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Claudio Buratti, le insidie del NIL e del recruitment internazionale

Claudio Buratti
Autore: Paolo Mutarelli
Data: 6 Lug, 2026

Proseguiamo con la seconda parte dell’intervista a Claudio Buratti, assistant coach della squadra femminile di Albany, dove milita anche l’italiana Emma Zuccon. Tutte le insidie del mondo del recruitment, specialmente internazionale, e dell’annesse beghe con il NIL nel suo racconto.

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Parlaci della tua giornata tipo che immaginiamo sia piena di attività diverse, dal lavoro sul campo al reclutamento allo scouting degli avversari.

A volte scherzo dicendo che allenare è l’ultimo dei miei compiti: se dovessi fare una percentuale, il lavoro sul campo rappresenterà sì e no il 10% di tutto quello che faccio. C’è una mole di lavoro sommersa enorme. Quando parlo con i miei genitori, ad esempio, faccio fatica a spiegarlo; per loro sono ancora il classico istruttore di basket, ma la realtà è molto diversa. La giornata cambia radicalmente se ti trovi in-season (a stagione in corso) o in off-season. In questo momento siamo in off-season e, tra l’altro, non sono ancora ad Albany ma a Boston. Le giornate sono apparentemente più tranquille e posso autogestirmi il calendario, ma c’è un lavoro massiccio sul mercato. Come dice la mia qualifica, mi occupo di international recruiting. Per quanto riguarda i profili internazionali, a meno che non ci siano eventi FIBA da seguire dal vivo, il lavoro si fa quasi tutto online.

Gli agenti ti tempestano di clip ogni singolo giorno: passi ore e ore al computer a visionare giocatrici, guardando partite intere o highlights. Poi devi curare le pubbliche relazioni con gli agenti stessi, sapendo che lo stesso identico video che hanno mandato a te lo hanno girato ad altre 500 scuole. Una volta individuato il talento, devi fare da collante tra l’atleta e l’università. E qui entra in gioco tutta la parte accademica: devi controllare se i voti sono sufficienti o, nel caso di un transfer, verificare se i crediti formativi siano compatibili. Se una ragazza studiava biologia nel suo precedente ateneo, ad esempio, bisogna capire se e come quei crediti si possano trasferire ad Albany. Il reclutamento è una macchina complessa. Proprio domani, per dire, andrò a seguire un evento della NEPSAC, un circuito di ottime scuole qui nella zona del New England. Farò un’oretta di macchina e mi fermerò due giorni per una vera e propria maratona di partite. Questo è il reclutamento live.

Oltre al mercato, l’off-season è fatta di tantissima pianificazione. Facciamo riunioni e Zoom call di continuo per decidere la direzione da prendere, come muoverci e che messaggi trasmettere alla squadra. Spesso passiamo il tempo a inventare nomignoli per i concetti tecnici: ad esempio per il drop — che in Italia chiamiamo contenimento sul pick and roll — cerchiamo sempre parole nuove, accattivanti, solo per catturare l’attenzione e stimolare questi giovani atleti.

È complicato questo lavoro con le reclute?

Tantissimo, perché le più forti hanno decine di scuole che parlano con loro. Di solito mando messaggi diretti a quelle che ci interessano, oggi, per esempio, ho scritto per far sapere che domani ci sarò, che sono curioso di vedere la partita, e propongo di vederci dopo per fare due chiacchiere. Sono piccoli accorgimenti che tutti usano, giusto per far sapere: “ci sono, cercami dopo la partita.”

Ad Albany ritroverai anche una giocatrice italiana: hai già conosciuto Emma Zuccon, ora impegnata con la nazionale all’europeo Under20?

Con Emma ci siamo sentiti al telefono quattro giorni fa, abbiamo già fatto delle call insieme al resto della squadra, giusto per iniziare ad ambientarci. L’ho chiamata apposta per conoscerla, anche perché sarebbe la mia prima giocatrice italiana in assoluto, considerando sia maschile che femminile, quindi sono molto contento, e vediamo cosa riusciremo a costruire insieme quest’anno.

E il fattore NIL, in una giornata già complicata, occupa altro tempo: bisogna un po’ diventare anche economisti?

