Quote by Dal carcere alla Ncaa, la lunga strada di OT

A 14 anni il basket lo ha letteralmente strappato dalla strada e dal riformatorio e, da quel momento, ha sempre fatto parte della sua vita. Dopo aver lasciato il segno al Panola Junior College segnando 70 punti in una partita, Omar Thomas, per tutti OT, ha stravolto le sorti di UTEP portandola al torneo Ncaa per due anni consecutivi. Ha poi girovagato per mezzo mondo, tra Filippine e Repubblica Dominicana, ma è in Italia dove ha lasciato il cuore, ed è uno dei tanti americani passati dai nostri campi e poi finiti a lavorare nel college basket. Il suo sogno nel cassetto? In realtà sono due: uno è legato alla pallacanestro, l’altro ha invece a che fare con mozzarelle di bufala e limoncello. Ecco cosa ci ha raccontato dei suoi anni da giocatore, del suo presente a Southern Mississippi, dei giocatori italiani in Ncaa e del suo futuro.

Hai scelto l’University of Southern Mississippi per iniziare la tua nuova esperienza dopo il basket giocato, ma avevi avuto anche dei contatti con Tim Floyd, allenatore di UTEP, il college dove hai giocato. Come sei arrivato a USM? C’entra qualcosa coach Doc Sadler?
Sì, in realtà avevo contattato Tim Floyd di UTEP perché mi sarebbe piaciuto tornare nel college dove avevo giocato. Penso che sia il sogno di ogni giocatore professionista ritornare nella sua alma mater per allenare. Ma poi si è liberato un posto a Southern Miss. Io e coach Sadler siamo sempre rimasti in contatto negli ultimi 15 anni, è anche venuto al mio matrimonio, e in varie occasioni avevamo parlato del mio futuro come head coach, una volta che avessi smesso di giocare. Così, quando si è presentata la giusta occasione, ha subito pensato a me e io ho semplicemente colto questa grande opportunità. Normalmente prima di arrivare a ricoprire il mio ruolo, quello di Director of Basketball Operation, bisogna fare tutta la gavetta partendo dal basso ma, grazie a coach Sadler, ho potuto saltare vari passaggi ed è stata quindi un’opportunità incredibile per me.

Parlando di coach Sadler. Sei stato un suo giocatore a UTEP e ora fai parte del suo staff a USM. E’ cambiato il suo gioco negli anni?
È lo stesso coach di un tempo, tosto come una volta. Ha sempre avuto una grande visione difensiva, anche se io all’epoca non ero un giocatore molto difensivo (ride divertito). Ha una eccellente strategia di gioco e la sa eseguire alla perfezione.

Sadler ha detto che è contento di averti nel suo staff perché sei il giocatore con “grande energia, passione ed entusiasmo”. Ti riconosci in queste parole?
(Sorride felice) Quando ero un giocatore, ero esattamente così e sono gli stessi principi che cerco di trasmettere ai miei giocatori. Ma ora, nel mio nuovo ruolo, devo essere un mentore per i ragazzi, saperli motivare e quindi, anche se la mia energia, la mia passione e il mio entusiasmo sono rimasti, sono in qualche modo diverso da quello che ero un tempo. In campo ero un giocatore tosto, ma quello che devo insegnare ai ragazzi ora è saper leggere il gioco, visualizzarlo e capirlo.

Coach Doc Sadler

La C-Usa è una delle conference emergenti: avete chiuso la regular season con 7-11 ma poi nel torneo di conference avete ottenuto un’importantissima vittoria contro la #1 Middle Tennessee. Avete fatto un pensiero al torneo Ncaa a quel punto?
Quest’anno avevamo vari giocatori nuovi e arrivare al torneo Ncaa era davvero difficile. Serve fortuna e un gruppo coeso, motivato. Non serve solo avere dei giocatori di talento, ma si tratta soprattutto di trovare la giusta alchimia nel gruppo. Alchimia che è sicuramente cresciuta durante la stagione e che è diventata molto buona poi nelle fasi finali. Per questo sapevamo che contro Middle Tennessee avevamo una possibilità e l’abbiamo sfruttata (vincendo 71-68 al supplementare). Ma, dopo questa vittori,a temo che come squadra abbiamo finito un po’ il gas. Non eravamo infatti pronti a giocare quattro partite di fila in quattro serate e devo ammettere che con Marshall non avevamo molte possibilità. La prossima stagione sono sicuro che le nostre possibilità saranno maggiori e sono fiducioso che arriveremo al Torneo: i nostri ragazzi saranno più consapevoli di quello che staranno facendo e saranno “affamati”. Diciamo che questa stagione ci è servita un po’ come banco di prova per maturare ed essere pronti per la prossima.

