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Ettore Messina: “Spero che sempre più italiani vadano in Ncaa”

ettore messina

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Dall’inizio del suo lungo rapporto con l’Ncaa, arriviamo ai giorni nostri e analizziamo nella seconda parte della nostra intervista con Ettore Messina l’impatto del Nil che sta rivoluzionando il mondo dell’Ncaa, con forti ripercussioni anche sulla pallacanestro europea. Perchè la Division I è ormai un campionato professionistico che fa concorrenza sia all’Eurolega che all’Nba.

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E’ in corso un cambiamento radicale legato all’enorme quantità di soldi che sta travolgendo la Ncaa con i contratti NIL e non solo. Guerschon Yabusele a 30 anni torna dall’Nba e va a prendere 12,5 milioni di euro in tre anni al Panathinaikos. Nikola Kusturica, che è un 2009 quindi di anni ne ha 17, guadagnerà 12 milioni di dollari in due anni a Ucla. Va tutto bene o sta sfuggendo qualcosa di mano?

Siamo tutti sconvolti da questo, perché sembra difficile trovare un criterio in tutto questo. Vediamo le differenze: l’Eurolega, e questo lo dice Bartzokas non lo dico io, ha ‘accusato’ determinati club di aver inflazionato il mercato e di averlo completamente portato fuori controllo. I fatti sono questi, puoi dire va bene così o meno, poi i club greci hanno enormi introiti pubblicitari, sponsorizzazioni, se lo possono permettere, ma non stiamo qua ad approfondire. Di fatto, quando con l’Olimpia Milano siamo andati alle Final Four nel 2021, in quella squadra c’erano soltanto due giocatori che guadagnavano più di un milione di euro. Adesso con un milione di euro non dico che un giocatore buono ti guarda e ti dice di ripassare dopo qualche settimana ma quasi, perchè i salari sono aumentati molto dal 2021. In Europa esiste comunque un sistema di Financial Fair Play che giustifica il fatto che i club che incassano molto possono spendere molto, e non bisogna dimenticare che i diritti televisivi in Grecia valgono 8-10 volte il valore di quelli italiani. Poi possiamo filosofeggiare se l’obiettivo deve essere una gara in cui partiamo tutti pari con lo stesso salary cap come in Nba, o una gara in cui chi incassa di più può partire più avanti.

Negli Stati Uniti, in Ncaa abbiamo dei tifosi che sono poi degli investitori estremamente facoltosi che oggi ci sono e domani potrebbero non esserci. Due anni fa Rick Pitino venne in Italia a vedere alcuni ragazzi del nostro settore giovanile, in particolare Luigi Suigo. Andammo a cena insieme e Pitino mi mostrò sul telefono la foto del suo investitore principale e adesso non mi ricordo la cifra precisa, ma in sostanza quel singolo finanziatore sosteneva quasi interamente il programma di St. John’s. Ci disse chiaramente che senza quel booster, non avrebbero potuto minimamente permettersi determinati giocatori.

Così è ancora più fuori controllo perchè poi l’Ncaa non fa parte del Comitato Olimpico Internazionale o della Fiba e di conseguenza, se non introducono una regolamentazione interna o se non interviene direttamente il governo americano, continueranno a fare ciò che vogliono in termini di ingaggi. L’unica cosa che noi in Europa possiamo fare è prepararci, creando le condizioni ideali per accogliere questi ragazzi quando decideranno di rientrare. Tra un paio d’anni, molti di coloro che sono andati senza riuscire a imporsi al livello sperato cominceranno a tornare indietro. I college non continueranno a pagare cifre importanti atleti che dopo uno o due anni non rendono secondo le aspettative, e i ragazzi stessi vorranno tornare in Europa.

Al tempo stesso, faccio molta fatica a pensare che un giocatore che sta avendo successo nel college decida di tornare a fine stagione per giocare solo due mesi nei playoff europei, specialmente se ha in mano la promessa di un contratto NBA. Perchè poi se si fa male, quel contratto lo stracci ancora prima di iniziare. A rientrare saranno soprattutto i ragazzi un po’ ‘delusi’, e questo aprirà un tema importante legato alla gestione di questa delusione, che non potrà essere gestita solo con i soldi. Un giovane che è partito con grandi ambizioni di guadagno, di diventare una stella, ecc., poi però se in un college non ce l’ha fatta, l’Nba è scomparsa e anche quel tipo di soldi. E quindi anche mentalmente deve prepararsi a un ritorno a riadattarsi a contesti molto competitivi come le leghe nazionali europee o le coppe internazionali.

Alla luce di questa enorme quantità di denaro, ha ancora senso definire la Ncaa un campionato dilettantistico, o è a tutti gli effetti un campionato professionistico?

