Quote by Clemson e Siena, le città del cuore di McIntyre

Nel 1997 ha portato Clemson fino alle Sweet 16, poi non ha trovato spazio nell’Nba ma in Italia è diventato una star: è stato infatti uno dei protagonisti dei quattro scudetti consecutivi della Mens Sana e ha chiamato la figlia Siena, proprio come la città che lo ha consacrato. Dopo 18 anni, è tornato nel suo college, a Clemson come Director of player development e i Tigers sono una delle sorprese dell’anno. Nella nostra rassegna di giocatori passati in Italia e ora negli staff del college basket, abbiamo intervistato Terrell McIntyre che ci parla del suo nuovo ruolo presso la sua alma mater, della storica vittoria contro UNC e del segreto della stagione formidabile della squadra.

Hai anche giocato in Francia e in Germania, ma è in Italia che la tua carriera è decollata. Cosa ti ha colpito del nostro campionato per farti decidere di rimanere?
Oh man! L’Italia mi è rimasta semplicemente nel cuore: è qui dove sono rimasto più anni e dove ho vinto le cose più importanti a livello professionistico. La considero una seconda casa: pensa che mentre ero nel vostro paese, non ho mai avuto nostalgia di casa. Da voi ho imparato molto sul gioco e su come si gestisce una squadra, ho imparato anche molto su di me e sulle mie possibilità.

Dei quattro scudetti con Siena, quale ha avuto il valore maggiore?
Direi senza esitare il primo e l’ultimo. Il primo perché per me si trattava del primo titolo in Italia e in un campionato così importante. L’ultimo, invece, perché è arrivato in un momento difficile: innanzitutto sapevo che quella sarebbe stata la mia ultima stagione a Siena e poi avevo dei problemi al ginocchio. Nonostante gli infortuni iniziassero a essere seri, ho davvero lottato quella stagione e quindi vincere lo scudetto è stata per me una grande emozione.

 

Tua figlia si chiama Siena proprio in onore della città toscana: ti è rimasta così tanto nel cuore?
Sì, Siena è un posto speciale per me e la mia famiglia. Ci ho passato quattro anni e mia figlia è nata lì: ho voluto darle il nome della città che mi ha regalato così tanto sia nel basket che nella vita. Parliamo molto dei miei anni in Italia e penso che un giorno ci ritorneremo.

Hai per caso seguito le vicende giudiziarie che hanno portato al fallimento della società e alla revoca di due scudetti? Hai più sentito Ferdinando Minucci?
Sinceramente, ho sentito qualcosa ma ero già negli States quando è successo. Non ho approfondito più di tanto, anche se mi dispiace molto per quello che èa successo. E no, non ho più sentito Minucci da quando sono tornato negli States.

L’ultima volta che ti abbiamo visto in campo è stato nel 2011: indossavi la maglia della Virtus Bologna e poi ti sei ritirato. Ora, dopo 18 anni, sei tornato nella tua alma mater: cosa stavi facendo e come sei entrato in contatto con coach Brownell?
Quando il coach mi ha chiamato ero a Charlotte. Non stavo facendo niente di particolare, più che altro mi tenevo in allenamento ed è stato quindi una piacevole sorpresa ricevere quella chiamata. Mi ha spiegato quale sarebbe stato il mio ruolo all’interno dello staff e ho subito accettato. Per me era un piacere tornare nell’università dove ero cresciuto e poter ricoprire un posto importante.

Nel frattempo (nel 2015) ti sei anche diplomato dato che ai tempi del college non avevi finito tutti gli esami. Come è stato ritornare sui banchi? Perché questa decisione?
Oh…è stato molto diverso! (risponde ridendo): i voti sono stati molto più alti rispetto al passato e la tecnologia di oggi è assai diversa da quella degli anni ’90. A parte gli scherzi, ero molto più concentrato e sapevo cosa stavo facendo. Era una cosa a cui tenevo e che avevo deciso da tempo: non appena lasciato il basket professionistico, mi ero ripromesso di portare a termine i miei studi. E poi, senza quel diploma ora non potrei fare questo lavoro.

In un’intervista al “Clemson Insider”, hai spiegato che il tuo compito come Director of player development ha a che fare con lo sviluppare le “life skills” dei tuoi giocatori.
Penso il campo e la vita si assomiglino molto e che quindi ciò che serve in campo, serve anche nella vita: avere una buona educazione, la consapevolezza di quello che si sta facendo, la voglia di migliorarsi ed evolvere giorno dopo giorno. Penso che sia questo che i ragazzi debbano imparare nei loro anni di college e che siano questi i valori di cui hanno bisogno per essere delle buone persone.

A Clemson sei una vera e propria leggenda, qual è il ricordo più bello dei tuoi quattro anni con i Tigers?
Probabilmente arrivare alle Sweet 16: è stato un risultato importante per Clemson, dato che non accade spesso di arrivare così lontano. E poi vincere contro North Carolina nel torneo dell’ACC: è stata una vittoria epica dato che UNC è da sempre uno dei programmi migliori nel panorama del college basketball e noi non avevamo mai avuto molta fortuna contro di loro. Penso che tutti qui a Clemson ricordino quella vittoria. Questi sono sicuramente i due momenti che hanno voluto dire di più per me e per l’intero programma.

