Al Lucas Oil Stadium, Michigan festeggia il titolo sotto una pioggia di coriandoli proprio mentre risuonano le prime note di One Shining Moment. Mentre tutti gli occhi si alzano verso il maxi schermo, in tribuna, confuso tra la folla del settore 111, David Barrett canta commosso ogni parola: “The ball is tipped/ And there you are/ You’re running for your life/You’re a shooting star” . Nessuno si immagina che quelle parole e quelle note siano le sue. E in pochi conoscono la storia dell’inno più emblematico dello sport collegiale statunitense.
Larry Bird, Hemingway e un tovagliolo di carta
Michigan, 1986. David Barrett, cresciuto con la prosa di Ernest Hemingway e il folk di Bob Dylan, siede al bancone di un Varsity Inn dopo un’esibizione. Sorseggia una birra mentre fissa un televisore appeso a un angolo del soffitto. Sullo schermo, Larry Bird si muove con una cadenza ipnotica. Ogni gesto è fluido e preciso: accelera, rallenta, poi accelera di nuovo. Un ritmo che conquista il cuore del musicista.
Accanto a lui c’è una cameriera, Jan Shoemaker. Il musicista, in un maldestro ma sincero tentativo di abbordaggio, cerca di spiegarle la magia che sta scorrendo sullo schermo. Lei scuote la testa, sprezzante. Per Jan, il basket è un semplice gruppo di “uomini troppo cresciuti che sudano su un parquet“. Barrett non ci sta. La sfida. Le dice che non ha capito nulla, che quello che vede è poesia in movimento: “Una volta ogni tanto, c’è il movimento perfetto“.
Quella notte la conversazione si interrompe, ma la musica inizia a scorrere nella mente di Barrett. È una folgorazione. Afferra un tovagliolo di carta e scarabocchia poche righe. La mattina seguente, seduto al suo pianoforte, compone l’intera melodia in soli venti minuti. “Sapevo, nell’istante in cui l’ho scritta, di avere qualcosa tra le mani”.
Nasce così One Shining Moment.

Un imprevisto decisivo
Al centro del brano c’è quel “momento perfetto”, quell’istante in cui la fatica e l’impegno di un atleta trovano la sintesi perfetta. Barrett incide una demo e la invia a un vecchio amico di scuola, Armen Keteyian, che all’epoca lavorava per Sports Illustrated. Keteyian, comprendendo il valore della canzone, la fa ascoltare a Doug Towey, direttore creativo di CBS Sports.
Il debutto televisivo, però, non va come previsto. Originariamente, la CBS aveva pianificato di utilizzare One Shining Moment per la chiusura della finale del Super Bowl XXI, nel gennaio 1987. Tuttavia, a causa dei tempi televisivi ristretti, dopo la partita tra i New York Giants e i Denver Broncos la rete decide di tagliare il montaggio musicale finale. Una delusione cocente per Barrett.
Il riscatto arriva pochi mesi dopo grazie allo sport che lo aveva ispirato per comporre quel pezzo. Doug Towey decide di spostare il brano sulla copertura del torneo di basket NCAA. La prima volta che il pubblico ascolta la canzone è al termine della finale del 1987, vinta da Indiana contro Syracuse grazie a un canestro all’ultimo secondo di Keith Smart. Le immagini dei giocatori che celebrano il titolo, alternate a quelle degli sconfitti in lacrime, trovano nel brano di Barrett la colonna sonora ideale. “Era cinematografico,” ricorda il compositore, “catturava tutto ciò che avevo in mente quando l’ho scritta.”
Quella prima versione era cantata dallo stesso compositore, con uno stile folk-rock che rifletteva le sue radici musicali.
La canzone perfetta per lo sport
Con il passare degli anni, One Shining Moment è diventata un rito immancabile della finale della March Madness. La struttura del montaggio segue uno schema preciso: inizia con le immagini delle prime fasi del torneo, passa ai momenti di tensione delle semifinali e culmina con le celebrazioni della squadra vincitrice. È un momento così iconico che i giocatori stessi restano sul campo dopo la vittoria della finale per guardare il video sui maxischermi dell’arena.
Mike Krzyzewski, il leggendario “Coach K” di Duke, ne è sicuro: “È la miglior canzone per qualsiasi sport al mondo“. Non è solo musica; è la certificazione di aver raggiunto la vetta. “C’è l’istante in cui la partita finisce, l’abbraccio con la propria famiglia, il rito del taglio delle retine e il momento in cui ricevi il trofeo. Ma il momento in cui capisci che sta accadendo davvero, è quando iniziano a suonare ‘One Shining Moment'”
Negli anni si sono alternate diversi interpreti di fama mondiale. Ma è con l’interpretazione di Luther Vandross che il brano ha raggiunto il suo apice. La sua versione soul è diventata lo standard di riferimento assoluto, l’unica capace di trasformare ogni schiacciata e ogni lacrima in un rito collettivo.
Quando nel 2020 il Torneo non è stato disputato a causa della pandemia, spontaneamente centinaia di tifosi hanno iniziato a creare e condividere sui social le proprie versioni di One Shining Moment, montando vecchi filmati di giocate amatoriali o momenti storici delle proprie squadre del cuore. Anche senza un vincitore sul campo, il brano di Barrett è riuscito a colmare il vuoto di un torneo cancellato, confermando che lo “shining moment” è ormai un legame emotivo che va oltre la cronaca sportiva.
L’impatto culturale
L’impatto culturale di One Shining Moment va infatti oltre la March Madness. Oggi la canzone risuona ovunque, dai matrimoni ai funerali. Il merito è di un testo che tocca corde universali: il raggiungimento di un obiettivo e la fugacità del successo. Jan Shoemaker, la cameriera che ispirò Barrett quella sera nel Michigan, ha scoperto solo molti anni dopo di essere stata la musa dietro questo inno, diventando col tempo un’amica stretta del compositore.
Oggi, One Shining Moment rappresenta molto più di una semplice sigla di chiusura: è l’elemento che trasforma un evento sportivo in un racconto epico, celebrando non solo chi vince, ma l’impegno di ogni studente-atleta che ha avuto il suo “momento splendente” sul palcoscenico nazionale. Ogni anno, mentre l’ultima nota sfuma e le luci del palazzetto si spengono, la canzone di Barrett comunque rimane con un video che viene rivisto milioni di volte per ricordare che la March Madness è uno spettacolo unico.
