Yaxel Lendeborg è l’attuale Mvp del Torneo e la semifinale contro Arizona promette meraviglie, Brad Underwood ha vinto tutte le sue scommesse, così come Dusty May, e arriva alle Final Four dove troverà UConn, grazie al suicidio di Duke con la peggior gestione possibile dell’ultimo possesso da parte di Cayden Boozer.
Ecco le pagelle dopo il secondo weekend del Torneo,

Yaxel Lendeborg (Michigan) – Un alieno. Punto. Il primo turno del Torneo ha sostanzialmente riposato. Poi è iniziato lo show: 25+6 contro Saint Louis, 23+12 contro Alabama e infine 27+7 contro Tennessee. Penetrazioni, piazzati, tiri da tre, gioco in post, passaggi al laser. Considerando quello che fa sui due lati del campo, compresa la difesa in cui si sbatte, finora è l’Mvp a mani basse della March Madness.
Ben McCollum (Iowa) – Difficile chiedere di più a un coach. Negli ultimi tre anni ha sostanzialmente trasformato in oro tutto quello che ha toccato, portando Iowa a una Sweet 16 totalmente inaspettata. Il prossimo anno dovrà fare a meno di alcuni giocatori chiave che lo hanno seguito fin dalla Division II, in primis Bennett Stirtz. Ma se anche l’anno prossimo, la “nuova” Iowa-senza-Stirtz dovesse fare bene prepariamoci a McCollum su una panchina da super top team.

Tarris Reed (UConn) – Se gli Huskies sono arrivati alla Final Four, un bel pezzo del merito ce l’ha il loro centro titolare. Reed ha mostrato costanza, tenacia sotto canestro in difesa, ma soprattutto la capacità di essere pericoloso in post basso in mille modi. Tra ganci e svitamenti, un clinic sul piede perno che fino ad ora è riuscito a far girare la testa a tutti gli avversari. Ha registrato 23 punti di media tra Sweet 16 ed Elite 8 con 18/32 dal campo. Fondamentale.
David Mirkovic (Illinois) – L’anima, il trascinatore, il tuttofare, molto semplicemente il giocatore che fa tutte le cose giuste al momento giusto. E sarebbe un freshman dal Montenegro. Visto raramente un giocatore al primo anno proveniente dall’Europa diventare un tale leader dalla prima all’ultima partita. Contano poco i suoi numeri, conta come sta in campo e dove ha portato Illinois. Da Niksic a Indianapolis, è un gran bel viaggio che, comunque vada a finire, gli ha aperto parecchie porte per il suo futuro da pro.

Koa Peat (Arizona) – Tutti i freshman dei Wildcats hanno giocato bene, da Brayden Burries a un sottovalutato Ivan Kharchenkov, ma Peat ha mostrato la sua capacità di incidere sulle partite senza mai sbavare, prendendosi i tiri giusti al momento giusto, difendendo in silenzio e portando un contributo fondamentale. Per il ragazzo da NBA, 21 punti con 8/11 contro Arkansas e 20 punti con 9/18 contro Purdue. Alla Final Four avrà possibilità di scalare posizioni al draft.
Dusty May (Michigan) – Prendere un programma un tempo nobile finito però nei bassifondi della Big Ten e portarlo in due anni alle Final Four non è impresa da poco. Anche perchè Michigan arriva a Indianapolis dopo aver vinto le sue 4 partite del Torneo con uno scarto medio di oltre 22 punti, e soprattutto con una squadra assemblata lo scorso anno con una serie di scommesse tutte vinte. Con Fau nel 2023 arrivò a un buzzer dalla Finale, questa volta vuole completare l’opera e se lo merita davvero.

Brylon Mullins (UConn) – Non sta tirando bene, lui che dovrebbe essere il prototipo del tiratore bianco mortifero. Al Torneo solo 5 triple a canestro su 24 tentativi. Ha messo però quella più importante (finora) della sua carriera, ossia quella all’ultimo secondo che ha permesso a Connecticut di battere Duke. Coach Dan Hurley lo ha esaltato a fine gara (una scena che è diventata meme e gif in un secondo). Ora Mullins avrà un’intera Final Four per dimostrare che non si è trattato di sola fortuna.
Brad Underwood (Illinois) – A proposito di coach che hanno vinto delle scommesse, eccone un altro che arriva dove nessuno pensava potesse arrivare con una squadra imbottita di talenti (e caratteri) slavi che ogni tanto in stagione si sono persi e che invece hanno trovato una solidità pazzesca nel Torneo. Senza quella, non batti squadre come Houston, ed è ovvio che aver pescato un talento come Keaton Wagler ha aiutato non poco. Ma a reclutare è sempre stato bravo, a sto giro ha battuto un colpo – e che colpo – anche come allenatore.

