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Baker Dunleavy: “Abbiamo un piano per Suigo. Il NIL? Cresce del 40% ogni anno”

Baker Dunleavy
Autore: Paolo Mutarelli
Data: 18 Set, 2026

Come vi abbiamo raccontato, la partita tra Notre Dame e Villanova a Roma del primo novembre sarà un enorme banco di prova sotto tanti punti di vista. Una delle possibilità che possono aprirsi per le università è anche quella di essere più a contatto con giocatori del paese in cui si gioca, in vista di futuri recruit. Di questo, di Papa Leone XIV, del NIL e di molto altro abbiamo parlato con il General Manager di Villanova ed ex assistente ai tempi di Jay Wright, Baker Dunleavy.

Quanto è significativo per Villanova, come istituzione, avere un Papa tra i suoi ex studenti?

È incredibile per tutti noi. Sono un dipendente di Villanova, ci lavoro da anni, ma sono anche un ex studente della scuola, mi sono laureato qui. È un motivo di orgoglio straordinario per tutti i nostri dipendenti, i nostri studenti, i nostri alunni negli Stati Uniti e nel mondo. Siamo così orgogliosi di essere associati a Papa Leone. Non posso dire che, da general manager di una squadra di basket, mi aspettassi di vedere Villanova avere un Papa nella mia vita. Non è il mio campo di competenza, ma sono sorpreso e stupito dalla sua storia e dal suo percorso, ed essere una piccola parte di questo evento sarà bellissimo per noi.

Al di là delle partite, quali saranno gli eventi chiave per la vostra delegazione a Roma?

Ovviamente passeremo del tempo a prepararci per una partita di basket molto importante, ma siamo davvero entusiasti di esplorare Roma, fare un po’ di gite, partecipare a eventi in Vaticano e riconnetterci con le nostre radici agostiniane. Villanova è una scuola agostiniana, e il nostro ordine agostiniano ha sede proprio in Vaticano. Atterriamo tardi mercoledì sera, saremo sul posto giovedì, venerdì, sabato, e giocheremo domenica. Penso che ogni giorno faremo un po’ di esperienza culturale e, allo stesso tempo, cercheremo di prepararci a competere in una partita davvero importante.

Passando al basket: quali sono i benefici di un evento internazionale come questo? Oltre alla visibilità del brand, è anche un viaggio prezioso per il reclutamento e la raccolta fondi?

Sì, penso che ci siano due aspetti principali. Per i nostri studenti-atleti, è una grande esperienza culturale ed educativa. Questo è un viaggio che, soprattutto in combinazione con il Vaticano e i nostri sostenitori agostiniani in Italia, nessuno di noi potrebbe mai fare nella vita se non avessimo questo legame con Villanova e questa associazione con gli agostiniani. E poi il vostro è forse l’unico sito che copre esclusivamente il basket universitario in Europa: vorremmo cambiare questo, vorremmo far crescere il gioco, far crescere il basket universitario, la nostra portata a livello internazionale. Penso che lo stiamo facendo attraverso il reclutamento, come si può vedere con giocatori come Suigo che viene a giocare a Villanova, e come si è visto con la corsa che Illinois ha fatto l’anno scorso con una squadra in gran parte europea. Penso che il basket universitario diventerà più popolare in Europa, e noi vogliamo farne parte.

Luigi Suigo Credit-Sideline Photos for Villanova Athletics

Luigi Suigo con la maglia di Villanova

Ogni squadra che ambisce alla Top 25 ha quest’anno almeno un giocatore europeo o internazionale. Parliamo di Luigi Suigo: da quanto tempo lo seguivate, e cosa vi ha permesso di battere la concorrenza di squadre come St. John’s o BYU?

Luigi è un prospetto molto conosciuto. Ha giocato ai massimi livelli di competizione per la sua fascia d’età. É un giocatore molto imponente fisicamente, quindi la gente lo nota: non era certo un segreto. Per noi si è trattato di costruire il giusto rapporto non solo con Luigi, ma con le persone intorno a lui, per riuscire a comunicare perché Villanova sarebbe stata in grado di creare un ottimo piano di crescita per lui in campo. Ma c’è anche un altro aspetto: ha 19 anni, lascia casa, va molto lontano, negli Stati Uniti, per la prima volta. Un posto dove potesse ambientarsi nella comunità, sentirsi a proprio agio. Noi crediamo fermamente che se ti senti a tuo agio fuori dal campo, senti di far parte di qualcosa di più grande di te stesso: in un posto come Villanova, giochi meglio. E penso che loro l’abbiano percepito attraverso le nostre presentazioni e la nostra comunicazione. Infine, il fatto che io e coach Willard siamo andati personalmente a Belgrado quest’anno per passare un po’ di tempo con Luigi: oggi gran parte del nostro lavoro passa attraverso internet, Zoom, telefonate. Avere quell’interazione faccia a faccia e passare del tempo di persona penso sia stato molto importante anche per Luigi. Sono contento che l’abbiamo fatto. Siamo stati entusiasti che Luigi abbia scelto Villanova, ed è già diventato una parte importante della nostra comunità.

