Prima dei vari Luigi Suigo, Achille Lonati e Diego Garavaglia, a aver esordito a 16 anni con la maglia dell’Olimpia Milano c’è stato lui: Samuele Miccoli, classe 2006, nato a Chieti ma a Milano dal 2019, quando aveva solo 13 anni. Un anno più vecchio dei suoi ex compagni di squadra con cui ha vinto più scudetti, la sua carriera professionistica è partita prima con l’esperienza in B con Oleggio e Agrigento e poi con la durissima salvezza conquistata lo scorso anno in A2 con Ruvo di Puglia.
Ora è tempo di America, a Niagara dove giocherà con altri due italiani – Daniel Emokhare e Brian Angeletti – in una conference come la MAAC da cui escono spesso squadre interessanti come la Siena che ha infastidito Duke nella scorsa March Madness. Ecco cosa ci ha raccontato.
Dove e quando hai iniziato a giocare a basket?
Ho iniziato a giocare a basket da bambino. All’inizio praticavo calcio, ma non mi appassionava, e così ho cambiato sport. Mia madre e mia sorella giocavano a basket, quindi sono praticamente cresciuto in palestra a guardare mia sorella. Di conseguenza, grazie a loro due mi sono avvicinato a questo sport. Al primo allenamento volevo già andarmene perché non mi convinceva. Poi ho voluto riprovare e col tempo ho iniziato ad appassionarmi. Sono stato molto fortunato a incontrare allenatori come il mio carissimo Jacopo Pardi, che mi ha trasmesso la passione profonda per questo sport che oggi amo alla follia. Quindi, grazie a loro tre e a mio padre, che mi ha sempre supportato fin dal primo giorno, ho intrapreso il mio percorso nel basket.
Quindi a casa tua il basket era principalmente femminile, e poi sei arrivato tu.
Esatto, sono l’unico maschio in famiglia che gioca
Com’è il basket in Abruzzo? Tu hai girato molto in Italia e visto diverse realtà: come si vive questo gioco lì e come sono le società?
Il basket in Abruzzo varia molto a seconda della zona. Se pensiamo a Roseto, la pallacanestro è tutto. Ho giocato contro Roseto e l’ho fatta retrocedere con Ruvo di Puglia: per me è stato un colpo al cuore dover battere una squadra del mio paese, ma in campo bisogna vincere. Lì si respira una passione allucinante. A Chieti c’è un complesso importante, sebbene poco sfruttato per la pallacanestro e oggi destinato probabilmente alla ginnastica ritmica. Esistono poi realtà più piccole come il Pescara, con l’Amatori in crescita, e il Magic, che continua a sfornare ottimi giocatori. Tolto il caso di Roseto, si tratta di piccole realtà che stimo molto perché riescono a focalizzarsi sui dettagli grazie al lavoro degli allenatori. È un aspetto che apprezzo particolarmente.
Com’è stato il tuo passaggio all’Olimpia Milano e quando hai capito di voler diventare pro?
Quando mi sono trasferito a Milano sentivo il bisogno di uscire di casa, un’esigenza che mi era stata trasmessa da mia sorella, che aveva fatto lo stesso percorso andando in America da giovane. Credo di aver sempre avuto l’ambizione di fare qualcosa di importante attraverso il basket, fin da quando guardavo giocare mia sorella, che aveva capito perfettamente quale fosse la mia strada e mi ha sempre spinto in quella direzione. All’inizio, a Milano, ero molto piccolo e non pensavo che potesse diventare un lavoro vero e proprio. Verso i 16 anni ho iniziato a comprendere la portata di questa grande opportunità. Vedendo i sacrifici dei miei genitori, so cosa significhi lavorare; per me il basket è un divertimento, ma lo considero a tutti gli effetti un lavoro remunerato e una passione travolgente. La palestra è diventata la mia casa: qualsiasi giornata storta o discussione svanisce non appena ci metto piede. È il dono più grande che la mia famiglia sia riuscita a trasmettermi.
Com’è stato vivere lontano da famiglia e casa in età così giovane?
Mi sono trasferito a Milano a tredici anni, probabilmente notato durante tornei e partite. Io pensavo unicamente a giocare e a vincere, senza concentrarmi sulle prestazioni individuali. I primi tempi lontani da casa sono stati difficili. Inizialmente ho vissuto con una famiglia, trovandomi molto bene, mentre a 16 anni mi sono trasferito in foresteria. Provenendo da una famiglia di agricoltori in un contesto di campagna molto tranquillo, l’impatto con una metropoli frenetica come Milano è stato notevole. Il basket mi ha aiutato a disciplinarmi e a gestire i ritmi serrati. Nonostante le difficoltà iniziali, è stata l’esperienza più formativa della mia vita, grazie alle persone e agli allenatori che mi hanno fatto sentire parte di una famiglia. Rifarei tutto da capo.
