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AJ Dybantsa, fisico e testa da n.1

aj dybantsa
Autore: Raffaele Fante
Data: 6 Gen, 2026

All’intervallo del Jimmy V Classic, Clemson è avanti di 21 punti, un comodo 43-22 dopo il peggior primo tempo giocato da BYU in stagione. AJ Dybantsa è stato raddoppiato tutte le volte che ha preso palla e chiude con 2/6 dal campo e 6 punti i primi 20’ di una partita che sembra ampiamente segnata. Sbagliato. Nel secondo tempo ne segna 22, 7 di fila per riportare a -5 i Cougars e poi dà via 4 assist consecutivi per il sorpasso. E la sua squadra vince ancora. D’altronde era al Madison Square Garden e ‘the bigger the stage, the better he performs”, come spiega suo padre Ace.

Cameron Boozer è il miglior realizzatore della Division I, Darryn Peterson le poche volte che ha giocato ha mostrato talento in gran quantità, ma anche se la corsa alla numero 1 del prossimo draft non è finita, la sentenza è già arrivata: le aspettative sono state confermate, AJ Dybantsa è il miglior giocatore della stagione del college basket.

A game changer

Vi abbiamo raccontato qui la sua storia, l’importanza del padre e perché ha scelto di andare a Brigham Young. Adesso è ora di raccontare cosa sta facendo sul campo e torniamo alla partita contro Clemson, perchè è la resilienza è la caratteristica in più che ha rispetto a un qualsiasi giocatore di talento.

Che avesse fisico e tecnica si sapeva, che potesse prendere in mano le partite e cambiarne il corso era tutto da vedere. Perchè un conto è segnare valanghe di punti e dominare a livello liceale, un conto è giocare contro gente più esperta in arene con 15-20mila tifosi ostili e urlanti e fare tutte le giocate chiave per rimettere in piedi partite praticamente compromesse.

Al TD Garden AJ Dybantsa sentiva il profumo di casa, visto che la sua città natale, Brockton, è a soli 30 chilometri da Boston. Di fronte c’era però una squadra che concede molto poco al sentimento altrui, altrimenti non sarebbe la più vincente di questo secolo di college basket. Nel secondo tempo, Uconn arriva infatti sul +20 e BYU non ci sta capendo assolutamente niente. Coach Kevin Young richiama in panchina uno spaesato Dybantsa, autore di 6 punti nei primi 30′ di gara e dopo un minuto lo rimette in campo. E AJ ne segna 19 negli ultimi 9′, compresa la tripla che riporta a un solo possesso di distanza i Cougars, che poi perderanno 86-84, mettendo però molta paura a una squadra che di solito paura non ne ha mai.

E’ stata questa l’unica sconfitta in stagione per BYU, altre ne arriveranno perchè è iniziata la Big 12 che, anche quest’anno, è una delle conference più forti e difficili della Division I e anche perchè la squadra di Kevin Young non è una corazzata senza punti deboli. Ma intanto è fissa nella top ten del ranking dell’Ap dall’inizio della stagione e al momento ha una striscia aperta di 10 partite vinte.

Il maturo tuttofare

Secondo miglior marcatore dell’Ncaa con 23.1 punti a partita, AJ Dybantsa non è solo uno scorer, visto che in campo fa di tutto. Formalmente è la power forward di BYU, il secondo lungo in quintetto di fianco a Keba Keita, ma in una pallacanestro totalmente orientata sull’Nba come quella di Kevin Young, ha ben poco senso parlare di posizioni classiche.

In campo Dybantsa fa di tutto perchè spesso porta su lui palla, senza però bloccarla in testardi uno contro uno, perchè tanto sa che prima o poi gli ritorna e quindi altrettanto spesso è lui a finire l’azione. La penetrazione con la mano sinistra è la sua prima opzione, e comunque tende ad avvicinarsi al ferro per far valere i suoi centimetri e la sua naturale capacità di assorbire i contatti, ma la varietà di opzioni viste nella metà campo offensiva lo rendono il più imprevedibile e pericoloso attaccante dell’Ncaa.

Ma non solo. Oltre ai punti, ci sono anche 7.2 rimbalzi e 3.8 assist e 1.5 recuperi. Contro Eastern Washington, è arrivata la sua prima tripla doppia da 33+10+10, segnando in tutti i modi possibili e facendo felici tutti i compagni.

“I’m just trying to simplify my game, trying to do everything in less dribbles, not trying to be super, super fancy with everything”, spiega, chiarendo qual è il suo obiettivo. Tenere il meno possibile la palla in mano, dare ritmo all’attacco e prendersi tutte le responsabilità che coach e compagni gli hanno serenamente affidato.

‘I’m just hooping’

Anche perchè il suo successo è dovuto a una testa che funziona nel migliore dei modi. Sono anni ormai che vive con i riflettori puntati addosso, e ovviamente ogni squadra che incontra prepara la partita cercando di limitarlo. “I asked him a few years ago, ‘Don’t you feel the pressure? He goes, ‘Dad, what pressure? I’m just hooping’”, racconta suo padre Ace.

Fan che lo inseguono, avversari che lo aspettano, scout che lo sezionano, c’è tutto un circo di gente che ruota attorno a un ragazzo già milionario a 18 anni, che però sa bene di essere solo all’inizio. E per questo si allena duro e cerca di migliorarsi ogni giorno: “I’m super-confident in my ability and I trust all the work I put in”, le sue parole.

“Ci sono tanti ragazzi fisici e atletici – ha spiegato coach Kevin Young –  quello che fa davvero la differenza per lui è la sua testa, la sua mentalità e la sua maturità, questo è quello che mi ha davvero impressionato. E’ estremamente maturo, c’è un rispetto reciproco fra di noi, è estremamente allenabile, basta dirgli le cose una volta e lui le fa, e anche questo è un segno di maturità”.

Maturità certo, ma poi c’è anche la cattiveria agonistica di un ragazzo nato per giocare a pallacanestro.

 

‘Se chiamo io, chiamo AJ’

Ogni tanto va fuori giri, “la sua velocità è una benedizione e una maledizione”, spiega ancora coach Young, perchè assieme all’efficacia dei suoi movimenti, c’è anche il rischio di perdere palloni: 7 quelli lasciati nelle mani dei giocatori di Kansas State, 2.8 la sua media di perse in stagione. E da migliorare c’è anche il tiro da 3, preso con una meccanica molto fluida, ma non sempre super affidabile (34.3%). Poco da dire invece sulla sua difesa, qualsiasi sia il tipo e la stazza di giocatore che gli viene affidato: “La cosa di cui sono più orgoglioso – ha detto – ora è la mia difesa, in molti dicevano che non so difendere e invece sto dimostrando a tutti che so farlo”.

L’avventura nel college basket del fenomeno di BYU è iniziata con un exhibition game contro Nebraska, vera sorpresa della stagione grazie anche al lavoro in estate del gm Luca Virgilio. La nostra ultima intervista con lui è stata anche l’occasione per chiedergli che impressione gli avesse fatto dopo averlo visto da molto vicino: “Era un’amichevole a porte chiuse ad ottobre, ha fatto 30 facili senza nemmeno forzare più di tanto – ci ha detto Virgilio – Abbiamo vinto noi, ma lui ha giocato in scioltezza, era la sua prima partita di college e mi ha fatto una grande impressione. Ovviamente Boozer è un buon giocatore, così come Peterson. Però a livello di talento puro e upside, prenderei lui con la numero 1. Poi ci sarà da capire come si evolve la situazione nei prossimi due mesi. Ad oggi, se chiamo io, chiamo AJ”. Anche noi.

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