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Gonzaga da record: sarà lei o Auburn la nuova #1?

Autore: Redazione BasketballNcaa
Data: 17 Gen, 2022

In copertina: Drew Timme in azione nella vittoria straripante di Gonzaga su BYU (Photo by James Snook-USA TODAY Sports)

Col doppio ko di Baylor in settimana, chi sarà la nuova numero 1 della AP Top 25? La scelta ricadrà su una fra Gonzaga e Auburn. Stavolta è dura sbilanciarsi: noi tendiamo a preferire la prima, che è stata una schiacciasassi incredibile nell’arco degli ultimi dieci giorni.

 

Gonzaga. 117, 110, 115. Questi sono i punti segnati dagli Zags nelle ultime tre partite, sempre partendo col piede a tavoletta (mai meno di 60 punti già a fine primo tempo) e, nella settimana passata, contro due formazioni che tutto dovrebbero essere fuorché dei punching ball (BYU e Santa Clara). Non vogliamo gufarla, ma qui si sente di nuovo il profumo da squadrone storico avvertito per tutta la scorsa stagione. E intanto c’è Drew Timme che alza la mano come a dire ci sono anche io, visto che ultimamente si parlava poco di lui come candidato NPOY: 30 punti coi Cougars e 33 coi Broncos, con un incredibile 27/32 dal campo in totale per la stella di Gonzaga.

Kentucky. Abbiamo celebrato a lungo Oscar Tshiebwe e la scorsa settimana era toccato a TyTy Washington: stavolta l’applauso va alla squadra tutta, capace di umiliare Tennessee e quello che in teoria sarebbe il suo fiore all’occhiello, cioè la difesa. Ben 107 punti segnati con percentuali assolutamente spaventose: 71.1% da due, 61.1% da tre, 95.2% ai liberi. Il buon TyTy ha dominato di nuovo (28 punti) compiendo sempre la scelta giusta, calato nel ritmo giusto, e formando una bella coppia col rientrante Sahvir Wheeler (21 punti, 8 assist).

Oregon. La coppia formata da Jacob Young e Will Richardson ha iniziato a giocare nel momento migliore della stagione. In settimana i Ducks hanno battuto in trasferta (ma senza pubblico presente) sia UCLA che USC e ora hanno un calendario favorevole: la prossima sfida davvero complessa sarà il 19 febbraio contro Arizona. Se non ha problemi di falli, Oregon sta iniziando a trovare equilibrio in campo.

I tanti protagonisti di Duke. Paolo è Paolo ma, anche se abbiamo un occhio di riguardo per lui, non c’è solo Banchero a Durham, tant’è che quest’anno ci siamo già dilungati su elementi importanti come Wendell Moore e Trevor Keels. I Blue Devils hanno reagito all’upset con Miami battendo Wake Forest e NC State con buona autorità. Bene l’italoamericano (24 e 21 punti) specie nella prima, ma abbiamo avuto modo di ammirare anche il giovanissimo A.J. Griffin (22 punti con WF) e un Mark Williams dominante come non mai nelle due metà campo (19 punti, 11 rimbalzi, 8 stoppate nell’ultima). La strada per il titolo nella ACC appare sempre in discesa.

Davidson. La formazione più in forma dell’A-10, tant’è che non ne perde una da due mesi. In settimana contro UMass c’è stato lo show di Luka Brajkovic (25 punti, 11 rimbalzi, 3 stoppate), giocatore che contende a Yauhen Massalski di San Francisco e Tosan Evbuomwan di Princeton il titolo ideale di miglior europeo al di fuori delle P6. Ma è la squadra nel complesso a brillare, dal campioncino coreano Hyunjung Lee al redivivo Foster Loyer, uno che a Michigan State faceva giusto la comparsa. E nella gara da infarto contro Richmond, la parte del leone l’ha fatta Michael Jones: 29 punti a segno con 8 su 9 da tre, compresa la tripla clutch della vittoria.

