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Vittoria Blasigh, a UCF per chiudere il cerchio

Vittoria Blasigh UCF

Vittoria Blasigh UCF

Ci eravamo sentiti circa un anno fa, ai blocchi di partenza di una stagione che si preannunciava intensa. Oggi ritroviamo Vittoria Blasigh nel pieno di una nuova svolta: dopo Tampa e Miami, la sua avventura nel college basket continua a Orlando con la maglia di UCF. L’abbiamo raggiunta proprio mentre si prepara a un appuntamento speciale: il raduno della Nazionale Green Team dal 3 all’8 giugno a Capri e Napoli. Tra un allenamento e l’altro, ci ha raccontato il suo legame indissolubile con la Florida e le sfide che la attendono nel suo ultimo anno di college.

Prima Tampa, poi Miami e ora Orlando. Stai veramente cercando di fare tutti i campus della Florida come hai scritto nel post in cui annunciavi di aver firmato per UCF?
Che dire? Amo la Florida! (ride)

Vittoria Blasigh

Cosa ti piace della Florida e come mai si è creato questo legame così forte con questa parte degli USA? 
È un mix di energia, clima e varietà culturale. Per certi versi la mentalità qui ricorda quella europea: le persone sono accoglienti, amano stare insieme e danno un grande valore alla famiglia. Proprio come me. Vivere in un ambiente del genere mi fa sentire a casa e meno sola nonostante la distanza. Per non parlare della cultura sportiva: i tifosi e l’atmosfera durante le partite sono qualcosa di incredibile, lo sport universitario qui è vissuto in modo unico.

L’anno scorso a inizio stagione ci avevi raccontato che l’obiettivo stagionale era la March Madness ma Miami non è ci è arrivata. Cosa non ha funzionato?
È stata una stagione complicata e molto diversa dalle aspettative. Il talento per raggiungere la Madness c’era tutto e lo abbiamo dimostrato in diverse occasioni, ma eravamo un gruppo completamente nuovo. Con tante freshmen e giocatrici che dovevano ancora trovarsi, ci è mancata la chimica necessaria nei momenti cruciali. In una conference competitiva come la ACC, se ti manca il ritmo o l’esperienza nei passaggi chiave, rischi di pagare caro ogni errore.

Qual è il tuo bilancio personale? 
Un anno di alti e bassi. Ero partita con grandi aspettative dopo l’ottimo lavoro estivo, ma a metà percorso abbiamo cambiato sistema offensivo e questo mi ha penalizzata. Sono una giocatrice che vive di ritmo e fiducia, e i cambiamenti improvvisi non hanno aiutato. Anche se avrei voluto un ruolo più costante, ho cercato di farmi trovare pronta e sento di essere cresciuta molto caratterialmente. Ora non vedo l’ora di dimostrare il mio valore nel mio ultimo anno a UCF.

Per la prossima stagione hai sposato un progetto nuovo guidato da Gabe Lazo, alla sua prima esperienza come head coach: cosa ti ha convinto del suo progetto?
Senza dubbio la fiducia che mi ha trasmesso. Fin dal primo colloquio è stato chiaro su ciò che vuole costruire a Orlando: una mentalità vincente basata sulla crescita individuale e collettiva. Cercavo un posto dove sentirmi valorizzata e dove poter fare un ulteriore salto di qualità. Ho bisogno di minuti e responsabilità, e coach Gabe, venendo da un programma d’eccellenza come Tennessee, ha l’intensità giusta per creare la cultura di cui abbiamo bisogno.

Lazo ha avuto come mentore Fernandez, tuo ex coach a USF: che ruolo ha avuto nel tuo recruiting?
Ho lavorato con Fernandez per due anni a South Florida, quindi conosce perfettamente il mio profilo. Lui e Lazo hanno stili di gioco molto simili e si stimano da tempo; questo aspetto ha pesato molto nella mia scelta. Quando un allenatore ti sceglie conoscendo già il tuo modo di lavorare e la tua attitudine, si parte già con un vantaggio importante nel costruire un rapporto di stima reciproca.

