Quote by Il caso Floyd scuote il college basket

L’omicidio di George Floyd sta scuotendo gli Stati Uniti nelle sue fondamenta e ha fatto da scintilla a un malessere tanto vasto nella sua portata quanto profondo nel tempo. La mobilitazione afroamericana e le sue istanze antirazziste stavolta non possono lasciare nessuno indifferente. Si sono levate e si stanno levando voci disparate in tanti settori della società, anche in ambito sportivo, e quindi comprendendo il mondo del college basketball.

“Stanno tutti zitti e non mi sta bene”

“Non saprò mai cosa vuol dire essere nero in America e non posso far finta di sapere quali siano le risposte. Quel che so è che voglio essere parte della soluzione e credo che le avversità e i pregiudizi che i neri affrontano in America siano qualcosa di cui tutti dobbiamo occuparci e cercare di risolvere”. Matt Painter di Purdue è uno degli head coach di spicco a essersi pronunciato sulla questione. Una lista che è andata a ingrossarsi nel fine settimana appena trascorso, includendo messaggi pubblici di Jay Wright, Tony Bennett, Tom Izzo, giusto per fare qualche nome.

Sono davvero in tanti ad aver preso parola stavolta, più di quanto non si sia visto in passato. L’intervento più significativo è però quello di LeVelle Moton, coach di NC Central, che ha parlato a ESPN di un problema di più ampio respiro che coinvolge i coach bianchi delle grandi università e il loro reiterato silenzio sulla questione del razzismo. Un intervento che sta avendo una certa eco e che ha presumibilmente pungolato qualcuno dei suoi colleghi che si sono fatti avanti nelle ultime ore.

“Abbiamo coach delle Power Five, nel football e nel basket, che hanno potuto creare benessere generazionale [grazie ad] atleti con la stessa carnagione di George Floyd. […] Ma ogni volta che gente con la carnagione di George Floyd viene uccisa, assassinata in strada alla luce del giorno, stanno zitti. E non mi sta bene, perché è come se “Black Lives Matter” per loro vale solo quando possono trarne guadagno”.

Dalla tastiera alla strada

“Verrà il giorno in cui questi discorsi non saranno necessari? Dio, lo spero”. Chris Holtmann di Ohio State è stato, il 29 maggio, fra i primi allenatori a pronunciarsi sull’uccisione di George Floyd. Non una volta sola, perché il giorno seguente si è esposto subito in difesa di un suo futuro giocatore, Seth Towns.

Grad transfer da Harvard, Towns è uno dei molti atleti ad aver deciso di passare dalle parole ai fatti, partecipando attivamente alle proteste. In piazza a Columbus, si è ritrovato in stato di fermo benché i toni della manifestazione in questione fossero pacifici. L’esperienza non ha però scoraggiato il neolaureato della Ivy, anzi. Towns è sceso di nuovo in strada proprio nelle scorse ore: “La vera voce non si trova nella parola parlata, ma nei passi che vengono fatti. Questi tempi di dolore ci spronano a unirci e a cambiare il corso della giustizia. […] Dobbiamo trovare il modo per essere il cambiamento di cui abbiamo bisogno”, ha detto su twitter.

Mentre scriviamo, le forze di polizia americane hanno effettuato più di 4000 arresti da quando sono iniziate le proteste. Come mostrato da molteplici testimonianze provenienti da vari angoli del paese, tali misure non sono sempre corrispondenti a situazioni di conflittualità ad alta intensità. In parole povere, è molto facile ritrovarsi con le manette ai polsi in questi giorni.

Lo sa anche Kahil Fennell, director of basketball operations del coaching staff dei Cards, arrestato il 30 maggio a Louisville per assembramento illegale. Una mobilitazione, quella nella cittadina del Kentucky, che è particolarmente significativa, visto che è volta a chiedere giustizia per un altro caso avvenuto di recente, quello che ha portato alla morte della 26enne Breonna Taylor. Fennell non ha ancora rilasciato dichiarazioni in merito. Intanto coach Chris Mack ha fatto sapere di essere pronto a fornirgli il suo supporto.