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Loyola e Nevada, due outsider per un sogno

Autore: Riccardo De Angelis
Data: 20 Mar, 2018

C’è una cosa sulla quale il Selection Committee si sbaglia in maniera sistematica: snobbare le squadre che non provengono dalle sei grandi conference. Ogni anno, ce n’è sempre qualcuna che viene esclusa dal Gran Ballo per far posto a formazioni più blasonate (ma non necessariamente più meritevoli), o qualcun’altra invitata alla festa, ma penalizzata dalla testa di serie.

Mai come in questa edizione della March Madness, però, le mid-major hanno dimostrato quanto il “sistema” sia ingiusto. Da questo punto di vista, il trionfo di UMBC su Virginia – prima #16 capace di battere una #1 nella storia del Torneo Ncaa – potrà benissimo essere messo fra parentesi, essendo il tipo di impresa che necessita un incastro di situazioni particolari e difficilmente replicabili, ma la lezione impartita da Buffalo ad Arizona e la vittoria di Marshall (quarto upset consecutivo di un college della C-USA al primo turno) sono state tutto fuorché assurde.

Le piccole squadre possono esprimere una pallacanestro di alto livello in maniera consistente e, quest’anno, ci sarà una rappresentante della categoria a giocarsi l’Elite Eight, ovvero l’anticamera della Final Four: Nevada (seed #7) e Loyola (#11), infatti, si affronteranno nelle Sweet 16 di una Region nella quale, per la prima volta in assoluto, le quattro top seed sono state già eliminate. Due storie di successi, sofferenze e finali improbabili che vengono da lontano e nelle quali non c’è nulla di casuale.

Rimonte e buzzer beater: due cammini da film

Ogni Cinderella Story che si rispetti necessita di una quantità minima di suspence e finali a sorpresa: Loyola e Nevada ne hanno fornito in abbondanza nei primi due turni del Torneo.

Contro Miami, i Ramblers inseguono nel punteggio, ma sempre a stretto contatto. Loyola è impossibile da scoraggiare, è sempre pronta a spendere ogni granello di energia per reggere l’urto sotto i tabelloni contro un avversario molto più grosso e atletico. Il sorpasso è a portata di mano, ma sembra proprio non voler arrivare: quando Lonnie Walker va in lunetta (sul +1 a 9.3 secondi dalla fine), la sconfitta è vicinissima. Il giocatore di Miami sbaglia però il suo 1-and-1 e la transizione offensiva chiusa da Donte Ingram a 0.3 secondi dal termine è semplicemente perfetta.

 

Nel turno successivo, contro Tennessee, i campioni della Missouri Valley fanno anche di meglio, nonostante il solito gap di centimetri e mezzi fisici. Sono sempre avanti nella ripresa, ma qualcosa s’incrina nel finale: sono esausti, perdono lucidità, commettono errori gravi. A 20.1 secondi dalla fine, arriva il sorpasso dei Vols. L’inerzia è svanita, ci vuole un miracolo per portarla a casa: ci pensa Clayton Custer, con un jumper a 3.6 secondi dalla fine. Un pallone che danza fra ferro e tabellone: potrebbe benissimo esserci impressa la scritta “destino”.

 

Dal canto suo, Nevada si è specializzata nel mettere la testa avanti in volata. Nella partita con Texas, i Wolf Pack difensivamente fanno fatica a badare contemporaneamente sia a Mo Bamba che alle minacce dall’arco: a inizio ripresa, si ritrovano anche sul -13. Nell’altra metà campo, però, il talento a disposizione è tanto: quando scatta la scintilla, non ce n’è per nessuno. La squadra della Mountain West, poco a poco, si rifà sotto: il pareggio arriva negli ultimissimi secondi con un viaggio in lunetta che estromette Bamba dalla partita per falli. L’overtime, poi, è uno spettacolo di giocate clutch fra le quali spiccano tre triple di Caleb Martin che pesano come macigni.

 

Nel turno successivo, il film è ancora più clamoroso. Cincinnati parte a razzo con un 10-0 e non abbandona praticamente mai la doppia cifra di vantaggio: a 11’34” dalla fine, tocca persino il +22. Basta, finita. E invece no. I Bearcats si rilassano, mentre Nevada – che chiuderà la partita perdendo solo due palloni – ci crede da morire. I giocatori sembrano esaltarsi a vicenda, a suon di canestri in fila, fino all’incredibile sorpasso finale firmato da Josh Hall a 9.1 secondi dal termine. Si tratta di una delle rimonte più grandi nella storia del Torneo, seconda solo al -24 recuperato da BYU contro Iona nelle First Four del 2013.

 

L’ultras e lo stratega

Attualmente 6/a in Division I per ORtg, Nevada ha un talento offensivo esorbitante per una mid-major ed è espresso attraverso rotazioni poco comuni anche per squadre di conference più potenti: eccetto Hallice Cooke, tutti i giocatori principalmente impiegati si attestano fra i 201 e i 203 centimetri d’altezza. La versatilità è dunque uno dei marchi di fabbrica, insieme a una manovra generalmente molto oculata (13.5 di TO%, miglior dato in assoluto), buone percentuali al tiro (55.0 eFG%) e una capacità di mantenere sempre il morale altissimo, persino di esaltarsi in maniera contagiosa nei momenti di difficoltà.

Non potrebbe essere altrimenti, con uno come Eric Musselman in panchina: motivatore eccezionale, carattere genuino, vero fiume in piena emotivo che, alla sirena finale, tende a esplodere in manifestazioni di giubilo così incontenibili da poterlo costringere a porgere delle scuse, in seguito: impressionante (ed esilarante) la sequenza di “vaffa” gioiosi sparati davanti alle telecamere dopo la vittoria su Texas.

