Quote by Rhode Island, no Matthews? No problem!

Ci sono poche, pochissime squadre capaci di mantenere standard elevati in assenza della propria stella conclamata. A questa cerchia ristretta appartiene una formazione che non fa parte d’una grande conference e che non è nemmeno particolarmente oggetto d’attenzione pur avendo già dimostrato tanto: si tratta di Rhode Island, campione in carica dell’Atlantic 10 che fra le sue fila conta anche il junior Nicola Akele, il più “esperto” della pattuglia d’italiani del college basket.

URI tende a restare un passo o due al di fuori dei riflettori nazionali e può darsi che questa situazione duri ancora per un po’: lunedì scorso i Rams hanno ottenuto 73 punti dai votanti della AP Poll – facendone la virtuale numero 28 della classifica – ma la sconfitta subita mercoledì sul campo di Alabama potrebbe ritardarne l’ingresso nella Top 25, benché il 68-64 subito a Tuscaloosa non sia uno di quei risultati che possa davvero rovinare il loro curriculum. Sempre pericolosi eppure in penombra: per quanto tempo ancora?

Un fantasma che riaffiora

La seconda partita della stagione di Rhode Island non è una qualsiasi: si gioca in trasferta, sul parquet di Nevada, la squadra più attrezzata della Mountain West (e ranked team #22 di questa settimana). Le sorti dell’incontro si decidono soltanto nelle ultime battute, vedendo la vittoria dei padroni di casa per 88-81. Il momento peggiore della serata per coach Dan Hurley e i suoi ragazzi, però, non arriva a ridosso della sirena finale, nel momento in cui ci si dice “ok, ormai è persa”, bensì pochi minuti prima. E.C. Matthews, leading scorer e faro della squadra, cade malamente dopo un contatto duro e resta a terra. Silenzio. Fiato sospeso. I fatidici pochi attimi che sembrano interminabili mentre nella mente di giocatori, staff e tifosi riaffiora un ricordo orrendo: quello dell’infortunio che Matthews si procurò alla prima partita del 2015-16. Un crociato rotto. Una stagione finita ancor prima di cominciare sul serio coi Rams poi condannati a un mediocre record (17-15) ben al di sotto delle aspettative iniziali. Stavolta, per fortuna, la storia è diversa: Matthews si rialza e lascia il campo, non prima però di essere abbracciato da tutti – ma proprio tutti – i suoi compagni. La botta non è comunque priva di ripercussioni. Polso fratturato. Un mese out, almeno. Se tutto va bene, lo rivedremo sul parquet la settimana prossima.

 

Il backcourt più profondo della nazione

La stagione NCAA è breve e densa di partite: star fuori per quattro o cinque settimane può davvero fare la differenza. Insomma, c’erano motivi più che validi per presumere che Rhode Island avrebbe fatto una fatica immane in questo periodo. Eppure così non è stato. Come mai? Perché alle spalle di Matthews, quest’anno, c’è il miglior reparto guardie di cui, forse, non avete sentito parlare.

Jared Terrell, Jarvis Garrett, Stan Robinson, Jeff Dowtin e Fatts Russell: il cuore pulsante della squadra è fatto da gente che, in qualche caso, supera di poco il metro e novanta d’altezza ma che spesso e volentieri sa tenere il campo senza che la stazza rappresenti un problema. È così che URI è riuscita a mettere in archivio due vittorie che varranno oro quando poi, a marzo, si dovranno tirare le somme della regular season.

Il 75-74 su Seton Hall, strappato con le unghie e con i denti, ha portato la firma di Terrell, il giocatore che più d’ogni altro si è fatto carico dell’assenza di Matthews in questo periodo. Attualmente è il principale terminale offensivo, viaggia a 16.8 punti di media e tira con le percentuali migliori in carriera dal campo (44.7%), da tre (38.9%) e ai liberi (82.4%). Contro i Pirates ha fatto il bello e il cattivo tempo in attacco segnando 32 punti tra cui il canestro della vittoria a 5.2 secondi dalla fine.

 

Seton Hall però è solo l’antipasto. Il 2 dicembre c’è da ospitare Providence in una rivalry accesissima che Rhode Island non riesce a portare a casa da otto lunghi anni. Ed Cooley ha tutte le intenzioni di prolungare la striscia e alla vigilia non si fa problemi a mostrare una certa spavalderia (“È un peccato che il Ryan Center si riempia solo quando vengono a giocare i Friars”). Non c’è Matthews, come detto, ma non c’è nemmeno Akele, fermato da una distorsione alla caviglia mentre Cyril Langevine, il lungo più importante della squadra, ha ancora un’autonomia molto limitata dopo aver saltato alcuni match per via d’un infortunio all’inguine. Hurley se la gioca con una rotazione a otto uomini di cui solo sei con minuti “veri”. Il Ryan Center è pieno stipato nei suoi 8mila posti ed è rumoroso come non mai. Tutti ci credono. E fanno bene, perché i Rams la vincono. Anzi, la vincono alla grande. Con la solita pressione in difesa che costringe Providence a un gran numero di palle perse, con un primo tempo condotto con autorità (chiuso sul +11) e una ripresa in cui si tiene botta ai tentativi di rientro avversari fino al 75-68 finale.