Lei è stato assistente allenatore a Villanova e ha avuto un’esperienza da capo allenatore a Quinnipiac. Quali responsabilità che un tempo spettavano a un capo allenatore sono oggi delegate a un general manager?

Direi la pianificazione, il lavoro all’interno di una squadra. Sono stato assistente allenatore, sono stato capo allenatore, quindi ho vissuto diverse parti della struttura. E ora, da general manager, considero il mio lavoro come un servizio: proprio come in qualsiasi posizione, si tratta di rendere migliori le persone intorno a te. E il modo in cui lo faccio qui è lavorare con la nostra dirigenza, i nostri allenatori, per costruire tutto ciò di cui abbiamo bisogno per avere una buona squadra di basket ogni anno, una squadra di cui Villanova possa essere orgogliosa. Quindi si tratta davvero di capire la collaborazione, il lavoro di squadra, capire come ognuno lavori sui propri punti di forza per costruire questa cosa nel modo migliore possibile. Ho avuto ruoli diversi in organizzazioni diverse, ma penso che per avere successo e il miglior gruppo possibile, serva che tutti remino nella stessa direzione. Se c’è qualcosa che posso contribuire a questo, spero che il mio lavoro permetta agli altri allenatori e a coach Willard di affrontare il loro lavoro nel basket in modo ancora più aggressivo e libero, e che io possa togliere un po’ di carico dalle loro spalle. Questo è l’obiettivo. È stato davvero piacevole lavorare con questo staff tecnico e con questo direttore atletico e il suo team. E amiamo tutti Villanova. Penso che tutte queste esperienze mi abbiano dato una buona comprensione di come trovare il proprio ruolo all’interno di un’organizzazione di successo.

L’NCAA oggi è un ambiente caotico, tra la regola del quinto anno, il transfer portal, il reclutamento americano e internazionale. Come si sono evolute la struttura e le responsabilità dello staff tecnico nell’ultimo decennio?

Penso che 10-15 anni fa, quando ero assistente di Jay Wright, il ruolo dell’assistente allenatore fosse diverso: potevi avere solo tre assistenti, ed erano gli unici autorizzati a valutare o allenare i giocatori. Le regole e i regolamenti sulle responsabilità degli allenatori sono cambiati: oggi abbiamo più persone, per prima cosa, e possiamo essere un po’ più specifici nelle responsabilità. Potremmo avere allenatori più dedicati al lavoro in campo e altri più dedicati alla valutazione dei giocatori e al reclutamento. Quindi sì, è cambiato per certi versi, ma la parte divertente, e dobbiamo vederla così, è che le cose stanno cambiando e dobbiamo credere nella nostra capacità di adattarci, non avere paura del cambiamento, non avere paura del fatto che la regola di ieri non sia quella di oggi. Come possiamo continuare ad agire come la miglior versione del basket di Villanova mentre altre scuole lo fanno a modo loro? E va bene così: dobbiamo trovare il modo di essere la miglior Villanova possibile, ed è divertente, nonostante un po’ di caos.

Nell’ultimo decennio, e in particolare negli ultimi due anni con il boom del reclutamento internazionale, si vede una crescita di giocatori europei e internazionali che entrano nel sistema NCAA. Secondo lei, cosa sta guidando questa accelerazione del reclutamento internazionale?

Chiunque segua il basket universitario o l’NBA, se è un appassionato di basket, ha visto la crescita del basket internazionale dalle Olimpiadi di Barcellona del ’92 a oggi. Ci sono molti fattori, ma probabilmente è il secondo sport più popolare al mondo dopo il calcio. In particolare a livello universitario, penso che il nostro sport sia diventato più visibile. Il percorso per diventare giocatore NBA, ma anche per fare esperienza in un’istituzione universitaria americana, è stato seguito da sempre più giocatori internazionali con successo e con esperienze molto positive: questo ha probabilmente creato un effetto valanga. E poi, ovviamente, la possibilità di guadagnare tramite la revenue share o attraverso il Nil ha certamente contribuito ad aumentare l’attrattiva di giocare nel basket universitario. Ed è, come dicevamo prima, un grande cambiamento, ma se significa che arrivano giocatori migliori dall’Europa a giocare nel nostro campionato, è una cosa davvero positiva e divertente per il basket universitario. Stiamo ricevendo giocatori davvero forti, e la qualità dell’NCAA dell’anno scorso è stata ottima. Speriamo di continuare a costruire su questo.