 

In tema di temperamenti esplosivi, coach Porter Moser non è estraneo al discorso, ma solo ed esclusivamente in qualità di ex allievo del grande e compianto Rick Majerus, passato alla storia per le sue sfuriate apocalittiche. Per quanto capace di essere severo e drastico nelle decisioni, il suo modo di stare in panchina è però più posato. Quel che invece mutua dal suo mentore principale, è l’attenzione ossessiva per i dettagli, anche quelli più piccoli. Questa sua scrupolosità ha un emblema, il “Wall of Culture“, ovvero una serie di frasi e parole chiave stampate su una parete degli spogliatoi di Loyola: ognuna indica delle disposizioni tecniche precise che i giocatori devono imparare a memoria. E, occhio, Moser interroga sempre.

Anche i Ramblers si distinguono in positivo nella metà campo offensiva (57.7 eFG%) ma, nel loro caso, doti atletiche e talento individuale sono molto più bassi. A fare la differenza, è un’organizzazione di gioco così profonda e definita da suscitare invidia: ci sono voluti molto tempo ed esperimenti vari, ma i ragazzi di Chicago ora conoscono a menadito le rispettive responsabilità e, in campo, eseguono spaziature e movimenti lontani dalla palla che rasentano la perfezione, permettendo loro di mantenere livelli alti di efficienza.

Fratelli, di sangue o meno

Loyola gioca a memoria e ciò è il frutto di un lavoro abbastanza lungo da coprire tutto l’arco dei cicli interni al roster avvicendatisi sin dall’arrivo di Moser, nel 2011. Se però l’intesa in campo è così speciale quest’anno, parte del merito va data anche alla coppia formata da due giocatori che si conoscono da una vita.

Clayton Custer e Ben Richardson non sono semplicemente due dei pezzi più importanti della squadra (il primo eletto come POY della Missouri Valley, il secondo come miglior difensore) ma provengono dalla stessa cittadina del Kansas, Overland Park, e – caso rarissimo – giocano insieme sin da quando erano bambini, quasi ininterrottamente. I due sono diventati migliori amici sin dai primi passi sul parquet e tali sono rimasti fino a oggi, diventando complementari dentro e fuori dal campo. Autori del 40.3% degli assist serviti in una squadra dove sono addirittura in 8 a darne via almeno uno a partita, Custer e Richardson viaggiano sulla stessa lunghezza d’onda, al punto da potersi trovare a occhi chiusi, ormai: “E’ come se avessero un radar, si trovano sempre l’un l’altro”, dice Moser.

In quanto a coppie con intese speciali, Nevada non ha proprio nulla da invidiare ai suoi futuri avversari: fra le fila dei Wolf Pack, troviamo infatti i fratelli Caleb e Cody Martin, i due talenti – molto probabilmente, da NBA – migliori della squadra e approdati a Reno dopo due anni a NC State per abbracciare lo stile di coach Musselman, giudicandolo più libero rispetto a quello di Mark Gottfried e, quindi, capace di sprigionare il loro talento. Ci hanno visto giusto.

Gemelli identici, oltre che per il numero di maglia, i due si distinguono sia per carattere che per stile di gioco: Caleb, quello un po’ più estroverso, è il tiratore, il terminale offensivo principale (18.8 punti col 40.1% da tre), mentre Cody, quello più serioso e riflessivo, sta a Nevada grossomodo come Theo Pinson è stato a North Carolina in questa stagione: trasformatosi in playmaker vero e proprio, non c’è aspetto del gioco nel quale non sappia avere un impatto importante. Quest’anno viaggia a 13.9 punti (3° della squadra), 6.3 rimbalzi (2°), 4.7 assist (1°), 1.6 recuperi (1°) e 1.5 stoppate (1°) di media.

Fortificati da infanzia e adolescenza non agevoli (cresciuti da una madre single disposta – letteralmente – a privarsi del cibo pur di non farlo mancare ai figli), i due hanno un legame profondissimo che, sul campo, si traduce in un’intesa reciproca istantanea, fatta di complementarietà nello stile di gioco e costellata da microsegnali che si lanciano a vicenda per segnalare all’altro quale mossa stia per compiere.

Nelle ultime due partite, Kendall Stephens è emerso come attaccante più efficiente, ma la leadership dei due fratelli del North Carolina resta sempre il punto nodale di ogni eventuale, ulteriore successo di Nevada.

Due star fuori dal campo

Per ogni March Madness, c’è sempre qualche figura fuori dal campo che attira l’attenzione, talvolta diventando un simbolo (ricordate la flautista in lacrime per la Villanova eliminata nel 2015?). Quest’anno, i due personaggi più amati sono legati proprio a queste due squadre. Mariah, bambina di 8 anni e figlia di coach Musselman, ha conquistato le telecamere con le sue esultanze incontenibili e con la naturalezza mostrata tenendo il microfono, ponendo domande post-partita scomodissime al papà.

Nel contest della popolarità, la piccola Mariah stravincerebbe se, sulla scena, non ci fosse anche Jean Dolores-Schmidt, suora 98enne e cappellana della squadra di Loyola da quasi un quarto di secolo. Sister Jean è diventato un fenomeno sulla rete, conquistando tutti per candore, schiettezza e una lucidità impressionante per la sua veneranda età. Appassionata di basket sin da ragazza, si premura sempre di dare qualche dritta tecnica ai giocatori durante la preghiera pre-partita e si ricorda molto bene dello storico titolo conquistato dai Ramblers nel 1963, non mancando di sottolineare un fattore in comune fra le due formazioni, separate da oltre mezzo secolo: amano passarsi il pallone. Come abbiamo visto, fin qui, è stato proprio questo a portarli così lontano.

 

Fonti e approfondimenti

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