Hai fatto parte della fortissima generazione giovanile dell’Olimpia 2006-2007, con giocatori come Suigo, Garavaglia, Lonati e Van Elswyk, ora tutti in America. Com’è stato crescere con loro?
Abbiamo creato una vera e propria famiglia e ci sentiamo quasi ogni giorno, nonostante siamo tutti in America. Condividendo scuola, allenamenti e persino le sedute con la prima squadra, ci siamo aiutati in ogni circostanza. Non c’era spazio per l’invidia; se qualcuno aveva bisogno o faceva fatica a svegliarsi per l’allenamento, c’eravamo noi a supportarlo o a spronarlo. Questa regola della responsabilità reciproca, imposta da coach Catalani, all’inizio poteva pesare, ma ci ha unito enormemente, insegnandoci a fare quadrato dentro e fuori dal campo.

Che squadra eravate a livello di gioco?
Eravamo un gruppo di forte personalità e inizialmente un po’ acerbi nel trovare la quadratura collettiva. Il merito del nostro salto di qualità va dato a coach Catalani, che ha saputo definire con precisione i ruoli e le priorità di ciascuno. Ognuno sapeva cosa fare e ci si sacrificava l’uno per l’altro.
Quali sono i ricordi più belli di quegli anni, tra scudetti e finali di Next Gen?
Gli allenamenti erano distruttivi ma bellissimi. Eri in palestra stanco morto, guardavi i compagni – come Garavaglia, che con la sua simpatia dava sicurezza a tutti – e trovavi la forza di sorridere. I ricordi più intensi sono proprio quelli legati alla fatica condivisa e al superamento dei momenti duri insieme.
Come si svolgeva un allenamento tipo all’Olimpia?
Facevamo atletica a ritmi altissimi. Abbiamo vinto non solo per il talento della squadra, ma grazie a una preparazione fisica eccezionale. Dicevo sempre che avremmo potuto vincere le gare contro i cavalli per quanto correvamo.
Negli ultimi anni hai fatto diverse esperienze in giro per l’Italia, dall’Olimpia ad Agrigento, a Oleggio e Ruvo di Puglia in A2. Qual è stato il salto mentale necessario per confrontarsi con il basket professionistico?
Da giovane devi dimostrare subito di non avere paura e di poterti confrontare con i senior senza timori reverenziali. All’inizio non è facile comprendere certe decisioni tecniche o l’approccio degli allenatori. Il primo anno ad Agrigento è stato complesso, ma ho avuto la fortuna di trovare compagni come il capitano Chiarastella, che mi ha preso sotto la sua ala e mi ha aiutato moltissimo a maturare mentalmente.
A Milano hai anche esordito presto in prima squadra con grandi nomi come coach Messina e il “Chacho” Rodriguez. Che ricordo hai di quel momento?
Attualmente indosso il numero 13 proprio in onore del Chacho, che considero l’emblema del basket. Un giorno Messina mi chiese di marcarlo in allenamento: mi distrusse completamente con una delle sue finte, mandandomi dall’altra parte del campo mentre lo stesso Messina rideva. Per me fu un immenso orgoglio difendere su un campione del genere e poter esordire a quell’età in un contesto di quel livello.
Cosa vorresti rubare al suo gioco e alla sua mentalità?
La visione di gioco, i movimenti caratteristici e soprattutto la leadership nei momenti difficili. Aveva un carisma unico che infondeva sicurezza a tutta la squadra, in qualsiasi situazione.

Com’è andata la stagione a Ruvo di Puglia, culminata nei playout e nella salvezza?
Sono arrivato a Ruvo mentre stavo rientrando da un intervento al legamento crociato. Avere un’opportunità in A2 dopo la riabilitazione è stata un’esperienza straordinaria. Questa stagione mi ha formato profondamente a livello personale, insegnandomi a reagire ai momenti difficili e a mantenere la lucidità anche sotto pressione, superando dissapori o prestazioni negative.
Come hai vissuto il periodo dell’infortunio e della riabilitazione?