In semifinale, siete usciti a testa alta contro Marshall, che ha poi vinto il torneo, dopo aver recuperato 24 punti. Qualche rimpianto?
Marshall poteva contare su di un gruppo molto compatto che gioca insieme da ormai due o tre anni, e quindi è un avversario difficile da affrontare. Il loro allenatore, Dan D’Antoni, (fratello maggiore di Mike) ha allestito una squadra molto offensiva e difficile da contenere. Non per nulla ha vinto la conference. Non possiamo assolutamente essere arrabbiati per quella partita. Per noi, questa stagione (la quarta con coach Sadler) è stata la migliore degli ultimi anni con 16 vittorie e 18 sconfitte: ciò dimostra che abbiamo preso la giusta strada e che dobbiamo continuare su questa direzione.

Avete incontrato due volte UTSA, la squadra di Giovanni De Nicolao (che abbiamo appena intervistato). Come l’hai visto in campo?
Conosco molto bene il fratello Andrea contro cui ho giocato molte volte in Italia. Quando ho visto Giovanni, l’ho abbracciato e lui si è ricordato di me. Giovanni non è molto atletico, ma gioca come un veterano. È un giocatore molto disciplinato, una delle caratteristiche che apprezzo maggiormente nei giovani giocatori europei. II fatto che il livello giovanile in Italia sia inferiore rispetto a quello statunitense permette ai giocatori di strutturarsi e di essere più disciplinati nel loro gioco: hanno un’etica di squadra e di gioco maggiori rispetto agli americani e quindi, quando arrivano negli Stati Uniti, hanno già basi molto solide di cui noi qui abbiamo estremamente bisogno. Per questo sto provando a contattare i coach per i quali ho giocato in Italia: vorrei riuscire a creare dei ponti tra Stati Uniti e Europa per riuscire a portare qualche giocatore qui. Sono stato otto anni nel vostro Paese e mi piace molto il vostro gioco e il vostro stile.

Tyree Griffin contro Giovanni De Nicolao

Ad inizio stagione avete giocato invece contro Michigan, perdendo 47-61. Quali erano state le tue impressioni sui Wolverines e pensavi che sarebbero riusciti ad arrivare fino alla finale del torneo?
In realtà no. Abbiamo addirittura rischiato di vincere quella partita, ma sicuramente anche Michigan, come noi, doveva ancora trovare il suo assetto e la sua alchimia. I loro freshman e sophomore sono migliorati partita dopo partita e quindi questo ha inciso in maniera molto positiva sulla crescita della squadra. Quando abbiamo giocato contro di loro, non erano certo ai livelli di fine stagione.

Passiamo al difficile tema del momento. Dopo lo scandalo FBI, il modello Ncaa è stato aspramente criticato e la commissione Rice ha presentato le sue proposte per modificarlo. Come lo cambieresti tu? 
Sì, è difficile. Innanzitutto non è facile capire da dove provengano i soldi e chi abbia effettivamente pagato i giocatori (nello scandalo scoppiato lo scorso settembre): la Ncaa è una sorta di business e dietro ci sono gli interessi di tanti sponsor. Non si tratta solo di basket. Posso solo dire di essere contento che l’FBI abbia deciso di iniziare questa inchiesta e che l’abbia fatto in maniera seria. Non si risolverà certo in un anno, ma ci vorrà del tempo: questo è solo il primo passo per ripulire il college basketball. E sono contento che abbiano iniziato ora: è da troppo tempo che va avanti e adesso, finalmente, grazie all’FBI, il problema è stato portato alla luce e riconosciuto come tale.

Torniamo a questioni meno complesse e parliamo della tua esperienza come giocatore. Ci racconti quei 70 punti realizzati al Panola Junior College?
Oh! (esclama sorpreso) All’epoca noi giocavamo secondo lo stile di Mike D’Antoni a Phoenix, con la palla che viaggiava veloce e con tanti tiri. Se ripenso a quella partita, ancora oggi non so davvero come abbia fatto: a metà gara ero già a quota 50 o qualcosa del genere. È stato sensazionale. Ero al mio primo anno di JuCo e ho subito realizzato un record. In realtà, è stato solo il secondo punteggio più alto nella storia del Junior College. Un tizio ne aveva messi 87. Una cosa straordinaria!

