, le cifre americane sono fuori dal normale: quello che potresti non vedere in sei o sette anni di Serie A qui lo puoi guadagnare in una stagione. È anche per questo che ha senso fare questa esperienza: torni in Europa in una situazione molto più tranquilla per affrontare il resto della carriera.
Ultima domanda: dopo questa stagione a Charleston Southern, cosa ti aspetti di aver ottenuto? Cosa ti renderebbe soddisfatto?
Vincere la conference e andare a March Madness — è il primo sogno. Da quando sono piccolo ho sempre sognato di giocare in uno stadio NFL. È un’emozione enorme, che non ho ancora provato. E poi crescere, migliorare, vedere dove arrivo. Vincere la conference e vivere quella esperienza sarebbe straordinario.
