Quote by Mussini e St. John’s: capitolo II

“If you want the rainbow, you must have the rain”.

Se vuoi l’arcobaleno, devi avere la pioggia. Così recita una delicata canzone degli anni ’20 resa nuovamente popolare, un paio d’anni fa, da Norah Jones. Se vuoi essere felice, prima devi soffrire. Beccarti un sacrosanto acquazzone.

A New York, sponda St. John’s, di piogge fitte ne sanno qualcosa. La squadra del Queens è reduce da un’annata iniziata con il sole del suggestivo ritorno a casa di Chris Mullin, ma terminata sotto un cielo plumbeo e col cappotto zuppo di pioggia. E quando parliamo di pioggia, parliamo ovviamente di sconfitte. Tante sconfitte, venute giù in maniera fin troppo copiosa anche per una squadra in piena ricostruzione. I numeri della stagione 2015/16 parlano chiaro: 8 vittorie (di cui una sola nella Big East) e 24 sconfitte (16 in fila), compreso il gelido -41 rimediato in casa di Creighton, passivo che è andato a pareggiare il record negativo del college (un 81-40 incassato da Kentucky nel 1951).

Ora è tempo di voltare pagina. Pur in mezzo a scossoni più o meno rilevanti – pensiamo a Jeff Goodman di ESPN che più d’una volta ha accusato Mullin di scarso impegno, oppure all’abbandono (mai veramente chiarito) avvenuto nello scorso giugno da parte dell’associate head coach Barry “Slice” Rohrssen – St. John’s ha messo insieme un folto gruppo di facce nuove molto interessante. Gli elementi per un sensibile miglioramento non mancano. In tutto questo, il ruolo di Federico Mussini si annuncia assai diverso rispetto a quello rivestito in passato.

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On and off the ball

Nella scorsa stagione, l’ineleggibilità di Marcus LoVett ha scombinato notevolmente i piani dello staff newyorchese. L’assenza della PG di Chicago ha costretto il Musso a giocare esclusivamente da ball handler principale, con inevitabili ripercussioni sulla sua libertà d’azione in attacco. Ciò che però, a lungo andare, ha particolarmente compromesso la bontà delle prestazioni del reggiano (10.9 punti ma tirando col 33.9% dal campo) è stato un minutaggio altissimo (35.1 nella non conference season, 29.3 nel totale della stagione) che ha evidenziato i suoi limiti fisici. Troppo peso sulle spalle per non trovare serie difficoltà in una conference impegnativa come la Big East. A un certo punto, Mullin ha dovuto arrendersi all’evidenza e ridimensionare l’utilizzo di Mussini nella parte finale della stagione, facendolo partire dalla panchina in 8 delle ultime 10 partite.

 

Se l’uscita dallo starting five nello scorso febbraio ha avuto un sapore di sconfitta, ora – qualora accadesse di nuovo – assumerebbe contorni molto diversi, quelli di un’opportunità da cogliere. Nella recente amichevole con Baruch, il backourt titolare era formato dal duo LoVett-Ponds, con Mussini in panchina. Coach Mullin, subito prima dell’incontro, si è rivolto così al play italiano in merito a questa decisione: Nothing is set in stone. Everyone’s going to get their minutes. Federico ha risposto bene, mostrando una freschezza che non si vedeva da tanto tempo e chiudendo l’incontro come miglior marcatore (21 punti in altrettanti minuti con un 8/12 dal campo e ben 7 rimbalzi). Sembra profilarsi dunque lo scenario ipotizzato da tanti negli ultimi mesi: Mussini con un minutaggio sempre sostanzioso ma come primo cambio nel settore esterni. E’ interessante rilevare, però, come il suo ingresso in campo dopo 4’23” di gioco sia avvenuto affiancando e non sostituendo le due guardie titolari. Tre esterni rapidi e molto ben al di sotto dell’1.90 contemporaneamente in campo: un assetto che magari finirà per non essere replicato molto spesso, ma che merita d’essere osservato attentamente quando verrà riproposto in contesti più probanti di un exhibition game con un college di D-III.

In ogni caso, la presenza di LoVett e Ponds permetterà a Mussini di giocare anche da shooting guard, sgravandolo in parte dei compiti di regia e liberandone nuovamente il talento offensivo, soprattutto se imbeccato a dovere per il piazzato da tre punti. Dal punto di vista della crescita individuale, questa è per lui una stagione cruciale. A vent’anni ormai compiuti, gli attesi miglioramenti in difesa, nel playmaking e nella selezione dei tiri stanno diventando sempre più impellenti. E’ importante sottolineare, infine, come l’irrobustimento del fisico (9 kg messi su dal suo arrivo in Ncaa), già molto visibile quest’estate durante gli Europei U20, non sembra aver intaccato né la sua rapidità né la meccanica di tiro.

Ci sono, insomma, alcune buone premesse per fare bene. Ovviamente dipenderà in primis da lui e in particolare da quanto sarà pungolato dall’accresciuta competizione interna.

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La nuova St. John’s: freshmen e sophomore a volontà

Il tanto atteso LoVett e la combo guard mancina Shamorie Ponds sono i due freshmen – con molti punti nelle mani e range di tiro all’altezza – chiamati ad accrescere sensibilmente il livello del backcourt dei Red Storm. Mussini dovrà confrontarsi innanzitutto con loro per quanto concerne la distribuzione di minuti e responsabilità nel reparto. In aggiunta, c’è crescente curiosità attorno alla guardia/ala Malik Ellison, sophomore che nella passata stagione, frenato da condizioni fisiche non ottimali, ha mostrato buone cose solo nel finale. Negli ultimi tempi è stato segnalato da più parti per i grossi progressi registrati durante gli allenamenti estivi.

Il frontcourt appare solidissimo con la coppia di buoni rim protector formata da Kassoum Yakwe e Yankuba Sima, col 6’10” Tariq Owens (transfer proveniente da Tennessee) pronto a dar loro fiato. L’ala piccola titolare sarà Bashir Ahmed, giocatore proveniente da junior college che può coprire anche gli spot 2 e 4 coniugando un fisico massiccio a un tiro affidabile dall’arco. In quanto a versatilità non è certo da meno l’altra ala neoarrivata, il diciottenne Richard Freudenberg, uno dei prospetti più interessanti della nidiata di talenti prodotti in Germania fra le annate ’98 e ’99. A far loro compagnia, infine, l’italo-bosniaco di scuola Stella Azzurra Amar Alibegovic, giunto al suo terzo anno coi Red Storm dopo esser stato a un passo dal trasferimento prima dell’estate.

Si tratta, insomma, di una St. John’s con talento e margini di miglioramento di tutto rispetto ma che difetterà ancora una volta in esperienza, essendo formata quasi esclusivamente da freshmen e sophomore: decisamente troppo presto per poter pensare di vedere l’arcobaleno, ma ci sono elementi più che sufficienti per cominciare, almeno, a mettere via l’ombrello.