Quote by R.J. Barrett, una stella nel nome del padre

Rowan Barrett sta bevendo in cucina quando suo figlio, il piccolo R.J., lo raggiunge e lo squadra dal basso in alto. Occhi negli occhi. Papà. Dimmi figliolo. “Voglio diventare un campione NBA, giocare all’All Star Game ed entrare nella Hall of Fame“. Attimi di silenzio. Rowan Barrett non vuole distruggere i sogni del figlio, ma è un ex giocatore professionista e sa bene quanta fatica ci voglia per scalare la vetta e arrivare in cima. Occhi negli occhi. Rowan Barrett racconta al figlio dei sacrifici, delle sveglie all’alba, di interminabili ore passate in palestra. R.J. è inamovibile: voglio diventare un campione. Occhi negli occhi. Papà Rowan allora tira fuori una lavagnetta e aiuta il figlio a scrivere un lungo elenco di obiettivi: a 15 anni scelto per il Jordan Classic, a 16 anni convocato in nazionale, e così via.

La lista è ancora lì, non è ancora terminata, anzi è bella lunga, ma R.J. ha già cancellato parecchi obiettivi raggiunti. “Ogni volta che ne spuntava uno, ero davvero orgoglioso”, racconta il padre. D’altronde, se il tuo padrino si chiama Steve Nash, è quasi scontato che tu sia destinato a fare grandi cose. Flash forward. R.J. Barrett oggi è il talento più cristallino della Ncaa e ha scelto di giocare a Duke. È un’ala mancina inarrestabile, che ha vinto un oro mondiale con la nazionale U19, un argento con la U16, ha trascinato Montverde Academy alla conquista del titolo nazionale la scorsa stagione. È stato mvp al Nike Hoop Summit, al Jordan Brand Classic e alla NBA All-Star Weekend di New Orleans. Una lista interminabile di premi, ma chiedete a lui e vi dirà che questo è solo l’inizio.

RJ Barrett Canada

RJ Barrett Canada

Made in Canada

Cresciuto a pane e basket a Mississagua, a soli 24 km da Toronto, R.J. è molto legato al Canada. “Il basket è l’unico modo che ho, al di fuori del militare, per servire la mia nazione. Il Canada mi ha reso ciò che sono e questo è il mio modo per mostrare la mia gratitudine“. Se qualcuno pensa che ci sia nepotismo, visto che il padre fa parte dello staff della nazionale, si sbaglia. Tanto per cominciare R.J., a differenza di molti giocatori che firmano per college blasonati, ha sempre accettato con orgoglio di indossare i colori bianco-rossi. E poi è forte, molto forte.

Nel 2017 si è messo in mostra disintegrando quasi da solo gli Usa (38 punti e 13 rimbalzi) e portando il Canada a conquistare l’oro ai mondiali U19. Non contento, si è poi unito alla nazionale senior dove ha potuto allenarsi e misurarsi con giocatori NBA. Nonnismo? Un po’ dura fare i bulli con il giovane R.J. che anzi, si dice abbia fatto sfigurare qualche compagno di squadra (bocche cucite sui nomi) nel corso di 1-vs-1 in allenamento. Paradossi, il ragazzo tifa Toronto, ma il suo modello cestistico è Lebron James, ossia il giocatore che negli ultimi anni ha sempre sbarrato la strada dei Raptors ai playoff.

Nel segno del basket

Che R.J. diventasse un giocatore di basket era quasi scontato visto il pedigree paterno. Jay Triano (coach della nazionale canadese dal 1998 al 2004) quando lo descrive, parla di una “fateful story”, una storia di destino. Si ricorda ancora quando il 14 giugno nel 2000 aveva dato un giorno libero a Barrett Senior in modo che potesse andare all’ospedale e assistere alla nascita del suo primogenito. “E ora quel ragazzo è in campo qui con noi, con lo stesso numero di maglia (il 5) e con la stessa tenacia del padre“, ricorda Triano. Il 2000, tra l’altro, è stato anche l’anno della vittoria nella gara delle schiacciate di Vince Carter, uno dei più famosi e amati Raptors della storia. Il basket, insomma, era scritto nei geni del ragazzo.

Di padre in figlio

Per quanto però si possa parlare di destino, nello sviluppo del ragazzo il padre ha avuto un ruolo determinante. Genitore, coach, amico, fratello, mentore, Rowan Barrett ha rappresentato (e rappresenta tuttora) un punto di riferimento granitico. Il giovane R.J. ha iniziato a seguirlo in palestra sin da piccolo, da quando il genitore era professionista in Francia fino ai ritiri con la nazionale dove padre e figlio passavano ore ed ore ad allenarsi insieme, creando un legame strettissimo. Oggi il padre assiste a tutte le partite del figlio e capita che R.J. lo cerchi con lo sguardo: “Se fa una certa espressione, io capisco al volo cosa mi vuol dire“. La coppia condivide anche il curioso soprannome “ducky” (anatroccolo) a causa dei piedi enormi.

Steve Nash con Rowan Barrett

Steve Nash con Rowan Barrett (padre di R.J.)

