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Wofford epitome del college basket

Autore: Riccardo De Angelis
Data: 27 Dic, 2017

Nel South Carolina c’è una piccola città – una delle tante in uno stato il cui centro più popoloso, Columbia, non arriva a 130mila abitanti – che pochi giorni fa si è ritrovata d’improvviso al centro delle cronache del college basket. Ha un nome che suona bellicoso e che stride un po’ con una storia locale che di epico non sembra avere granché.

Spartanburg conta circa 37mila anime, un costo della vita basso, ha dato i natali a un gruppo southern rock che tirò fuori un paio di hit negli anni ’70 – The Marshall Tucker Band – ed è perfetta da visitare se amate passeggiate nel verde, case coloniche, cucina casereccia e alcolici artigianali: birra e whiskey sono scelte d’obbligo, dicono. Si consiglia però di non alzare troppo il gomito onde evitare di piombare in qualche brutta situazione: a meno che non aspiriate a metter su una cinematografica rissa da bar sulle note di “Heard It in a Love Song” degna dei peggiori fratelli Farrelly, è bene tenere a mente che il tasso di reati violenti lì è doppio rispetto alla media dello stato, a sua volta più alto di quello nazionale. Insomma, l’immagine da cittadina tranquilla regge solo fino a un certo punto.

Effettivamente è un angolo di mondo particolare: qui troverete una serie di attività culturali insolitamente variegata per una città così piccola, compresa una galleria d’arte piuttosto vispa e che s’industria parecchio per vivacizzare il paesaggio e ospitare opere provenienti da tante parti del globo. Il capolavoro del posto, però, non lo troverete né in quello né in nessun altro museo. In realtà, non si trova nemmeno nella stessa Spartanburg. Questa perla assoluta è durata quaranta minuti effettivi e la si è potuta ammirare a poco più di tre ore di macchina da lì, in direzione nord-est: a Chapel Hill, North Carolina.

Golia è a terra e Davide ride

La sala stampa del Dean Smith Center è semivuota ormai. Il giro d’interviste post-partita è terminato e, fra i pochi presenti rimasti, c’è un signore di mezza età dall’aspetto ordinario e rassicurante. Ha l’aria un po’ stravolta ma contenta, porta una camicia bianca e, per lui, è arrivato il momento in cui può finalmente allentare il nodo della cravatta. E ridere. Ridere proprio di gusto, di gioia sincera. Questo signore si chiama Mike Young ed è il coach di Wofford, squadra della Southern Conference con sede a Spartansburg che ha appena battuto clamorosamente i campioni Ncaa in carica di North Carolina per 79-75 in quello che è stato un piccolo compendio di alcune delle cose per le quali vale la pena amare il college basket.

Young ride perché felicità e incredulità si accavallano l’un l’altra quando qualcuno gli fa notare che i suoi Terriers avevano passato tutto il secondo tempo in vantaggio, anche di 14 punti:

«Cosa? Sei sicuro? Hey Richard [Johnson, direttore atletico], ma lo sai che siamo stati sopra per tutto il secondo tempo?»
«Sì che lo so, c’ero anch’io.»
«Sopra anche di 14!»
«Sì, so contare.»
E giù altre risate.

La pallacanestro universitaria è piena di head coach che rimangono sulla stessa panchina per anni e anni ma difficilmente ne troverete uno come Young: 54 anni e una vita per Wofford – alla 16a stagione da capo allenatore dopo 13 da assistente – 4 tornei di conference (e quindi altrettante apparizioni al Torneo Ncaa) fra il 2010 e il 2015 e uno degli stipendi più bassi della Division I (161.043 dollari all’anno). Sarebbe un curriculum ottimo per chi volesse fare il salto verso programmi danarosi e meglio attrezzati per reclutare giocatori di talento. Clemson e Charleston avevano sondato il terreno in passato ma Young finora non è mai sembrato intenzionato a muoversi da Spartanburg.

A dire il vero, non gli interessa nemmeno avere un agente o rinegoziare il proprio contratto quando le cose vanno particolarmente bene. Ha un legame molto stretto con l’ambiente e un chiodo fisso che fa da carburante alla sua passione: vuole vincere, sempre, più di ogni altra cosa ed è sicuro che per farlo non esista posto al mondo migliore per lui. Perché andare altrove a guadagnare tre, quattro, cinque volte di più se già ci si sente perfettamente felici e realizzati?