Una delle sue principali responsabilità è il transfer portal. Come vi preparate per quella parte della stagione?

È un lavoro che dura tutto l’anno. Cambia solo il focus: adesso, per esempio, si pensa a come sarà Villanova nella stagione 27-28, con una visione molto ampia. Poi, col passare del tempo, la visione si restringe, e si ha una percezione migliore della cosa più importante, cioè i propri giocatori attuali. Poi bisogna capire cosa serve per trattenere certi elementi della squadra, e di conseguenza cosa serve allo staff tecnico per completare la rosa attorno a quei giocatori. Man mano che ci si avvicina alla primavera, la visione si restringe sempre di più. Ma il lavoro di valutazione dei giocatori, sia i nostri sia quelli internazionali, universitari e liceali, è costante. Si valuta sempre, si discute sempre, e non si dà mai nulla per scontato. Non possiamo mai pensare “abbiamo già questo, non ci serve quello”. Dobbiamo valutare tutto ciò che c’è sul mercato ed essere in grado di prendere le decisioni più informate molto rapidamente, in primavera, quando arriva il momento di decidere.

Proviamo a capire il budget di una contender nazionale o di un programma Top25: quanti soldi si spendono per costruire una squadra?

Dirò questo: ogni informazione che potrei darti, pur parlando con molte persone e avendo buone fonti, sarebbe comunque una mia stima. Penso che una delle cose che il basket universitario dovrebbe davvero migliorare sia la mancanza di visibilità e trasparenza, a differenza di quanto accade nell’NBA. Se lavorassi per gli Atlanta Hawks e volessi sapere quanto hanno speso in stipendi i Brooklyn Nets, basterebbe guardare sul sito: è tutto pubblico. A livello universitario non è così. Quindi per me parlare di numeri pubblicamente sarebbe pura speculazione, e probabilmente non lo farò. Dirò solo questo: ogni anno, negli ultimi tre anni, i budget annuali nel basket universitario sono aumentati del 30-40%. Ogni anno cresce. E molti di noi si chiedono quando si stabilizzerà un po’, quando diventerà più coerente. Negli ultimi due cicli pensavo che si sarebbe stabilizzato, e invece non è successo. Siamo ancora nelle fasi iniziali, in cui tutti stanno capendo che tipo di risorse possono ottenere nel momento più importante dell’anno, cioè la primavera.

Pensa che sia un sistema sostenibile? E poi, dove e come vengono raccolti questi fondi, e cosa succede se un grande booster decide di andarsene?

È una domanda che molte persone si pongono, e me la pongo anch’io da alcuni anni. La mia risposta è: no, non credo che i budget di revenue share finanziati dai booster siano sostenibili. Penso che sarà un sistema molto instabile: quando hai successo, arrivano tante donazioni, quando non ne hai, si muove in modo caotico. Penso che per la maggior parte delle nostre risposte possiamo guardare al mondo professionistico perchè leghiamo il nostro sport all’educazione, in cui crediamo fermamente, ma si possono trarre lezioni anche da certe organizzazioni professionistiche. Penso che il calcio europeo lo faccia ad alto livello: si lega il budget ai ricavi, a quanto si genera attraverso la vendita dei biglietti, gli accordi di sponsorizzazione, e più ricavi si generano, più grande sarà il bacino di fondi per finanziare la rosa. Penso che questa sia la corsa a cui stiamo tutti pensando in questo momento: per quanto amiamo e contiamo sui nostri donatori nelle università, chiedere loro di finanziare il progetto è probabilmente insostenibile e irragionevole.

Ci sono due vie principali per la compensazione degli atleti: la revenue sharing e il NIL. Come si bilanciano questi due meccanismi quando reclutate un giocatore?

Sono la persona sbagliata a cui fare questa domanda, perché sono fortunato: esiste un tetto per la revenue share, stabilito dall’accordo “House”, che al momento è di 20,5 milioni di dollari. Se hai sia football americano che basket ai massimi livelli, quella cifra non basta a finanziare entrambi, tanto meno il basket femminile e altri sport. Per noi, ci concentriamo moltissimo sul basket maschile e femminile con i fondi della revenue share, così da non doverci ancora inventare troppo in termini di NIL o fondi aziendali al di fuori di essa. Non abbiamo ancora dovuto farlo granché. Questo non significa che alcuni dei nostri atleti non possano ottenere accordi di sponsorizzazione basati sul proprio NIL, per conto proprio o tramite accordi di endorsement legittimi: certo che possono. Ma per reclutarli, non parliamo molto di NIL: parliamo soprattutto di revenue share.

E per i giocatori europei, qual è la situazione? Hanno il visto studentesco: come possono guadagnare tramite il NIL?

