Quote by Napoli-California, il viaggio di Esposito

Per molti italiani, il passaggio al college basket è anticipato da quello all’high school: fra i nostri connazionali che giocheranno in Ncaa l’anno prossimo, nessuno si è trasferito negli Stati Uniti tanto presto quanto Ethan Esposito. Ultimo italiano in ordine di tempo ad approdare in Division I (il suo commitment con Sacramento State è diventato ufficiale due settimane fa), Esposito ha alle spalle quattro anni di high school e uno di junior college, sempre nella stessa città, San Diego.

Mamma americana e papà italiano, Ethan è nato a Napoli e ha mosso i primi passi sul parquet con la maglia della Pick and Roll, società di Pozzuoli. Appena 14enne, si trasferirsce negli USA insieme alla sua famiglia: «Ci sono voluti un po’ più di due anni per ambientarmi completamente, abituarmi al modo di fare qui», ci racconta con una parlata che spiazza in un modo di cui è capace solo chi è bilingue: nel suo caso, parlando in italiano con un accento napoletano inconfondibile e inframezzato, di tanto in tanto, da parole in inglese pronunciate in maniera ovviamente perfetta. «È stato un cambiamento gigante passare da una scuola di 4-500 persone a una di quasi 2.800, trovando un metodo di studio un po’ diverso. Anche col basket è stato un grande cambiamento, il gioco europeo e quello americano sono due cose quasi totalmente diverse, però mi ha aiutato molto avere John Olive come coach, uno dei più buoni della nazione (da anni nello staff di USA Basketball, ndr).»

Ala di 2 metri per 100 chili, la svolta nella sua giovane carriera è arrivata negli ultimi due anni. Con Torrey Pines High School ha avuto modo di incrociare avversari di alto livello (T.J. Leaf, Jaylen Hands, Taeshon Cherry) durante il suo senior year, chiuso con la vittoria della Avocado West League (con tanto di premio come POY) e il raggiungimento delle Elite 8 nelle CAF, le finali dello stato della California. Durante l’ultima stagione, con San Diego City, Esposito ha viaggiato a quota 10.1 punti, 5.9 rimbalzi e 1.1 assist in 19.4 minuti di media in una squadra con rotazioni ampie (nessuno oltre i 25 minuti a partita) e forte d’un record di 33-3 ma, suo malgrado, sconfitta proprio nella finale della CCCAA, il campionato dei junior college californiani.

L’annata disputata è stata buona abbastanza da attirare l’attenzione di alcuni college di D-I. Northern Arizona si era fatta avanti per poi dover rinunciare ad offrire una borsa a causa del dietrofront di un suo giocatore inizialmente intenzionato a trasferirsi. La volontà di salire subito di categoria ha fatto dunque cadere la scelta su Sacramento State, che lo seguiva già dall’anno precedente: «Il mio allenatore a San Diego City non voleva che me ne andassi, perché diceva che l’anno prossimo ci sarebbero state molte più squadre che mi avrebbero voluto reclutare, anche di livello più alto. Ho deciso di andare a Sacramento perché già dalla fine dell’anno scorso i miei genitori avevano pensato che sarebbe stato molto importante fare solo un anno di junior college e andare direttamente in Division I, se avevo l’opportunità.»

Complici alcuni infortuni, il 2017-18 di Sacramento State è stata una delle stagioni più travagliate degli ultimi anni, chiusa col penultimo posto nella Big Sky nonostante potesse contare su uno dei migliori giocatori della conference, il senior Justin Strings (miglior scorer all-time degli Hornets in D-I). Proprio il vuoto lasciato dalla partenza del veterano è stato un fattore per la scelta di Esposito, visto che coach Brian Katz è convinto di poterlo plasmare in modo tale da fargli ricalcare le orme dell’illustre predecessore, sia come impatto che come tipologia di giocatore: «Coach Katz mi disse proprio questo quando mi chiamò la prima volta, che voleva rimpiazzare Strings con me. Vuole che sviluppi il tiro da tre, da due, il palleggio, vuole svilupparmi come ha sviluppato lui in questi tre anni. Il mio obiettivo è di riuscire e diventare un’ala piccola.»

Il tiro da tre è la priorità assoluta per un giocatore che quest’anno si è avventurato molto raramente in soluzioni da dietro l’arco (2/8 totale in 36 partite), a dire il vero anche per via di contingenze particolari: «A San Diego City ho giocato da lungo perché ho dovuto sacrificare il mio ruolo per la squadra, non avevamo un giocatore che potesse giocare da centro e molte volte ero io a coprire quel ruolo».

Esposito ha fatto di necessità, virtù. Forza fisica, coordinazione, buona velocità rispetto alla stazza, qualche movimento spalle a canestro e un uso discreto della mano debole: ricevendo in post o in avvicinamento, ha creato diversi grattacapi alle difese avversarie puntando il ferro, anche caricandole di falli e punendole in maniera piuttosto efficiente dalla lunetta (75.8%).

 

Il mid-range è la sua zona preferita: da lì, riesce a liberare diverse soluzioni individuali, mostrando anche buona visione di gioco e timing nel servire i compagni. Se il tiro da tre è poco esplorato, il jumpshot dalla media è invece già più solido e rodato.

 

Nel raccontare il suo percorso, Ethan ci tiene sempre a parlare dei coach che l’hanno guidato: il già citato Olive a Torrey Pines, ma anche Mitch Charlens e Phil Scott a San Diego City («sono incredibili per il fatto che creano un’atmosfera veramente professionale per i loro giocatori»).

Nell’elenco c’è anche una figura speciale, ossia suo padre Gennaro, un passato da giocatore di volley e un presente da allenatore: «Diciamo che fa un po’ di tutto: preparatore atletico, coach, mentore. Senza di lui non sarei il giocatore che sono ora. Sapevamo entrambi che l’atletismo era una cosa molto importante qui in America. Mi ha aiutato con tutto: saltare, muovermi più velocemente, avere un fisico completo. L’elevazione che ho ora, che non è incredibile, è molto maggiore rispetto a quando sono venuto qui, grazie a lui».

 

Anche se sono passati un po’ di anni dal suo trasferimento, ci sono tante cose dell’Italia che non possono non mancargli: i nonni e i parenti in primis, poi gli amici (con cui resta sempre in contatto) e, da buon napoletano, i pezzi forti della tradizione culinaria – salsicce e friarielli, la mozzarella e, ovviamente, la pizza.

Ethan, insomma, non si scorda mai dell’Italia: ma l’Italia, piuttosto, si ricorda di lui? Sembrerebbe di sì, vista la convocazione a un raduno della Nazionale U18 della scorsa estate: «L’esperienza è stata molto bella, mi è piaciuta molto. Sono stato con loro due settimane però diciamo che era un po’ difficile perché lo stile di gioco era molto diverso da quello cui oramai ero abituato in America. In più, tutti i giocatori si conoscevano da anni, io ero l’ultimo arrivato e non sapevo molte delle cose che stavano facendo. Non sono stato in contatto con la Federazione recentemente, però se mai mi chiamassero, io sono prima di tutto italiano, quindi la nazionale è sempre un onore».