Tramon Mark (Texas) – Da quando è entrato al college tutti lo hanno sempre considerato un giocatore dall’enorme potenziale. Un potenziale che non si era mai espresso fino in fondo. Tra le sue migliori partite in carriera c’è di sicuro quella contro Purdue alla March Madness: 29 punti con 6/8 e 5/7 da tre dando l’impressione di non poter sbagliare mai. Purtroppo si è trattato del classico “losing effort”, ma un bel modo per chiudere la carriera universitaria.
Trey Kaufman-Renn (Purdue) – I falli precoci nella partita contro Arizona (uno in effetti molto dubbio) gli hanno tolto serenità, lucidità e soprattutto minuti in campo. Il risultato è stata una partita con poche luci e molte ombre. Ma alle Sweet 16 contro Texas ha fatto pentole e coperchi per i suoi Boilermakers: 20 punti con 8/10 dal campo, percorso netto 4/4 ai liberi e 8 rimbalzi. L’anno prossimo mancherà molto a coach Matt Painter.

Milos Uzan (Houston) – Ha steccato l’ultima partita in una stagione per lui non facile. Doveva essere la punta di diamante del reparto guardie di Houston, ma è stato presto messo in ombra dal talento del freshman Kingston Flemings e ha faticato ad avere impatto sulle partite gestendo molti meno possessi. Il peggio l’ha mostrato contro Illinois, che ha difeso alla grande e sopra le aspettative e ha costretto Usan a 0/5 da 2 e 2/6 da tre per 6 miseri punti totali.
Nate Ament (Tennessee) – L’insostenibile leggerezza del freshman incarnata nei 210 centimetri di uno dei giocatori più eleganti della Division I, ma contro squadre brutte e cattive come Michigan serve concretezza più che estetica. E sì che contro Iowa State aveva trovato anche il tiro da 3, sfruttando i suoi centimetri contro una squadra orfana di Joshua Jefferson. Contro Lendeborg, invece, si è semplicemente schiantato.

Trevon Brazile (Arkansas) – Quanto il compagno di squadra Darius Acuff è esploso partita dopo partita, quanto l’esperto lungo (5 anni) è pian piano scomparso dal parquet. Ha provato a sfruttare la sua bi-dimensionalità ma gli è andata male. Il risultato sono stati 8 punti contro High Point e 7 contro Arizona, ma con 1/7 dalla lunga distanza. Il tutto condito da un paio di falli di troppo e da poca presenza sotto canestro.
Milan Momcilovic (Iowa State) – Senza Joshua Jefferson, doveva assolutamente dare una mano sotto i tabelloni e confermare la sua mano fatata da 3, che lo ha reso il miglior tiratore dall’arco della Division I, Invece contro Tennessee ha preso zero rimbalzi e chiuso con 2/9 al tiro, segnando giusto una tripla per tempo. Troppo poco per andare avanti e i 62 punti segnati da Iowa State dicono quanto sia mancato il miglior realizzatore della squadra che ha scelto la partita sbagliata per prendersi un turno di riposo.

Le guardie di St John’s – Il dilemma di coach Pitino nel suo backcourt è cominciato presto, a inizio stagione, quando Ian Jackson è sembrato il cugino scarso di quello visto a North Carolina. Jason Sanon si è messo in mostra per la sua capacità di tirare anche l’in-tirabile da qualsiasi distanza mentre il più in palla è stato Oziyah Sellers, che però come tutti gli altri è sparito sia contro Kansas sia contro Duke. Alla fine il migliore è stato quello su cui nessuno scommetteva una lira, ossia Dylan Darling. Ma uno su quattro è troppo poco e il voto 3 al reparto è quasi lusinghiero.

Cayden Boozer (Duke) – La sua palla persa nei secondi finali della gara poi persa al buzzer contro UConn resterà negli annali (e nella memoria dei tifosi di Duke), ma nel complesso le prestazioni tra Sweet 16 ed Elite Eight sono da dimenticare. Non ha mai dato sicurezza con la palla in mano, tanto che contro St John’s coach Scheyer gli ha preferito Caleb Foster su un piede solo. E anche contro gli Huskies nel finale gli tremavano evidentemente le mani. Se aveva quotazioni NBA, le ha fatte crollare.