Questo è un discorso diverso. Penso che sia ancora un concetto nuovo e in evoluzione nello sport universitario americano. L’idea di guadagnare royalty passive mentre si ha un visto studentesco, rispetto a un impegno attivo nella promozione di un prodotto, sono due cose diverse. Penso che gli studenti internazionali dovranno stare molto attenti a muoversi su quella linea.

Parlando dell’NCAA: con il quinto anno di eleggibilità e il transfer portal, il panorama sembra un far west. C’è una tempistica per stabilire regole chiare e definire un nuovo quadro normativo per il futuro dell’NCAA?

Vorrei poter dire di sì. Vorrei che fosse già successo, ma siamo tutti molto fiduciosi. Ci fidiamo di tutti i dirigenti delle nostre conference e dell’NCAA affinché trovino il modo di modernizzare il sistema, creando però anche un livello di trasparenza e coerenza nel modo in cui operiamo. Non ci siamo ancora arrivati. Penso che le persone in posizioni come la mia debbano solo tenere la testa bassa, fare del proprio meglio con quello che hanno a disposizione ora, e sperare che tutte quelle persone trovino presto una soluzione.

Cosa pensa della prossima stagione e come vede la nuova Villanova?

Sono molto entusiasta per questa stagione. Penso che abbiamo un gruppo davvero valido, sia nello staff tecnico che nella rosa, che si sostiene a vicenda e si trova già molto bene insieme, anche se è ancora presto. Non vedo l’ora di vedere crescere la loro alchimia. Penso che saremo una squadra capace, in campo, di fare le cose necessarie per vincere le partite più difficili: giocare una difesa costante, prendere rimbalzi. Ovviamente segnare, ma l’anno scorso avevamo una squadra che tirava molto bene, senza però essere all’altezza in difesa e a rimbalzo. In termini di fisicità e stazza, partita dopo partita, dipendevamo troppo dalla perfezione nel tiro e nelle nostre abilità individuali. Penso che quest’anno dipenderemo meno dai canestri, purché diventiamo una squadra che lavora con grande intensità. Se seguite le squadre di coach Willard, sono sempre ad alta intensità, grande impegno, buona difesa. Penso che questa squadra si adatterà bene a lui, e sono davvero entusiasta.

Parlando di Big East: UConn e St. John’s hanno vinto le ultime stagioni e quest’anno cosa succederà? 

Penso che la Big East abbia avuto un’ottima offseason, davvero. Penso che molte squadre si siano impegnate a costruire rose davvero valide. Se guardiamo alla lista dei nostri allenatori nelle diverse scuole e ai traguardi raggiunti nelle loro carriere, penso che ci sarà un vero salto di qualità in termini di talento ed esperienza nel nostro campionato. Abbiamo squadre che l’anno scorso erano giovani, come Marquette, che penso acquisiranno un po’ più di esperienza, ed erano già molto talentuose. Sarà davvero forte. Ci sono nuovi allenatori interessanti a Providence e Creighton e poi ovviamente c’è UConn, che è stato lo standard negli ultimi quattro o cinque anni. St. John’s, con forse uno dei più grandi allenatori di basket universitario di sempre. E ovviamente noi, con coach Willard, che nel suo primo anno è arrivato in un programma che aveva mancato il torneo per un paio d’anni e ha fatto 15-5 in Big East, con un’annata davvero equilibrata sotto tutti i punti di vista. Sono entusiasta per la conference. Penso che potremmo tornare ad avere cinque o sei squadre nel torneo NCAA.

Ultima domanda, un po’ nostalgica: questa stagione NBA si è conclusa con il titolo dei New York Knicks, e il legame con Villanova è piuttosto semplice. Com’è stato il suo periodo con Jay Wright, con quel gruppo, quella squadra, e quanto è bello vedere questo tipo di successo nella parte professionistica della loro carriera?

Onestamente, è diverso ma per certi versi simile alla mia prima risposta su Papa Leone. Ovviamente sono ambiti diversi — da una parte il Papa, dall’altra il basket — ma nel mondo del basket i New York Knicks sono tra le realtà più grandi che esistano, e il palcoscenico di New York City è enorme. Non solo per quello che i nostri ragazzi hanno ottenuto, ma penso che siano anche il gruppo di giocatori più simpatico che si possa trovare. Anche se odi New York, se vivi a Boston o Philadelphia e odi New York, non puoi fare a meno di tifare per i Knicks, perché Jalen Brunson, Josh Hart, Mikal Bridges giocano nel modo giusto. Sono persone simpatiche, sono brave persone, giocano un basket di squadra, fanno rendere meglio chi hanno intorno. Quindi direi solo che siamo incredibilmente orgogliosi di loro e siamo davvero fortunati che ci rappresentino.

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