Già prima di quella partita il tuo soprannome era “Black Jesus”, da dove nasce?
È una cosa che risale a quando giocavo in high school. C’era un ragazzo di una squadra avversaria che come me aveva i dreadlocks, come me era di pelle scura e lo chiamavano “Black Jesus”. Abbiamo vinto quella partita e personalmente l’ho schiacciato. Non so bene come, ma hanno semplicemente dato il suo soprannome a me e io l’ho preso. Ho pure un tatuaggio con questo soprannome. (OT spesso cambia la versione di questa storia. Fatto sta che questo soprannome gli è rimasto appiccicato addosso e in Italia molti lo conoscono così).

In molte interviste hai raccontato la tua difficile adolescenza, come ti ha aiutato il basket in questo?
Tutti conoscono la storia di mio padre e dei miei due fratelli, del carcere e dell’accusa di omicidio. E anche io rischiavo di prendere quella strada (OT ha fatto tre mesi di riformatorio per rapine, piccoli furti e aggressioni) e a 14 anni il basket mi ha salvato. Ho iniziato a giocare nella squadra della scuola e più giocavo, più innamoravo di questo sport. Il mio approccio al basket è stato come quello con una fidanzata: è avvenuto piano piano. Più che una scuola di vita, però, per me questo sport è stata una scappatoia: invece di stare in strada, giocavo, mi allenavo e così mi tenevo lontano dai guai in una città come Philadelphia dove la droga, le sparatorie e il riformatorio erano all’ordine del giorno per i ragazzi come me.

Dopo due anni di JuCo, il tuo arrivo a UTEP nel 2003 ha risollevato le sorti del programma che dopo un’astinenza che durava dal 1992 è tornato al torneo Ncaa per due volte consecutive e tu hai anche vinto il premio MVP della tua conference nel 2005. Quali sono i tuoi ricordi più belli di quegli anni?
Mi sono divertito molto in entrambi gli anni (dice ridendo). Scherzo, parlando di basket…vediamo…il mio primo anno, da junior, abbiamo battuto due volte Boise State e lì ho capito che saremmo stati davvero un’ottima squadra. Ricordo che da lì le cose sono cambiate, dato che abbiamo acquisito una grande fiducia. Il secondo anno da senior, con Doc Sandler come head coach (l’anno prima era assistant), siamo nuovamente arrivati alla March Madness ma è stato diverso: il primo anno c’era stata l’emozione di andare in tv e quella del primo Selection Sunday. Nel 2005 avevamo vinto la Conference e quindi eravamo già sicuri di accedere al Torneo.

Le scarpe di OT quando giocava a UTEP

Raccontaci come si vive un Selection Sunday:
Molto dipende dal fatto se sai già di essere ammesso o meno. Come dicevo, il secondo anno avevamo la certezza matematica di essere già nel Torneo ma il primo anno, quando nessuno sapeva cosa sarebbe accaduto…. ricordo quel giorno come se fosse ieri. Eravamo tutti insieme a seguire la tv e avevo il cuore che batteva all’impazzata. Temevo che mi sarebbe venuto un infarto. Tutta la tua comunità fa il tifo per te e ciò rende il tutto un momento speciale. Intorno a te ci sono le telecamere e tutti sono nervosi nell’attesa di vedere il nome della propria squadra apparire sul monitor: la tua famiglia, chi ti sta seduto a fianco, il coaching staff, quelli che non conosci…è un’emozione davvero indescrivibile.

Dopo un provino con i Seattle SuperSonics, hai giocato nella lega di sviluppo della NBA (NBDL). Qualche rimpianto per non essere riuscito ad entrare in Nba? 
In realtà no. Il sogno di ogni ragazzo è quello di giocare in Nba, ma io ho avuto tante altre possibilità: ho fatto il camp con i Seattle Supersonic, poi sono stato a a Chicago per un pre-draft camp e infine ho giocato anche nella Development League con Austin. Poi ho potuto giocare in Italia sia in A1 che in A2. Quindi no, non ho rimpianti per la Nba. Ho vissuto a pieno la mia carriera e ciò che mi ha offerto. Quando ero già in Italia, hanno scritto che io ho provato a tornare in Nba, ma in realtà mi avevano invitato a qualche camp, ma a quel punto non mi vedevo più come un giocatore da Nba. La vita e la carriera in Europa mi si addicevano e mi trovavo bene lì: guadagnavo bene, avevo una famiglia (il figlio è nato ad Avellino) e sinceramente preferivo stare là.

