Quote by Sabrina Ionescu, regina dei record dell’Ncaa

Matthew Knight Arena, Eugene, Oregon. Le luci sono ancora spente, ma c’è qualcuno sugli spalti. È la stella delle Ducks, Sabrina Ionescu. Da sola. Nel silenzio. Solo lei e il campo da basket. Questa è la sua pace, il suo luogo, il suo spazio di contemplazione. Non è un’immagine insolita: lo fa spesso. In quegli istanti, Sabrina prega o ripensa alle citazioni dei suoi libri preferiti. Uno su tutti: “Le 5 Persone che Incontri in Cielo” di Mitch Albom. Si ripete che sta percorrendo la strada giusta, la strada che le è stata destinata e che, qualunque cosa accada in questa stagione, lei avrà dato il meglio di se stessa, per sé e per la squadra.

Learn it the hard way

E la strada di Sabrina, nata in California da una coppia di esuli romeni, ha inizio in un luogo preciso: il Larkey Park di Walnut Creek. È nel campetto da basket del parco che avvenivano le prime lunghissime sfide con Eddy, suo fratello gemello nato 18 minuti dopo di lei, ora walk on con i Ducks di Dana Altman. E nessuno riusciva a tirarla fuori da lì fino a quando non riusciva a batterlo.

Il playground del Larkey Park

Questione di ostinazione. Le piaceva sfidare i maschi ma, anche se era abbastanza alta, brava e tosta per competere con loro, i suoi coetanei spesso non la lasciavano giocare. E quando glielo permettevano, non le passavano la palla. Ed è così che Sabrina ha sviluppato quelli che sarebbero poi diventati due dei suoi migliori fondamentali: i rimbalzi e il passaggio. Se non le davano la palla, se l’andava a prendere direttamente sotto canestro; quando cercavano di rubargliela, la passava ad un compagno libero.

Guardia tuttofare di 1.80, non è un caso se la sua capacità migliore sia quella di capire il gioco, vederlo e intuirlo prima che le cose accadano. Un talento che ha costruito partita dopo partita proprio su quel campetto verde scuro della piccola cittadina californiana. “Ora quando torno lì, tutti però mi vogliono nella loro squadra”, ci scherza su. Ecco perché.

Il momento della svolta

Se le si chiede quale sia stato il momento di svolta, quello che ha veramente fatto scattare in lei quella consapevolezza di essere una campionessa, risponde sicura: “I playoffs statali al liceo”. La sua squadra, la Miramonte High School, era sotto di uno. Sabrina ha preso il rimbalzo e ha iniziato a correre verso l’altra metà campo con meno di 3 secondi sul cronometro, ha tirato e la palla, dopo aver girato intorno al ferro, è uscita. Era devastata: la sua squadra aveva perso per colpa sua.

Sabrina Ionescu con la maglia delle Matadors

Sabrina Ionescu con la maglia delle Matadors all’high school

Ma al momento stesso, aveva capito che aveva fatto esattamente quello che i grandi giocatori fanno. I campioni perdono una partita perché si mettono proprio nella posizione di avere tra le mani il pallone più importante della partita stessa. “Se non sei capace di prenderti quel tiro, se non sei capace di poter perdere il match, non sei neppure pronta a vincerlo”, le ha detto coach Selly Sopoak. Quel momento, ha poi spiegato la stessa Ionescu, le ha aperto gli occhi su quale fosse il suo ruolo e il suo destino.

La regina delle triple doppie

Alla fine dei suoi quattro anni a Miramonte, la futura stella di Oregon aveva realizzato 2,006 punti, 769 assist e 549 palle rubate con ben 21 triple doppie messe a referto. Il suo nome compariva tra i cinque migliori prospetti per il college, ma ancora nessuno sapeva che scelta avrebbe fatto. Le offerte erano tantissime, ma non aveva ancora firmato nessuna letter of intent. Poi, il giorno prima dell’inizio del summer term, si è messa in macchina con suo padre e, dopo un viaggio di ben 8 ore, si è presentata a Eugene. Si è fatta portare da coach Kelly Graves e gli ha comunicato direttamente che avrebbe firmato per Oregon.

Sabrina con coach Graves

Sabrina con coach Graves

Il resto è già storia: il premio come Freshman of the Year, la nomination al Naismith Award, il titolo della PAC 12 fino alla sua tredicesima tripla doppia nel suo junior year (un record nel mondo del college basket sia maschile che femminile, ora siamo a 22) quando, dopo due Elite Eight, ha portato Oregon alla sua prima storica Final Four, persa poi con Baylor.

 

Quella strepitosa stagione le è valsa la nomination al J.R Wooden Award insieme a Zion Williamson. E tutti pensavano fosse finita lì la sua carriera collegiale, con un mare di voci su un suo imminente passaggio al professionismo, anche perché era una candidata molto seria alla scelta n.1 del draft.