L’Eurolega è un campionato professionistico giocato da veterani con l’intensità dei giocatori di college, la Ncaa è un campionato teoricamente giocato da ragazzi giovani che però sono trattati da professionisti. Quindi per forza di cose è un campionato professionistico.

Sono più di 30 i ragazzi italiani che giocheranno l’anno prossimo in Ncaa e il dibattito è aperto: c’è chi si lamenta della fuga dei talenti con impoverimento della nostra serie A, con i club che faticano a completare i roster per mancanza di giocatori italiani, e chi invece sostiene sia una grande opportunità di crescita. Qual è il tuo giudizio?

Parli con uno che si è attirato le critiche di tutti per aver detto non una cosa particolarmente intelligente, ma abbastanza ovvia e cioè che non ci sono sei italiani di alto livello per ognuna delle squadre di Serie A. È un dato matematico e nessuno si deve offendere per questo.

Il nostro problema storico e fondamentale è cosa far fare a questi ragazzi che molto spesso sono di alto livello nel settore giovanile e nella nazionale giovanile ma poi, quando finiscono le giovanili e si trovano nella condizione normale da pro, non sono pronti a giocare immediatamente in Serie A. E magari in A2 si preferisce un giocatore più esperto per provare a vincere le partite. Il problema è sempre quello, manca la via di mezzo.

La via di mezzo è il college americano, anche se c’è questa caccia al contratto più alto con loro che però, se non giochi bene, ti ringraziano e ti mandano a casa. Questa può essere una soluzione per un buon numero di ragazzi che vanno a fare un’esperienza di vita incredibile e poi vanno a giocare. Quindi io sinceramente non ci vedo tutto questo male, anzi.

Ho visto questo ragazzo che ha recentemente esordito in Nazionale maggiore, Giovanni Emejuru, che può diventare un giocatore, sicuramente. Non posso non pensare che gli ha fatto bene andare a giocare in un college americano di medio livello in cui ha avuto minuti e ha fatto un gran lavoro individuale. Mi chiedo: se fosse rimasto in Italia, magari anzi peggio se in una squadra forte dove fai fatica a trovare subito minuti, cosa sarebbe successo? Buon per lui che ha scelto il college, buon per lui. Questo ragazzo in queste ultime partite di qualificazione ai Mondiali importantissime ha aiutato molto la squadra.

Se vogliamo mantenere la regola dei sei italiani a referto per squadra, dobbiamo sperare che molti ragazzi vadano a fare questo tipo di esperienza perchè, come ti accennavo prima, non tutti andranno in Nba e la maggior parte tornerà e il campionato italiano potrà beneficiarne. Non vedo altre soluzioni. E’ solo una questione di tempo e di pazienza, senza doverci per forza fasciare la testa ogni volta che un giovane decide di partire. Vanno via giustamente a inseguire un sogno, a conseguire un successo economico con la speranza di diventare giocatori migliori, dato che la nostra piramide di crescita non gli permette di avere quello spazio sportivo e tecnico per ovvi motivi, perchè si vogliono vincere le partite.

Passando a un estremo, nei miei primi quattro anni di lavoro in Russia c’era l’obbligo di avere sempre due giocatori russi in campo. Di quella norma non hanno beneficiato i giovani, bensì i veterani consolidati come Sergej Panov o Zahar Pašutin, atleti abbondantemente sopra i trent’anni che erano giocatori importanti e mettevi quelli in campo, e le altre squadre facevano la stessa cosa. Non c’è stato tutto sto spazio largo ai giovani, anzi. Noi abbiamo messo in campo Nikita Kurbanov nelle Final Four di Praga quando aveva 19 anni, ma fu  un rischio dovuto anche agli infortuni, e poi Kurbanov ha giocato per 15 anni diventando il capitano del CSKA, ma ce n’era uno. C’è stato poi Alexei Shved che ha anticipato un po’ i tempi perchè era un enorme talento, ma qualcun altro si è perso per strada anche da loro.

Ettore Messina al Cska

Quella russa era una norma estremamente protettiva, ma è diventata protettiva per i veterani, non per i giovani. Piuttosto ipotizziamo anche a livello di Eurolega che nei roster ci devono essere sei italiani di cui due under22, allora lì forzi un po’ la situazione. O anche tre, ma uno o due per forza. Ma questo si farà? Si fa? Uhm, dubito. In Eurolega forse è il momento di pensare di avere 13 giocatori a referto e almeno due under22. Sto ipotizzando a voce alta, ma credo che questi siano temi di discussione fondamentali se vogliamo programmarci il futuro senza fasciarci la testa perchè c’è il Nil. Che, ripeto, è un problema, ma questi ragazzi prima o poi torneranno, e saremo contenti di accogliere giocatori come Emejuru che aiuteranno i club e, speriamo, la nostra Nazionale.

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