Quarantelli nelle mid-major. Bocche da fuoco del sottobosco NCAA e dove trovarli: di sicuro a Liberty e a New Mexico State, tanto per cominciare. Nel primo caso c’è Darius McGhee che dal basso dei suoi 175 cm d’altezza fa impazzire le difese e non di rado ha delle giornate da iradiddio. Già due quarantelli quest’anno e l’ultimo, contro FGCU, è valso la vittoria (48 punti con 16/25 dal campo e 8/8 ai liberi non è un tabellino che vedrete spesso da nessuna parte). Il giramondo Teddy Allen, uno che ha cambiato college come fossero mutande, dal canto suo ne ha piazzati 41 nella vittoria di NMSU con Abilene Christian, stesso identico score che una volta, meno di un anno fa, aveva fatto registrare quando era a Nebraska.

Texas Tech. Da una parte ci sono due vittorie, una super (a Baylor) e una solida (in casa con Oklahoma State). Dall’altra, una sconfitta che pochi avrebbero pronosticato (fuori casa contro Kansas State). Impossibile bocciarli perché hanno mostrato di essere in grado di battere chiunque. Impossibile però dare loro un voto più alto, perché hanno anche buttato via l’occasione di guidare la Big 12. Attenzione al ritorno in campo di Terrence Shannon.

Lorela Cubaj (Georgia Tech). Ah, come ci sarebbe piaciuto metterla più in alto. La fuoriclasse azzurra era stata semplicemente dominante (24 punti e 9 rimbalzi) nella vittoria di GT contro Florida State, ma altrettanto non si può dire del suo contributo nella rimonta subita con Miami (10 rimbalzi e 5 assist, ma anche solo 6 punti con 1/6 dal campo e 4 perse). Nel complesso, però, c’è di cui essere contenti: Cubaj viaggia in doppia doppia di media, è la quarta miglior rimbalzista dell’intera D1, ha un gioco in costante evoluzione e la sua GT è sempre una squadra rognosissima per chiunque.

Harrison Ingram (Stanford). Sempre in attesa della sua vera esplosione, il suo career-high di 21 punti è stato decisivo per la prima sconfitta stagionale di USC. Ma giusto il tempo di dire ecco il freshman-meraviglia che scalerà il Draft, che nelle due partite successive è tornato anonimo e Stanford ha vinto a fatica contro la modesta Washington State e perso contro l’altrettanto modesta Washington. Rimaniamo in attesa.

Arizona. Perché soltanto 6 a una squadra che spesso vince in ciabatte? Per una volta lasciamo che il voto a darlo sia il coach stesso, in un certo senso. Tommy Lloyd non è apparso euforico in sala stampa dopo il +18 con Utah. Kerr Kriisa non c’era perché si era fatto male prima in circostanze non chiarite nel dettaglio ma, diciamo, di puro cazzeggio fra compagni. Il che ha dato il la, per il coach, a una riflessione di carattere più generale: “Having a great culture is tough and winning and consistently winning and playing at a championship level is tough and we’re not there yet. […] I know a lot of people are trying to anoint us that we’re all this or all that and we’re not. We’re a young team that’s going through some growing pains and we just happened to stack up some wins”.

Andy Enfield (USC). C’è talento nel suo roster ma abbiamo qualche dubbio sul come venga usato. Isaiah Mobley è un all-around di assoluto livello, bravissimo a raccogliere falli quando penetra a canestro, ma lo squilibrio nei possessi tra lui e l’altra bocca da fuoco Boogie Ellis è impressionante: la percentuale di possessi giocati di Mobley nelle due sconfitte patite da USC è stata di 14% e 19%, quella di Ellis di 27% e 28%. Un enorme disparità, vista anche la pessima efficienza al tiro dell’ex Memphis. Nella vittoria coi Beavers si era visto ben di meglio: un attacco più equilibrato, quattro giocatori con almeno dieci tentativi dal campo e Drew Peterson molto più coinvolto in fase di creazione rispetto a Ellis. Coach, prendi la decisione giusta.