Insomma, non si può dire che Young non si fosse mai tolto delle soddisfazioni in carriera prima della serata perfetta di Chapel Hill. In tutta la sua storia, però, la squadra dell’Upstate South Carolina non aveva mai sconfitto un ranked team: c’è riuscita infine al ventiseiesimo tentativo, contro una numero 5, fuori casa e in uno dei templi più sacri del college basket. Un tempio che non veniva violato da 23 partite consecutive e che conta quasi 22mila posti: se per ipotesi tutti gli studenti di Wofford si fossero recati lì insieme, li si sarebbe notati a malapena, loro che sono appena 1.692, meno d’un decimo rispetto a UNC e terza università più piccola dell’intera Division I.

Oltre i propri limiti

Parte del fascino di questa impresa sta nell’esser stata compiuta in assenza dei tre ingredienti tipici degli upset: grandi percentuali da tre, una zona per livellare il divario fisico e un gruppo di giocatori rodati. Wofford, che è composta da dieci underclassmen – la più giovane della nazione dopo Auburn e Kentucky, altri mondi però in quanto a talento individuale – ha vinto difendendo quasi sempre a uomo e tirando col 31.8% dall’arco (7/22), prestazione affatto esagerata e per giunta sotto gli standard d’una squadra che, prima di affrontare i Tar Heels, viaggiava col 44.6% segnando 11 triple a partita.

Se non puoi contare su quei fattori, ti occorrono dunque altre cose. Serve un coach che la sappia lunga e che prepari la partita minuziosamente. Servono giocatori “allenabili”, al top della concentrazione e che magari facciano un passo oltre i propri limiti. Serve qualcuno che attiri le attenzioni della difesa e che, nonostante ciò, trovi il modo di rendere al massimo. Serve un avversario più superficiale del solito cui far pagare caro i propri errori. Servono, infine, tonnellate di cuore e di fiducia. Tutte cose che ai Terriers non sono mancate.

In linea di massima, la difesa non è il punto forte di Wofford: tende ad essere fallosa, concede parecchi punti (107.3 AdjDE) e percentuali altissime da tre (42.2%, 339a in D-I). Che la storia potesse essere diversa a Chapel Hill, lo si era visto già nei primi minuti.

 

North Carolina ha tirato male dall’arco (7/25) anche e soprattutto per demeriti propri, ma i Terriers hanno fatto un ottimo lavoro nel prevenire contropiedi, recuperare palloni e difendere l’area, concedendo solo un 10/21 nel pitturato con marcature aggressive e senza pagare troppo dazio in quanto a falli spesi. Al resto ci ha pensato UNC con una mira mediocre dalla lunetta (28/38) e qualche errore gratuito (14 perse). Non meno importante la garra mostrata sotto i tabelloni in entrambe le metà campo, riuscendo a tenere botta (38-34 il conto dei rimbalzi in favore degli avversari) contro una squadra con molti più centimetri ma puntualmente punita ad ogni distrazione.

Lo sforzo – assolutamente encomiabile – è stato davvero collettivo ma il fattore-chiave ha un nome e un cognome: Cameron Jackson, lungo non altissimo (203 cm) ma massiccio (111 kg), MVP a sorpresa grazie a una prova totale e devastante (18 punti, 9 rimbalzi, 3 assist, 3 recuperi e 6 stoppate) che gli è valsa il premo di National Player of the Week. Talento in parte inespresso e soggetto ad alti e bassi, Jackson è riuscito a stare lontano dai soliti problemi di falli e a incidere in maniera incredibilmente continua sui quaranta minuti, come mai prima in carriera.

 

Le stoppate sono la parte più evidente della sua partita difensiva, ma c’è dell’altro. Una delle principali minacce era rappresentata da Luke Maye, il quale è riuscito a chiudere il match con l’ennesima doppia-doppia (17 punti e 14 rimbalzi) ma con un misero 4/16 dal campo. Se la sua serata al tiro è stata così complicata, lo si deve anche al costante lavoro ai fianchi di Jackson: in marcatura su di lui, non c’è stata ombra di ricezioni facili in post basso.

 

Un attacco inarginabile

Se la difesa è andata oltre le aspettative, l’attacco invece ha dato forma ai peggiori incubi preconizzati da Roy Williams: non ci è dato sapere quanto fosse sincero il suo «Wofford mi spaventa a morte» pronunciato alla vigilia ma di sicuro è stato profetico, suo malgrado. La squadra della SoCon ha uno scorer che porta sulle proprie spalle gran parte del peso dell’attacco (ne parleremo fra poco, dulcis in fundo), North Carolina era obbligata a focalizzarsi su di lui ma a quel punto sono sorti due bei problemi: contenerlo a lungo si è rivelato impossibile e, nel frattempo, c’era da fare i conti con una squadra che sa interpretare una più che discreta varietà di giochi, cosa non troppo frequente nel college basket e ancor meno presso un collettivo così giovane.