Esattamente, e proprio per questo motivo quest’anno avremo un general manager. È una persona che è stata capo allenatore per gli ultimi undici anni alla Niagara University, in Division I, e ha lasciato quel ruolo per venire da noi come general manager. Il suo compito principale è proprio gestire il NIL, le revenue share, l’immagine delle giocatrici. In teoria dovrebbe occupare moltissimo tempo, per fortuna abbiamo la nostra coach Pierce che se ne occupa direttamente, ma ti assicuro che ormai tutte le giocatrici chiedono se ci sono opportunità economiche, anche quelle che, tra virgolette, non se le meriterebbero: ormai sanno che si può chiedere, e tutte lo fanno, anche per cifre minime.

Di solito è il football a portare via più risorse seguito dal basket maschile, anche se il basket femminile è comunque tra gli sport più seguiti. Albany non ha un programma di football di Division I, questo vi aiuta nell’avere più supporto dall’università, tra NIL e revenue share?

Riusciamo a essere competitivi nella nostra fascia. Se ti dicessi che siamo competitivi con una scuola Power Five, sarebbe una bugia, ma lo siamo con le altre mid-major, e penso che questo sia già importante. Abbiamo un po’ più risorse rispetto a una low-major, meno rispetto a una P5, ma restiamo nella fascia mid-major. Il basket in generale, sia maschile che femminile, è molto seguito ad Albany, anche perché non c’è una squadra professionistica di altri sport in città, niente NBA, niente WNBA. Noi e Siena University, che sta a venti minuti da noi, attiriamo un buon bacino di pubblico: vengono tante persone a vedere le partite, anche solo perché non c’è molto altro da seguire in zona.

La squadra femminile di Albany ha avuto più successo di quella maschile negli ultimi anni.

Sì, esatto. L’allenatrice che è andata via di recente è stata assunta da Rhode Island, che è in una conference di livello, e tra l’altro l’anno scorso l’hanno anche vinta. Noi con Merrimack, siamo andati a giocare contro di loro e abbiamo perso di 40 punti, una di quelle partite tipiche in cui “con chi perdiamo oggi va bene comunque”. Il lavoro fatto dai miei predecessori ad Albany, però, è stato notevole: se non sbaglio, negli ultimi 21-22 anni sono andate al torneo NCAA sette volte, vincendo spesso la conference. Questo fa piacere, ma porta anche pressione, perché più sali di livello, più vieni giudicato: lo si vede soprattutto nel maschile, ma se non vinci dopo tre o quattro anni, in genere ti mandano a casa. È una responsabilità che si fa sentire, ma alla fine è proprio quello che amo fare, non vedevo l’ora. Il femminile, per fortuna, è stato più di successo ultimamente ad Albany.

Claudio Buratti

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 Quanto manca per completare il roster, e che tipo di squadra pensate di costruire prima che inizi la stagione?

Ad Albany il limite massimo è di 15 giocatrici, ma non è obbligatorio raggiungerlo, è solo un tetto. Al momento siamo su una dozzina, e pensiamo di aggiungerne un paio: proprio prima di questa chiamata ho passato due ore al telefono con una guardia spagnola, speriamo di riuscire a firmarla, e stiamo cercando anche un’altra lunga, al momento c’è una candidata dall’Austria. Insomma, tante internazionali. Manca poco per essere al completo, anche se siamo un po’ in ritardo, considerando che siamo stati annunciati come staff piuttosto di recente, bisogna un po’ fare di necessità virtù.

Con tutto quello che hai da fare giorno per giorno, come vedi il tuo percorso? Cosa ti piacerebbe fare, chiudendo un attimo gli occhi e proiettandoti in avanti?

Non ho ovviamente la palla di cristallo, ma per essere sincero il mio sogno, in un certo senso, l’ho già realizzato. Stare qui è già straordinario, le strutture, le palestre, le partite, le esperienze. L’anno scorso, per esempio, sono andato a Boston College con la squadra, ed è stato bellissimo. Per me è già moltissimo, ma questo non significa che mi fermerò qui: passare da Merrimack ad Albany lo vivo già come un gradino più in alto.

Chiudiamo con una domanda off topic: come sta vivendo l’America il Mondiale di calcio?

Io non sono un grande fan del tifoso occasionale e l’americano medio, per definizione, è un tifoso occasionale. A Boston ce ne sono tanti molto appassionati di Celtics, Red Sox, Patriots, anche Bruins, ma in generale di calcio non sa nulla nessuno. Detto questo, è un grande evento e qui vanno sempre pazzi per gli eventi e per l’intrattenimento. Boston stessa ospita delle partite, c’è comunque parecchio fermento in città, la settimana scorsa c’erano tanti tifosi in giro, gente ubriaca già alle nove di mattina. Sugli eventi, in America, sono davvero i numeri uno, non c’è dubbio.