 

Nonostante i risultati ottenuti al college, la tua relazione con la Nba è stata alquanto tormentata e di fatto mai nata. Hai qualche rimpianto e cosa non è andato secondo te?
Non posso dire di avere dei rimpianti, dato che ho avuto una bellissima carriera in Europa e ho messo le basi per costruire la mia vita attuale e dare un futuro alla mia famiglia. E poi, in quegli anni, in Nba non c’era posto per giocatori come me: ero una guardia molto piccola a cui piaceva tirare. Mi spiego meglio: negli anni ’90 e all’inizio degli anni 2000, la Nba cercava maggiormente delle guardie grosse e io non ero un giocatore di quella taglia. Oggi, invece, è più facile vedere anche dei play della mia stazza. Inoltre, per un giocatore come me – a cui piaceva anche tirare – sarebbe stato più facile entrare ora dato che il gioco della Nba è meno legato alle posizioni: point guard, shooting guard, power forward, ala…quello che cercano ora sono giocatori che sappiano giocare a basket. Nel passato, le point guard avevano meno possibilità di tirare.

Torniamo al presente e parliamo della straordinaria stagione di Clemson. Dopo l’addio di Jaron Blossomgame, nessuno si aspettava di vedervi ora nel ranking praticamente certi di andare al torneo. Cosa è successo?
Jaron è un ragazzo che farà strada nella NBA. Ora che se ne è andato, il segreto della squadra di quest’anno è l’unione: siamo una squadra completa, non ci sono solo uno o due giocatori che fanno la differenza, ma abbiamo un intero gruppo di ragazzi che stanno dando tutto in campo, che sanno tirare e difendere bene. Non c’è una stella in squadra dato che stanno dando tutti il massimo, anche quelli che partono dalla panchina. Sono tutti molto motivati, hanno fiducia in loro stessi e ciò si rispecchia soprattutto nella nostra difesa nella quale facciamo molto bene.

Quindi è la difesa il vostro punto di forza?
Siamo molto orgogliosi della nostra difesa e siamo conosciuti proprio per questo aspetto: siamo molto solidi e il nostro gioco parte proprio da qui, ma non posso negare che anche il nostro attacco sta funzionando bene.

Pensi che Marcquise Reed e Gabe DeVoe possano avere un futuro in Nba?
Sì, assolutamente sì. Soprattutto perché hanno una grande etica del lavoro: danno sempre il 100% in campo e si allenano seriamente. Spero che abbiano davvero una possibilità quando arriverà il loro momento.

Tra i tanti successi di quest’anno, quella contro North Carolina ha qualcosa di storico visto che ha interrotto una serie di 10 vittorie di fila dei Tar Heels contro di voi: come l’avete vissuta?
La cosa bella della nostra squadra è che nessuno fa troppo caso a quale sia la storia passata del programma: non ci interessa se avevamo perso 50 o più volte contro UNC. Questa squadra, questa particolare squadra, ci aveva perso solo una volta e quindi quando i nostri ragazzi sono scesi in campo erano concentrati solo su quella partita ed erano fiduciosi dei loro mezzi per tutti i 40 minuti.

Contro Virginia, invece, avete vissuto un secondo tempo da incubo con soli 13 punti segnati. Sono i Cavaliers i favoriti dell’ACC ?
Semplicemente la loro difesa era così buona che non riuscivamo a tirare e a mettere in pratica il nostro gioco. Virginia ha solo due sconfitte e non solo è la squadra più forte della ACC ma, a livello difensivo, è la migliore della nazione. Quando giochi contro squadre così forti, non hai che da imparare e così quella sconfitta ci ha insegnato molto in termini di difesa. Ma naturalmente tutto può succedere, sia nelle finali di conference che nel torneo.

E dove può arrivare Clemson, ora che ha perso Donte Grantham?
Ci manca il suo gioco e soprattutto la sua leadership in campo ma, come ho detto prima, la forza della nostra squadra è il gruppo. Abbiamo già dimostrato di essere perfettamente in grado di vincere anche senza di lui e le riserve sono riuscite ad avere un impatto positivo sulle partite. Inoltre, preferiamo giocarci partita dopo partita e non fare troppe previsioni sul futuro.

Chiudiamo con una domanda sul tuo futuro: Randy Childress ci ha detto che sogna di tornare in Italia per allenare, qual è il tuo sogno?
Come nel basket, anche nella mia vita preferisco non guardare troppo avanti. Ora sto facendo un lavoro che mi piace: sto imparando giorno dopo giorno e voglio aiutare la mia squadra a crescere ancora. Certo, se ci fosse l’occasione di tornare in Italia, e perché no, a Siena…sarebbe fantastico!