Avete già parlato degli obiettivi stagionali e di quello che si aspetta da te?
Sì, assolutamente. Abbiamo parlato di leadership e dell’importanza di prendermi responsabilità in campo. Essendo il mio ultimo anno, voglio trarne il massimo e fare un ultimo grande step. Una cosa che apprezzo moltissimo di coach Gabe è il suo approccio: in palestra è estremamente esigente e intenso, ma fuori dal campo è una persona super disponibile, con cui puoi tranquillamente andare a pranzo o a bere un caffè. Questo equilibrio è fondamentale per crescere bene, sia come atleta che come persona.

Sarai una delle veterane del tuo gruppo. Cosa ti senti di poter dare alle tue nuove compagne e quali insegnamenti vorresti passare alle matricole?
In qualità di senior, credo di poter apportare esperienza e lucidità, specialmente nei momenti critici. Negli ultimi tre anni ho affrontato sfide diverse, dai cambi di guida tecnica alla competizione in conference di alto livello, superando anche periodi complessi. Il mio obiettivo è guidare le freshmen nel capire cosa serva davvero per competere a questo livello, trasmettendo loro la cultura del lavoro quotidiano: i tiri extra, la cura dei dettagli dopo l’allenamento e la forza mentale. La stagione è lunga e piena di insidie, per questo è fondamentale non perdere mai la fiducia in se stesse. Infine, per me conta tantissimo il lato umano: fare gruppo e avere un atteggiamento positivo nello spogliatoio è la base di ogni successo.

Come è stato passare da una conference come l’American alla ACC? 
Un salto di qualità enorme. Nella ACC capisci subito che il livello è altissimo ogni singola sera e non esistono partite facili. I roster sono profondi, con giocatrici fisiche, atletiche e di grande talento. Il ritmo resta elevatissimo per tutti i 40 minuti; ogni possesso conta e devi essere mentalmente presente dall’inizio alla fine. Questa esperienza mi ha obbligata a uscire dalla mia comfort zone e ad adattarmi a un basket più veloce, rendendomi molto più consapevole dei miei mezzi.

Cosa ti aspetti invece ora dalla Big 12?
È una sfida stimolante. Ci sono programmi del calibro di TCU e Baylor, quindi mi aspetto una conference molto fisica e competitiva. È esattamente quello che cercavo per chiudere il mio percorso universitario: mettermi alla prova contro le migliori e avere la responsabilità di guidare la squadra.

Sarai nella stessa conference di Martina Fantini, che gioca ad Arizona State. Siete in contatto? 
Sì, certo, conosco Martina, abbiamo giocato in nazionale insieme. È sempre bello vedere altre italiane giocare a questi livelli negli Stati Uniti, soprattutto in conference così importanti. Penso sia qualcosa di cui andare orgogliosi perché il basket italiano sta crescendo e avere ragazze italiane in USA è sempre bello.

Questa è la seconda esperienza nel portal. E’ andata meglio della prima che ci avevi raccontato essere stata tosta?
Decisamente meglio! Questa volta sono entrata nel portale con le idee chiare su ciò che cercavo, sia tecnicamente che umanamente. Ho valutato diverse opportunità con calma, facendo le domande giuste agli allenatori. Anche se è un periodo sempre impegnativo, l’ho vissuto con molta più serenità e consapevolezza. Credo davvero di aver trovato la soluzione ideale per il mio ultimo anno.

Ci sono sempre più italiane e più europee nel basket femminile NCAA. La cosa sta suscitando qualche polemica sia in Europa che in USA, tu cosa ne pensi?
Per me è un’opportunità fantastica, non solo sportiva ma anche di vita. In Italia spesso è difficile conciliare studio e basket ad alto livello; qui invece il sistema è pensato apposta per questo. Ti relazioni con persone da tutto il mondo e cresci tantissimo. Il college basket mette a disposizione risorse incredibili: staff, strutture e visibilità che trovi in pochi altri posti. È un’esperienza che rifarei mille volte.

E per le squadre americane, l’apporto europeo è un vantaggio?
Credo proprio di sì, e lo confermano spesso anche i recruiter. Noi europee portiamo un bagaglio tecnico e una lettura di gioco che possono completare molto bene il roster di un college. È uno scambio reciproco: noi impariamo da loro la fisicità e l’atletismo, e loro beneficiano dei nostri fondamentali. È un vantaggio per tutti.

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