Tutti portano il proprio mattoncino – Garrett non sbaglia un colpo, Robinson domina i tabelloni, Dowtin e Terrell mordono gli avversari ai polpacci – ma c’è un omino che svetta prepotentemente come protagonista di serata. All’anagrafe è noto come Daron ma ormai non lo chiama così nessuno, nemmeno i familiari. Sin da piccolo, per tutti si chiama Fatts. Nomignolo ironico affibbiato proprio perché Russell è alto 1.78 metri e pesa 75 chili a stare larghi, davvero molto larghi. Questo scricciolo razzente è un freshman che non sembra aver mai fatto conoscenza col concetto di timore e che sta sul parquet con una sfacciataggine che Matthews non ha esitato a definire “a tratti delirante”. Contro Providence, le visioni di Russell si sono tradotte in giocate da urlo (come quelle che potete vedere nel video sottostante) e soprattutto in un bottino personale di 20 punti in 24 minuti, top scorer della partita con tanti cari saluti a coach Cooley e alla sua boria.

 

Akele e il frontcourt

Come accennato all’inizio, Rhode Island non è passata in settimana sul campo di Alabama. Nonostante la solita marea di palloni persi provocati (ben 24 stavolta), i Rams non sono riusciti a contenere i Crimson Tide in area, subendo molto il mix di stazza e atletismo dei lunghi avversari (50-31 il confronto, alquanto impietoso, nei rimbalzi). Se il reparto guardie di URI brilla sotto tutti i punti di vista, il frontcourt rappresenta un po’ l’anello debole del roster. Meno folto, meno esperto e orfano d’un ottimo rim protector qual era Hassan Martin. Il già citato Langevine può dare una grande mano a rimbalzo (per ora solo 3.0 in 13.8 minuti di media, ma deve tornare completamente in forma) mentre il corpulento Andre Berry – 125 chili spalmati su 203 centimetri – si sta difendendo bene, dopo esser stato poco più d’una comparsa un anno fa e rispolverando, ora, i bei ricordi lasciati al termine della stagione 2015-16 (9.1 punti e 4.4 rimbalzi in 20.1 minuti in queste prime 8 partite).

Senza Matthews e con Langevine più assente che presente, l’assetto preferito da coach Hurley nelle ultime cinque gare è stato quello formato da Garrett, Dowtin, Terrell, Robinson e Berry. Stando a KenPom, questo quintetto è stato schierato per il 29.3% del tempo. E gli altri quintetti? Una gran quantità d’incastri diversi dove la presenza delle guardie è però sempre massiccia.

In tutto questo, l’utilizzo di Nicola Akele, in quanto a cifre, non si discosta in maniera radicale dal passato: 11.9 minuti, 4.0 punti e 2.7 rimbalzi di media. Visto il ricambio “generazionale” avvenuto nel reparto lunghi – l’ex Reyer è un 2-3 ma a Rhode Island gioca sempre da 4 o brevemente da 5 in quintetti extrasmall – era lecito immaginare qualcosa di più sin da ora (un minutaggio attorno ai 20 minuti, per esempio). Alcune cose, però, sono cambiate. Il volume di tiri è aumentato (da 2.3 tentativi nei primi due anni ai 3.7 attuali) mentre l’incidenza delle soluzioni dall’arco è scesa notevolmente: solo 2 tiri da tre sui 26 totali effettuati fin qui mentre, da underclassman, questi rappresentavano il 46.2% delle conclusioni dal campo.

 

Questi numeri sembrano destinati a cambiare nel corso della stagione, ma sta di fatto che l’attuale Akele, in attacco, è generalmente più coinvolto, spesso imbeccato in area in situazioni di contropiede e molto più libero di mettere palla a terra davanti alla difesa schierata (fatto quasi del tutto inedito durante i primi due anni di college). Per la sua taglia, se la cava bene in svariate situazioni difensive ma questa squadra ha davvero molto bisogno di vedere ulteriori miglioramenti sotto canestro, come dimostrato proprio dalla partita con Alabama. Se ci riuscirà, aumenteranno anche le probabilità di veder crescere il suo minutaggio, anche perché il rientro di Matthews metterà probabilmente fine agli esperimenti di coach Hurley e porterà ad equilibri e incastri più stabili.