Quote by Virginia e Texas Tech, la finale in quattro punti

Una finale giocata su livelli altissimi, incerta, appassionante e drammatica. Virginia e Texas Tech non potevano offrire spettacolo migliore davanti ai 72mila dello US Bank Stadium di Minneapolis e hanno zittito chi pronosticava una finale noiosa.

 

Tony Bennett, nobody does it better

Per anni si è detto che con quel sistema di gioco non poteva vincere ma alla fine ha avuto ragione lui. Tony Bennett è ora all’apice della sua carriera di allenatore dopo aver toccato il suo punto più difficile un anno fa, con l’ormai celebre eliminazione al primo turno per mano di UMBC.

Molto probabilmente ha ragione l’analyst Jordan Sperber quando dice che alcuni elementi del basket di Bennett sono antiquati ma che i giocatori di Virginia hanno capacità di esecuzione tali da annullare la suddetta arcaicità. È vero anche però che il coach degli Hoos si è imposto quest’anno riproponendo, sì, i temi cari della sua pallacanestro ma con un mix di novità nella metà campo offensiva che hanno contraddistinto Virginia in questa stagione e, in particolare, durante la March Madness. Novità che hanno premiato la versatilità dei suoi componenti – e sappiamo bene come questa sia una parola d’ordine nel basket di oggi.

Non è per caso se vinci una finale del Torneo NCAA infliggendo un bel 122.3 (!) di Adjusted Offense alla difesa di Texas Tech, una delle migliori mai viste in anni e anni. Oggi più che mai, nessuno lo fa meglio di Bennett.

 

Il trio delle meraviglie

Kyle Guy: 24 punti con 8/15 dal campo e 4/4 ai liberi. De’Andre Hunter: un career-high da 27 punti accompagnato da 9 rimbalzi. Ty Jerome: 16 punti, 6 rimbalzi e 8 assist. I tre giocatori di punta di Virginia non hanno tradito e, anzi, si sono espressi sui livelli più alti che i loro tifosi potessero sperare di ammirare in un appuntamento di questa portata. Contro quei tre così in palla, le speranze di vincere diventano limitatissime per chiunque: il fatto che Texas Tech ci sia andata così vicina restituisce la misura della qualità di gioco (elevatissima, appunto) espressa dalla squadra di coach Chris Beard.

Guy è stato votato come Most Outstanding Player ma, nel trio degli Hoos, è Hunter quello sul quale vogliamo spendere qualche parola. In questa March Madness si era limitato spesso al compitino, brillando raramente in quel modo che ci si aspetterebbe da un giocatore del suo calibro. Insomma, la sensazione forte è che avesse qualcosa da dimostrare e ha finito per sfoderare una gara magistrale al rientro dagli spogliatoi (22 dei suoi 27 punti sono arrivati tra secondo tempo e overtime). Mortifero dalla distanza (4/5 da tre), clutch (sua la tripla che ha mandato le squadre all’OT) e presente in maniera autoritaria sotto entrambi i tabelloni, ha anche stravinto la sfida fra prospetti top contro Culver, risultando determinante con la sua marcatura. In ottica Draft, le quotazioni in uscita da questo confronto non possono che tendere in direzioni opposte, per i due.

 

Un paio di déjà-vu

Jarrett Culver ha spadellato nel primo tempo mentre Brandone Francis e Kyler Edwards hanno portato tanti punti dalla panchina. Hey, ma non avevamo già scritto una cosa del genere? Ah sì, lo avevamo raccontato nei nostri recap sulla semifinale fra Texas Tech e Michigan State. Contro gli Spartans, Francis ed Edwards avevano segnato 15 punti sui 61 di Texas Tech (24.6%) e nella finale con gli Hoos hanno fatto anche meglio: 17 del primo e 12 del secondo per 29 punti sui 77 di squadra (37.7%) con un eccellente 11/17 dal campo.

Se i Red Raiders sono rimasti in corsa nonostante le difficoltà di Culver, buona parte del merito è loro. Il problema però è che stavolta non è bastato per vincere. La stella di Texas Tech ha chiuso il primo tempo a secco di canestri dal campo (0/6) per poi risollevarsi (solo in parte però, come testimoniato dal suo 5/22 al tiro) e infilare un canestro clutch nel finale dei tempi regolamentari. Stavolta però la risposta avversaria ha vanificato i suoi sforzi.

Fra i tre, Culver quasi certamente andrà in NBA e Francis è un senior: solo Edwards lo rivedremo l’anno prossimo e il modo in cui si è comportato in questa March Madness non può che suggerire ottimismo circa il suo futuro e quello di Texas Tech. Cambieranno di nuovo tanti pezzi ma il manico è eccellente e i giocatori in entrata sono davvero interessanti. E poi, con tutta probabilità, ci sarà anche Davide Moretti, uno dei migliori in campo nella finale e nel corso di questa stagione. Il suo grado di leadership all’interno della squadra crescerà ulteriormente e nulla vieta di pensare che sia pronto ad affrontare questa nuova sfida nella sua carriera.

Il mignolo della discordia

La rimessa assegnata a Virginia con 1:06 da giocare nel supplementare non ha mancato di creare polemiche. Il possesso era stato assegnato inizialmente a Texas Tech dopo una deviazione di Hunter in marcatura su Moretti. Gli arbitri però, dopo aver consultato a lungo il monitor, hanno ribaltato la propria decisione dopo aver constatato che l’ultimo, leggerissimo tocco sul pallone era proprio dell’italiano.

 

Insomma, la chiamata in sé è corretta ma non può che sollevare perplessità. In parte perché quel genere di moviola offre una visione distorta di quella precisa dinamica di gioco: il problema principale sta però nelle modalità d’uso del replay. Quel particolare frangente era stato anticipato da un chiaro fallo di Guy su Moretti ma, per regolamento, gli arbitri non possono ritornare sui propri passi e ravvisare falli tramite lo strumento in questione.

Un’altra chiamata controversa era avvenuta poco prima, sempre coinvolgendo Moretti e Guy. Al giocatore di Texas Tech era stato fischiato un fallo che ha mandato quello di Virginia in lunetta per il -1 a 2:45 dalla fine ma il replay ha mostrato chiaramente come Guy fosse semplicemente inciampato sul piede del suo compagno di squadra Diakite. Anche questa, ovviamente, è una situazione non controvertibile con la moviola.

Questi sono episodi che pensiamo vadano rilevati come spunto di riflessione generale, non per sminuire il risultato finale di questa gara. Gli episodi singoli pesano ma, alla fine, conta soprattutto quel che si costruisce nell’arco della gara. Un concetto espresso anche dallo stesso Moretti a fine match: «Siamo una squadra che non cerca scuse. Penso che abbiamo perso la partita per via di altri aspetti».