Michigan State. Gli Spartans esordivano questa settimana in Top Ten con un calendario piuttosto abbordabile fino a fine mese. La realtà dei fatti è che la Big Ten piazza trappole quando meno te lo aspetti. Con Minnesota, Sam Hauser ha pagato la cauzione per tutti con il gancetto della vittoria a 0.1 dalla fine dopo che Eric Curry aveva fatto impazzire la difesa degli Spartans fino al momento del suo infortunio. Contro Northwestern, invece, né Malik Hall con una tripla a 4″ dalla fine né Marcus Bingham con i due liberi a tempo scaduto sono bastati. Bingham si è scusato su twitter nel post partita, ma è l’ultimo dei problemi di una squadra che sta faticando nel trovare un floor general affidabile.

Mick Cronin (UCLA). La sua è una squadra difficile da mettere a fuoco. A volte sembra perfettamente in grado di dare continuità ai risultati dello scorso anno. Altre volte, invece, lascia molte perplessità a riguardo. Il coach comunque non si morde mai la lingua, né quando si tratta di bacchettare i suoi, né quando c’è da fare mea culpa. “It’s an abomination, it’s embarrassing”, il suo commento dopo l’orrenda prestazione difensiva dei suoi nell’overtime con Oregon, aggiungendo però: “We weren’t prepared, it’s my fault, my job”.

Oklahoma. Ha avuto una settimana di secca offensiva e ha pagato con due sconfitte nonostante la solita difesa top. Passi quella con Texas, che dispone di maggiore talento, ma la partita con TCU andava vinta, soprattutto in virtù del calendario che sta per arrivare: Kansas e Baylor in casa in questa settimana, West Virginia e Auburn in trasferta la prossima. La Big 12 non ammette sconti, ma concediamoci almeno un buon presagio per i prossimi impegni: i fratelli Groves che rivedranno Kansas dopo la meravigliosa prestazione nella scorsa March Madness (35 per Tanner, 23 per Jacob). Chissà che non concedano il bis.

Alabama. Un voto identico al numero delle sue sconfitte di fila. E se perdere contro Auburn anche in casa propria ci può tutto sommato stare, fare la seconda pessima figura in trasferta contro un’altra squadra tutt’altro che irresistibile della Sec è francamente troppo. Dopo Missouri, anche Mississippi State si è divertita contro la non difesa dei Crimson Tide che hanno concesso l’enormità di 18 rimbalzi offensivi. E Jaden Shackelford continua a martoriare ferri: 6/25 dall’arco nelle ultime 3 gare.

Missouri. Fra le high-major c’è Butler che ha preso una randellata da record con Villanova (82-42), ma almeno ha come alibi l’aver giocato contro una squadra di alto livello e per di più in stato di grazia. Mizzou invece non ha molte scuse da accampare per l’87-43 subito con Arkansas, squadra che proveniva da cinque sconfitte nelle precedenti sei gare. Qui non ci scappa il 2 solo perché, poi, Mizzou ha almeno perso in modo dignitoso con Texas A&M. Questo, purtroppo, è il tipo di bicchiere mezzo pieno che ci si può aspettare da quelle parti.

Adam Flagler (Baylor). Scegliamo lui, ma tutta la squadra va dietro la lavagna: prima volta nella storia del college basket che una numero 1 del ranking perde due partite di fila in casa (quanto manca Jeremy Sochan?). Venendo però al povero Flagler, che dire? Non ne ha azzeccata una. E dopo una partita disastrosa (0/6 da due, 1/4 da tre con Oklahoma State) nel finale ha perso in maniera imbarazzante i due palloni che avrebbero dato una chance di vittoria ai Bears. A vederlo da fuori sembrava avesse venduto la partita.

Georgetown. Quanto è bella la Big East, quanto è competitiva la Big East. Toh, c’è persino DePaul che ogni tanto fa risultati (chapeau per l’upset con Seton Hall). Tutti bravi, tutti pericolosi, quasi tutti da March Madness. E poi c’è GTown: 0-3 nella conference prendendo sberle da Marquette (-28), Butler (-14) e St. John’s (-19). L’assenza di Donald Carey conta il giusto: il materiale a disposizione di coach Pat Ewing è questo qui. La cavalcata dello scorso marzo era stata solo un miraggio, una specie di scherzo del destino: la verità è che uno dei programmi più gloriosi della storia NCAA ha toccato il fondo già qualche anno fa e adesso ha cominciato pure a scavare.

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