Quote by ‘Italiani, non vi fate aggredire’

Dopo aver ripercorso i due anni a New York nella prima parte dell’intervista, abbiamo chiesto a Federico Mussini di spiegarci i motivi del suo ritorno e di dare qualche consiglio ai ragazzi italiani che stanno per iniziare la loro esperienza in Ncaa.

Perché hai deciso di tornare?

Pensavo fosse il momento giusto. Reggio mi ha proposto un ruolo importante, in una squadra tra le migliori d’Italia, che ha dimostrato negli ultimi anni che si può fare strada con i giovani e con gli italiani, dando loro grande spazio. Partecipa all’Eurocup, che quest’anno in particolare ha un livello altissimo, quindi è una grande vetrina e una possibilità di migliorare molto velocemente. Ho pensato che un’occasione migliore di questa non ci potesse essere.

Non avevi programmato di stare due anni quindi, è stata l’offerta di Reggio a farti tornare.

Esatto. Mi sono sempre trovato bene là, ma avevo deciso subito che ogni anno avrei valutato ogni opzione e ogni soluzione che mi si presentava davanti. Alla fine di quest’anno è arrivata questa proposta, ho pensato fosse molto buona per me, per il mio miglioramento e per la mia carriera e quindi l’ho presa.

Mussini con il ds reggiano Alessandro Frosini

Mussini con il ds reggiano Alessandro Frosini

Anche in occasione del tuo ritorno, è partito il solito dibattito tra chi pensa che l’esperienza in Ncaa abbia più di un senso e chi li ritiene invece anni buttati. Partiamo dal livello medio dei giocatori che hai affrontato.

Se confrontiamo giocatori della stessa età in Europa e Italia con quelli americani, il paragone non esiste proprio. Lì ci sono atleti di massimo livello, i giocatori scelti al draft che andranno in Nba sono tutti giovanissimi. Se paragoniamo il livello del college con la serie A, allora possiamo dire che in serie A il livello è leggermente più alto, anche perchè ci sono giocatori che magari arrivano dall’Nba o hanno esperienza in Europa. Nel college l’inesperienza un po’ si sente, anche se livello di talento e atletismo è molto alto.

Torniamo al dibattito di cui sopra: anni buttati o bella esperienza?

Io questa esperienza la rifarei sempre, perché mi sento migliorato come giocatore e come persona ho fatto un’esperienza pazzesca. Non vedo davvero aspetti negativi nell’andare in America. Anzi, lì ti preparano per essere un giocatore di alto livello. Non dico che in Italia questo non sia possibile, la serie A è di alto livello con giocatori di grande esperienza e quindi impari moltissimo anche qui. Ma per la mia crescita come giocatore, anche legata molto all’aspetto fisico, sicuramente è stato meglio così. Là per come è strutturata la stagione, per come sono strutturati gli allenamenti, hai molto più tempo per lavorare sul fisico. La stagione dura 4-5 mesi, quindi in tutto il resto dell’anno hai tempo per migliorare davvero tanto, lavorare sulle tue debolezze e migliorare quello che sai fare meglio. In più, ti alleni a giocare con giocatori di un livello superiore, ovviamente non di esperienza, ma dal punto di vista dell’atletismo e delle capacità tecniche. È un’esperienza che ti fa migliorare molto.

Proprio la durata della stagione è uno degli aspetti che, per esempio, ha convinto Cecilia Zandalasini, classe ’96 come te, a non andare in un college americano. Ne ha parlato di recente nell’intervista con Alessandro Mamoli su Sky, spiegando che l’Ncaa l’attraeva solo per la possibilità di combinare studio e pallacanestro, ma dal punto di vista cestistico ha pensato fosse meglio restare e così ha fatto.

Ti dico, dal mio punto di vista la stagione corta era un bene, per gli aspetti su cui dovevo migliorare io. Non è che si giochi poco, le partite più o meno sono quelle come numero (65 le gare ufficiali giocate da St John’s in 2 anni), solo che sono più ravvicinate, cosa che peraltro a me piace molto. Allo stesso momento c’è più tempo per il lavoro individuale. In Italia, per migliorare dal punto di vista fisico hai poco tempo, in particolare per una squadra che fa le coppe. Per Federico Mussini la struttura del campionato americano era meglio, per altri può essere meglio quello del campionato italiano. Ogni giovane deve migliorare su determinati aspetti e, in base alla sua situazione, valutarli bene prima di scegliere. Però questa è una scelta che io rifarei sempre.

Cecilia Zandalasini

Cecilia Zandalasini

Ci sono alcuni ragazzi italiani che la pensano come te, a partire da Davide Moretti e Francesco Badocchi che andranno in college importanti nelle due conference più forti, e cioè Texas Tech in Big 12 e Virginia in ACC. Che consigli vuoi dargli?

Gli consiglio di arrivare fin dal primo giorno con una mentalità dura, e di non farsi sottomettere: gli americani hanno una mentalità diversa dalla nostra, ogni giocatore pensa di essere il più forte di tutti. Quindi sono ossessionati dal pensiero di come diventare stelle, come diventare i migliori di tutti. E, secondo me, anche da questo punto di vista è per questo che hanno più successo, al di là delle capacità tecniche e fisiche. Loro dicono tutti: io andrò in Nba. Qui questo tipo di mentalità c’è un po’ meno, là la competizione anche all’interno della squadra è alta, quindi bisogna avere faccia tosta, non guardare in faccia a nessuno ed essere pronti a giocare sempre duro.

Davide Moretti in maglia azzurra

Davide Moretti in maglia azzurra

Quindi anche a livello di college si respira l’aria da star che pensa soprattutto ai propri obiettivi?

Sì, ovviamente tutti capiscono che i risultati di squadra sono molto importanti, ma sono comunque tutti lì per migliorare e diventare giocatori da Nba. E per ottenere questo scopo non ti lasciano niente di facile, ti  aggrediscono, perché è una competizione all’interno della squadra. Non è che ci va tutta la squadra in Nba, solo pochi ce la fanno e ognuno vuole essere meglio degli altri. Questo li porta ad allenarsi duramente, anche per conto proprio ogni giorno, e ovviamente con la disponibilità di palestre che hanno è più facile.

La voglia di Nba è venuta anche a te?

A me piacerebbe molto, è un sogno, e quindi spero in un futuro di poter avvicinarmi in qualche modo a quel mondo. Come non lo so, dipenderà tanto da me, da come andranno le prossime stagioni. Il mio obiettivo è fare bene con Reggio, poi vedremo.

Rispetto a quando sei partito, che giocatore avrà a disposizione Menetti ora?

Un giocatore molto più maturo, migliorato dal punto di vista fisico, tecnico e anche mentale. Con due anni di esperienza lontano da casa, in una megalopoli come New York, giocando in una conference di alto livello con giocatori con la mentalità di cui ti parlavo prima.

E quindi con più faccia tosta.

Esatto.