Il giorno dopo l’intervento ero già in palestra con il fisioterapista Ceriani, che mi ha seguito costantemente e a cui devo moltissimo. Sedute di quattro ore al giorno tra piscina ed esercizi mirati mi hanno permesso di recuperare. Quella pausa forzata mi ha spinto a lavorare in modo importante sulla parte mentale, anche con il supporto di una psicologa dello sport a Milano. Quell’infortunio, che poteva sembrare una battuta d’arresto, si è trasformato in un’occasione di crescita personale fondamentale.
Continui a seguire un percorso di supporto psicologico?
Vorrei farlo, ma al momento mi trovo in America e preferisco la modalità in presenza rispetto a quella online, che non trasmette la stessa percezione e vicinanza umana.
Come è nata l’idea di trasferirti in America e di giocare nell’NCAA?
L’idea era coltivata da tempo, spinta anche dall’esperienza di mia sorella a Los Angeles. Parlandone con la mia famiglia e riflettendo sulle opportunità future, ho capito che non avrei voluto avere rimpianti. Ho colto questa occasione per aprirmi a una nuova mentalità, usufruire di strutture all’avanguardia e migliorare me stesso.
Come sono andate le trattative con Niagara e quali offerte hai valutato?
Verso la fine della stagione ho iniziato a confrontarmi con il mio procuratore. Il mercato americano è molto rapido e le decisioni vanno prese in pochi giorni. Inizialmente avevo qualche remota incertezza legata alla lingua, ma la proposta di Niagara mi ha convinto. Ho trovato un allenatore – coach Paulus – che ha un passato da playmaker a Duke, un assistant coach di origini abruzzesi e uno staff estremamente disponibile, che mi ha accolto e supportato fin dal primo giorno per agevolare il mio inserimento.

Tra il 2005 e il 2009, coach Greg Paulus è stato il play titolare di Duke
Com’è il rapporto con coach Greg Paulus?
Ottimo. Gli ho subito chiarito che per me il dialogo tra allenatore e playmaker deve essere costante. È una persona fantastica, molto trasparente, con cui rivivo regolarmente i video degli allenamenti e dei miei errori per correggermi continuamente.
A Niagara hai ritrovato altri italiani come Daniel Emokhare e Brian Angeletti. Come vi state trovando?
Avere dei connazionali con cui confrontarsi è bellissimo e ci aiuta a superare eventuali barriere linguistiche. Sono stato il primo ad arrivare, poi è arrivato Daniel con il quale condividiamo la stessa agenzia e poi sono rimasto stupito dell’arrivo di Brian. Ho pensato “Ah, anche tu qua”. Lo conosco bene, ci ho giocato insieme in Nazionale e spesso contro. Al momento i coach stanno cercando di tenerci separati per non farci parlare troppo italiano e coinvolgerci con il resto del team. Però, pur cercando di socializzare anche con gli altri per imparare l’inglese, condividiamo molto tempo insieme.
Cosa stai studiando?
Food chemistry management. Il mio obiettivo futuro è diventare nutrizionista e aprire un centro specializzato dopo la carriera cestistica.
A livello tattico, come state lavorando e quale stile di gioco richiede l’NCAA?
C’è molta pazienza. A differenza del basket europeo, qui ci sono trenta secondi per concludere l’azione, e si cerca di costruire il tiro migliore muovendo la palla con calma e sfruttando i vantaggi creati. Mi piace come modo di giocare, anche perché il play deve avere tutto sotto controllo. Sto sviluppando un rapporto molto forte e chiaro con il coach e discutiamo tantissimo delle scelte da fare in campo. Il play è quasi un’estensione in campo del coach, quindi parlo spesso con coach Paulus delle scelte da fare.
Quale minutaggio e quale ruolo ti aspetti di ricoprire quest’anno?
Spero di giocare con continuità e di avere un impatto importante, pur sapendo che i minuti sul campo dipendono esclusivamente dal rendimento e dalla competitività interna.
In cosa pensi che il sistema americano possa aiutarti a sviluppare il tuo gioco?
Principalmente nel lavoro individuale a fine seduta e nella comprensione delle diverse interpretazioni arbitrali, oltre a un miglioramento complessivo tecnico e fisico. A livello fisico, per il momento mi trovo bene, anche grazie alla forte componente europea della nostra squadra. Certamente, affrontando avversari americani particolarmente prestanti, la fisicità si fa sentire maggiormente, ma la gestione procede per il meglio.
Quali sono gli obiettivi principali per questa prima stagione negli Stati Uniti?
Seguo il mio mantra: procedere “day by day”. Non voglio pensare troppo a lungo termine, ma concentrarmi sul presente, sul lavoro quotidiano e sulla costante crescita personale.