Il re del nord

Rowan è stato uno dei protagonisti della qualificazione del canada alle Olimpiadi di Sydney 2000. Per quanto R.J. sia forte “sono ancora io il re in famiglia. Se mio figlio vorrà superarmi, dovrà andare alle Olimpiadi e vincere una medaglia“. È così, a suon di provocazioni, che è cresciuto il talento di Duke. Sveglia alla mattina e subito in campo a giocare e a sfidarsi. Il padre buono che fa finta di cadere e fa segnare il figlio? Scordatevelo. Vinceva sempre Rowan, ogni mattina, generando in R.J. il senso della sfida e la voglia di rivincita. Di recente hanno chiesto a Barrett del suo futuro. “Il mio obiettivo più grande è superare il mio vecchio! Un giorno diranno, ehi quello è il padre di R.J.“. Ah, pare che negli ultimi tempi il padre sia sempre più restio ad accettare le sfide uno-contro-uno del figlio. Nello staff della nazionale, c’è chi ridacchia ricordando come negli ultimi giorni di allenamenti Rowan abbia declinato l’invito a una partitella adducendo misteriosi dolori alla schiena.

Montverde Academy

Leggendo si potrebbe pensare a un’eccessiva dipendenza del figlio dal padre, ma anche in questo caso Rowan ha deciso per il bene del suo ragazzo. Nel bellissimo documentario prodotto da SLAM, Rowan spiega che la decisione di mandare a giocare R.J. alla Montverde Academy in Florida “è stata dettata dal fatto che fosse giusto che trovasse la sua strada lontano da me. Per poter crescere doveva allenarsi con altri coach“. Così è stato.

 

Il salto in una high school di livello si è fatto sentire. “Il primo giorno di allenamento non sono quasi riuscito a tirare“, ricorda l’ala di Duke. “In squadra c’erano giocatori alti come me e altrettanto in gamba: la competizione era davvero alta. È stata una grande lezione di umiltà“. Umiltà che R.J. ha dovuto imparare nel modo peggiore: con la sconfitta.

Dopo tre anni di dominio assoluto, proprio nel 2017, Montverde ha infatti perso la semifinale nazionale contro La Lumiere nonostante i 25 punti di Barrett. “È stata una doccia fredda per tutti, ma soprattutto per lui“, racconta coach Kevin Boyle, “ma grazie a quella partita ha capito che doveva impegnarsi di più se voleva diventare un top player. Il metro con cui vengono misurati i migliori, infatti, sono le vittorie. Si tratta di un processo che R.J. dovrà seguire a iniziare dalla high school“.

Montverde HS champion

Montverde HS champion

Molto americano: non conta se sei forte, conta se vinci. Detto fatto. La scorsa stagione Montverde ha conquistato il titolo nazionale senza perdere nemmeno una partita, trascinata dalla sua star canadese. Il tutto suggellato dal prestigioso Morgan Wooten National Player of the Year che è stato assegnato a R.J. per il suo eccellente comportamento fuori e dentro il campo. Il rischio più grande, a questo punto, è che tutti questi successi e tutta questa attenzione possano dare alla testa al giovane Barrett. “Nessun pericolo“, afferma lui sorridendo, “è difficile montarsi la testa quando sai che tuo padre ha partecipato alle Olimpiadi e quando hai una sua maglia in camera a ricordartelo giorno dopo giorno“.

Un cerchio che si chiude

Sì, ok, va bene il padre. Ma l’hype sul ragazzo adesso è davvero alto. I riflettori sono puntati su di lui. “Tutti parlano già di NBA, ma io non voglio assolutamente bruciare le tappe e preferisco concentrarmi sul presente. Come mi ha ripetuto più e più volte coach Boyle, per arrivare in alto devo fare tutti i passi necessari e non sentirmi già arrivato“, ha spiegato con la sua voce baritonale. Il suo presente è Duke University.

RJ Barrett e Zion Williamson

RJ Barrett e Zion Williamson

Quasi a voler chiudere un ciclo, il suo debutto con la maglia dei Blue Devils è avvenuto contro Ryerson presso il Paramount Fine Foods Centre, a 4 km da Mississagua, dove tutto è iniziato. In realtà però il ciclo non si chiude, ma si apre. Il primo anno di R.J. a Duke sarà quasi certamente un trampolino per la sua carriera in NBA, nonostante il ragazzo non mostri ansie. Nel corso del recente tour dei Blue Devils in Canada, le sue preoccupazioni più grandi erano culturali. Voleva portare tutti a vedere la CN Tower e far assaggiare la Poutine (specialità del Quebec a base di patatine fritte e formaggio e brodo).

Poi però si è giocato e come al solito Barrett ha illuminato, segnando canestri con una tale sicurezza e confidenza che viene difficile immaginare una prima scelta assoluta diversa al prossimo draft. Se ci riuscisse, sarebbe il terzo canadese a farcela negli ultimi sei anni, a testimonianza della crescita del sistema. Il tutto giocando a fianco del personaggio per certi versi più intrigante della Ncaa, ossia Zion Williamson e dovendo dividere minuti anche con talenti come Cam Reddish e Tre Jones. Ma sono problemi dello staff. “Quando scenderò in campo io darò sempre il massimo e passerò ogni giorno a migliorarmi. In fondo, non sono neppure vicino a dove voglio arrivare“. Eh già, a casa lo aspetta una lavagnetta con altri obiettivi da spuntare.