“We have unfinished business”

Ma contro Baylor non ha giocato bene, con 6/24 al tiro e zero punti nell’ultimo quarto, chiuso con 0/7. Il 7 aprile, il giorno dopo la sconfitta, Sabrina ha scritto una lettera per il Player’s Tribune. “Le persone non conoscono la missione che abbiamo intrapreso insieme come gruppo. Sono arrivata nel 2016-17 e siamo arrivate alle Elite 8 (e perso di molto). Sono tornata come sophomore nel 2017-2018 e siamo arrivate alle Elite 8 (e perso di poco) Sono tornata ancora come junior nel 2018-209 e siamo arrivate alle Final Four. E non potrei essere più felice di annunciare che sto tornando a Oregon per la stagione 2019-2020. Non so come andranno le cose o quanto avanti arriveremo nella nostra stagione…ma dico solo questo: abbiamo ancora degli affari da sbrigare”.

Quali siano questi “affari” è facile immaginarlo: portare a Eugene il primo titolo NCAA. Intanto lei continua ad infrangere record: nel match contro Stanford lo scorso 16 gennaio, ha realizzato 37 punti. Negli ultimi 18 minuti ha battuto da sola le Cardinal 22-18, prendendo 6 rimbalzi contro i 5 di tutte le sue avversarie, che hanno perso 10 palloni. E lei zero.

 

Ed è diventata così la miglior realizzatrice della storia del programma con 2.265 punti.

 

La versione migliore di sé

Tutti sembrano contare su di lei per questa impresa. Anche perché le attenzioni dei big dell’Nba ormai si sprecano

E lei ne è perfettamente consapevole. Per questo lavora duro e cerca la perfezione. “In campo tutto deve essere perfetto”, ama ripetere. Se in allenamento fa un tiro che non le riesce bene, lo ripete più e più volte fino a quando non viene come vuole lei. In campo si scusa se non fa un canestro e sprona le compagne in ogni momento del gioco. “Sono molto competitiva e non sopporto le persone che accettano la sconfitta o si accontentano della loro mediocrità”, ha spiegato. “Semplicemente non amo perdere. In partita, durante gli allenamenti o nella mia vita, voglio solo essere la versione migliore di me stessa. Non gioco mai contro nessuno in particolare: gioco sempre contro me stessa”.

 

Non è una giocatrice dalle grandi doti atletiche, ma i suoi numeri sono impressionanti: 18 punti, 7 rimbalzi e 7 assist di media a Oregon. Non salta o corre come tante sue avversarie, ma è paziente, cerebrale e intuitiva. E studia molto. Legge e rilegge i passi dei suoi libri preferiti che includono “Mamba Mentality” di Kobe, “Golden” di Steph Curry e “Through My Eyes” di Tim Tebow; guarda continuamente i video dei grandi giocatori su YouTube – tra cui spiccano i nomi di John Stockton, Bryant e Curry. Ha addirittura memorizzato i tiri di tutte le sue compagne e capisce chi ha tirato guardando solo la rotazione della palla: “I know, just by staring at the ball, who on my team shot it”. Sembra impossibile, ma lei ci riesce. In campo, vede ogni cosa e capisce subito se una palla entrerà o no. Non prende tutti quei rimbalzi perché è alta, ma solo perché è determinata e non si ferma mai.

Rompere le regole

E’ una vera leader, senza peli sulla lingua e non ha paura di dire le cose come stanno. Neanche quando deve criticare il sistema cestistico americano e le disparità tra donne e uomini. Non ha mai nascosto che una delle ragioni per le quali non è passata subito al professionismo è che la WNBA non le dava le garanzie finanziare necessarie per lasciare anzitempo il college.

E così ha risposto alla sua nomination per il Wooden Award nel 2019: “E’ incredibile quanta negatività circoli intorno al campionato di basket femminile. A nessuno importa nulla di quello che stai effettivamente facendo. Potrei aver fatto 30 punti e Zion Williamson ne potrebbe aver fatti altrettanti, ma alla fine parleranno solo del suo risultato e non del mio. Ma è la stessa identica cosa. Questa è la norma, ma io sono qui per rompere tutte le regole!”.

Sfida accettata

Intelligenza che si mostra soprattutto nel suo sapiente uso del pick & roll. Sabrina ha infatti una grande capacità di usare i blocchi per crearsi spazio e mettersi nella miglior posizione per tirare. ESPN ha persino dedicato una puntata speciale di “Details” proprio a questo aspetto del suo gioco e ha chiesto a Kobe Bryant di analizzarlo.

Quando lo ha saputo, la stessa Sabrina ne è rimasta esterrefatta ma, come ha poi scritto su “The Player’s Tribune” inizialmente anche dispiaciuta: l’analisi di Kobe era talmente perfetta che ha iniziato a dubitare di essere veramente all’altezza delle sue aspettative. Ha pensato che il suo gioco fosse troppo facile da analizzare, ma poi ha capito. Quello scout così perfetto non era altro che una sfida: “E’ come se Kobe mi dicesse, ok, questo è quello che sai fare. Ma ora mi devi mostrare qualcosa di più. Ora è tempo di portare a casa un titolo, di essere un leader, di salire al livello successivo. Solo così sarei potuta passare da una buona giocatrice a una campionessa”.

E Sabrina ha accettato la sfida. Ad un passo dal realizzare un record storico nel mondo del college basket sia maschile che femminile, quello dei 2.000 punti, 1.000 rimbalzi e 1.000 assist, Kobe le ha inviato un Tweet con una semplice immagine

La strada è ancora lunga, ma Sabrina sa cosa fare. E’ davvero l’ultima occasione e perdere proprio non le piace.