Tiratori pronti a essere innescati, uso dei blocchi sia sulla palla che lontano da essa, predilezione per i ritmi bassi ma anche capacità di colpire efficacemente in transizione grazie a letture sempre molto oculate: i Terriers non ripetono mai lo stesso copione e la loro forza consiste nell’adattarsi agli avversari – contro UNC, infatti, vista la giornata eccezionale di Jackson, sono andati in post basso più del solito. Anche senza grosse percentuali da tre, sono riusciti a mettere insieme un buon 43.8% dal campo: entrati definitivamente in fiducia a metà incontro, la loro circolazione di palla ha a tratti rasentato la perfezione.

 

Fra i vari colletti blu di Wofford, Storm Murphy merita una menzione: al contrario del nome strepitosamente hippy che si porta appresso, questo playmakerino (180 cm) vecchio stile ha un impatto molto silenzioso, pensa di più a impostare l’azione – e lo fa con un polso non banale per un freshman – che a cercare conclusioni per sé; quando però decide di tirare è una piccola gioia per gli occhi, con la sua capacità d’infilare in un amen gli spazi lasciati scoperti dagli avversari.

 

La mano santa di Fletcher Magee

Organizzazione difensiva, risorse in attacco, Jackson dominante both sides: tutto questo non sarebbe servito a nulla senza il tassello più importante. Fletcher Magee non è solo il perno offensivo di Wofford, ma uno dei migliori tiratori nella Ncaa. Probabilmente il migliore in assoluto. Junior alto 1.93 metri, cresciuto in Florida, J.J. Redick come modello di riferimento e un’etica del lavoro che coach Young non manca mai di lodare: Magee è un ragazzo molto credente ma non manda preghiere dalla linea da tre perché ogni tiro, anche il più inspiegabile, ha perfettamente senso nel suo mondo. I numeri accumulati sono sbalorditivi: 24.3 punti di media con un folle 54.9% dall’arco e non ha ancora commesso un errore dopo 32 viaggi in lunetta. Fin qui ha infilato 56 tiri da tre in 12 partite, il che lo tiene saldamente in ritmo per battere il record di triple segnate in una stagione, quello fissato da Steph Curry nel 2008. Due settimane prima di North Carolina, Wofford aveva mietuto un’altra vittima della ACC, Georgia Tech: in quella occasione, Magee aveva segnato la bellezza di 36 punti, compreso il canestro decisivo a pochi secondi dalla fine. Un tiro forzatissimo per chiunque ma non per lui.

 

I Tar Heels avevano occhi solo per lui, nel senso meno romantico possibile. Partito un po’ in sordina con un 1/5 dal campo, una volta sbloccato non c’è più stato verso di fermarlo: il bottino personale ammonta a 27 punti (6/11 da due, 4/12 da tre, 3/3 ai liberi) e 2 assist in 39 minuti. C’è la sua mano – è proprio il caso di dirlo – nella fase dell’incontro che ha visto l’inerzia sbilanciarsi con prepotenza dalla parte dei Terriers: 15 punti personali nel lungo parziale di 31-10 che va dai liberi di Matthew Pegram (-3’25” 1T) al +14 siglato da Nathan Hoover (-13’31” 2T). Le sue fucilate immarcabili sono state indispensabili e hanno fatto tutta la differenza del mondo, permettendo a Wofford di continuare ad accumulare punti anche nelle poche azioni in cui la manovra offensiva tendeva a stagnare.

 

«È un sogno che diventa realtà. Per ragazzi come noi che giocano in una mid-major, questa era una delle migliori opportunità dell’anno. Questa partita è enorme per noi. Giocare bene come abbiamo fatto significa tanto», queste le parole del numero 3 di Wofford nel post-partita. Nel frattempo, da un’altra parte, lo sconfitto Joel Berry dice ai giornalisti: «We just made their season tonight». Forse ha ragione, può darsi davvero che l’annata di Wofford non possa offrire loro nessun tipo di risultato paragonabile a quello conquistato al Dean Smith Center: ma fra una guardia che vuole frantumare record, una squadra unita e un coach esperto che non vede l’ora di portare i suoi ragazzi alla Big Dance, chi può dirlo davvero?

 

Bibliografia minima:

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