Sei arrivato in Italia grazie a Giampiero Ticchi. Dal tuo debutto con i Rimini Crabs sei arrivato poi a indossare la maglia di importanti squadre di serie A come Avellino e Sassari, con cui hai vinto una coppa Italia. A quale squadra sei più legato? Qual è il tuo ricordo più bello del nostro campionato?
Per quel che riguarda i ricordi più belli, direi il premio da MVP nel 2011 con la maglia di Avellino e poi la promozione dalla serie A2 alla serie A1 con Brindisi nel 2009. Ed è proprio alla società brindisina che sono più legato. Eravamo solo due americani in squadra e io avevo legato molto soprattutto con Michele “Micio” Cardinali, Mauro Pinton e Luca Infante. Quell’anno è stato speciale: eravamo un gruppo molto unito, legato anche da una stretta amicizia. Lo stesso si può dire di coach Giovanni Perdichizzi e Agostino “Ago” Origlio. Sono ancora in contatto con Luca e Mauro, ma anche con Giovanni: è un allenatore che apprezzo moltissimo come persona e mi sta aiutando anche nel recruiting di qualche giocatore italiano da portare qui negli States.

La Dinamo Sassari vincitrice della Coppa Italia 2014

Nel 2011 sei stato sospeso per 16 mesi per la questione del passaporto ma, nonostante questo, sei tornato in Italia. Cosa ti piaceva così tanto del nostro campionato? Lo segui ancora?
Era più una questione di confort zone per me. Gli arbitri mi conoscevano, gli allenatori mi conoscevano e così anche i giocatori. Era decisamente una situazione migliore rispetto all’idea di dover cambiare tutto nuovamente. Quindi, nonostante il problema del passaporto, gli allenatori mi conoscevano come persona ed ero sicuro che non ci sarebbero stati problemi. Ecco il perché alla fine ho deciso di tornare. Seguo un po’ ancora, ma non ho molto tempo da dedicargli, seguo soprattutto qualche americano là.

Il tuo obiettivo è quello di diventare un coach: che tipo di allenatore vuoi diventare e quali sono i modelli a cui ti ispiri?
Molti allenatori non hanno mai giocato, mentre io ho la fortuna di averlo fatto anche a livello professionistico. Ho quindi la fortuna di avere una prospettiva un po’ diversa. Sinceramente, sto ancora cercando di capire che tipo di allenatore voglio diventare: se un allenatore duro o uno più vicino ai giocatori. Normalmente, si segue la strada dei propri mentori, nel mio caso coach Sadler, ma non sono sicuro di poter seguire le sue orme ed essere altrettanto bravo, soprattutto per quel che riguarda la strategia di gioco. Penso che potrei essere più un coach “motivatore”. C’è stato un momento che pensavo di seguire le orme di coach Bill Gillispie (ride parlando di uno dei personaggi più controversi del college basket, famoso per i suoi metodi molto severi con i giocatori), anche se non mi ci vedo per niente e anche se oggigiorno penso che non ci si possa più rapportare così con i giocatori.

Ti piacerebbe tornare in Italia per allenare?
In Italia la strada per diventare allenatori è lunga e non proprio semplice, da quanto mi hanno spiegato. Ma, se potessi farlo, certo che mi piacerebbe…magari dei Rimini Crabs.

In un’intervista hai detto che nel tuo futuro, oltre ad un ruolo come coach, ti piacerebbe aprire un ristorante italiano in Usa. È ancora valido come progetto?
Sì, sì, è ancora valido. Il mio unico problema è riuscire a fare arrivare qui in America la mozzarella di bufala fresca da Avellino e il limoncello.

Hai già un nome?
No, in realtà deciderò quando sarà il momento, ma “La mia Mamma” di Rimini rimane un modello assieme a un locale di Brindisi. Quando ritorno ci faccio un salto, e chissà che non trovi la giusta idea.