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Chris Beard, uno spaccone per Texas

Chris Beard
Autore: Paolo Mutarelli
Data: 17 Mag, 2021

Ci voleva il passaggio a Texas per far mostrare a Chris Beard il suo lato istrionico. A Texas Tech è sempre stato un vulcano sul punto di eruttare, pieno di energia, urla e smorfie per caricare i giocatori, ma davanti ai microfoni non è mai risultato scomposto, detto frasi spaccone o proclami arroganti.

Forse perché glielo imponeva  il DNA da underdog dei Red Raiders o forse perché non ce n’è mai stato bisogno. Arrivato ad Austin, invece, Beard si è trasformato in un predicatore di vittorie, chiarendo il motivo per cui ha mollato il suo regno a Lubbock: vincere il titolo e, visti i traguardi che ha ottenuto nella sua ancora breve carriera, non scommettiamo contro di lui

Monday Night Program

Ci sono volute tre ore in un McDonald a quaranta minuti da Lubbock per convincere Beard a lasciare tutto ciò che aveva creato a Texas Tech e passare alla ricca e decaduta rivale statale di Texas. La magnitudo della sua decisione è la seguente: i Red Raiders sarebbero stati una squadra da Top Ten (forse anche Top Five) nel 2021-22 con lui, mentre Texas avrebbe dovuto ricostruire da zero. Ora, invece, la squadra da Top Ten sono i Longhorns, mentre Texas Tech dovrà sudarsi l’ingresso al Torneo.

Questo è quanto sposta Chris Beard. Una carriera all’insegna dell’intensità, dell’immersione totale nelle svariate sfaccettature del coach in un programma collegiale. Grandi difese portano grandi vittorie, spesso sporche e sudata. Una scalata prepotente all’interno delle gerarchie nazionali grazie alla versatile capacità di reclutare prospetti provenienti da tutto il mondo, da tutti i mondi, e svilupparli nel modo migliore. 

BasketballNcaa - Chris Beard

Chris Beard

Ci voleva un colpo del genere per rivitalizzare un programma reduce da una stagione deludente: l’ultima versione di Shaka Smart ha prima sedotto i propri tifosi, scalando la Top 25 e arrivando al terzo posto, per poi abbandonarli una volta arrivati a marzo e prendere una legnata pazzesca al torneo da Abilene Christian, piccolo college del Texas che ha battuto la grande università statale. Il titolo di Baylor e la Final Four di Houston imponevano ai Longhorns una risposta. Chris Beard ha ammutolito tutti.

Non sono qui per ricostruire, non sarà un primo anno con l’asterisco e poi vediamo. Giocheremo per vincere, vincere nella maniera giusta e con senso di urgenza”. Poche semplici parole e propositi chiari per un’università che non vince una partita al Torneo da sette anni e che non arriva al secondo weekend da tredici (dobbiamo arrivare al 2003 per l’ultima Final Four). Risultati pessimi per l’ateneo con il reparto atletico più ricco degli Stati Uniti e che inaugurerà nel 2022 il Moody Center, il nuovo palazzo da 338 milioni di dollari.

L’obiettivo non è solo vincere per Beard, ma anche ridare centralità e rilievo al programma di Texas. Riunire tutti gli ex giocatori, allenatori e personaggi della Texas Nation perché “Texas diventa forte quando tutti remano dalla propria parte”. Creare un calendario che aiuti i Longhorns ad essere una contender ma anche “promuovere il programma nello stato”. Però alla fine l’obiettivo è uno e uno solo: “Sarà giudicato in base a quello che farò a marzo. Mi va bene, sono qui per questo, per rendere Texas un programma da lunedì sera (la finale Ncaa tradizionalmente si svolge di lunedì Ndr.)”.

Beard è stato studente di Texas e graduate assistant dal 1991 al 1995 sotto gli ordini di coach Tom Penders

Dalle parole ai transfer 

Chris Beard ha dimostrato di essere un Monday Night Coach in tempi abbastanza rapidi a Texas Tech e con la stessa rapidità si è messo a costruire da zero una squadra che poteva contare su pochi ritorni. Infatti alla fine del ciclo di Shaka Smart è corrisposto un esodo di massa: tre senior non hanno usufruito dell’anno extra, Kai Jones e Greg Brown hanno intrapreso la strada verso il draft e underclassmen come Donovan Williams, Kamaka Hepa e Gerald Liddell si sono inseriti nel portal. Gli unici a tornare sono stati Jase Febres, Courtney Ramey e Andrew Jones. Una rifondazione in piena regola, quindi. 

Una delle tante cose che Beard ci ha dimostrato in questi è anni è la capacità di scegliere i transfer giusti per le necessità del roster. L’apporto di Mooney e Owens è stato fondamentale per il viaggio fino alla finale e negli anni successivi i vari Chris Clarke, Marcos Santos-Silva e Mac McClung si sono sempre rivelati i migliori del roster, Stavolta però i transfer saranno le pietre fondanti di questa nuova squadra e per questo Beard ha puntato e sta puntando i cavalli di razza presenti nel portale. Quattro colpi di altissimo livello, per ora, che hanno lanciato ai piani alti dei vari ranking pre-stagionali i Longhorns (Espn li mette alla #11, l’analyst Jeff Goodman alla #10).

La punta di diamante sembra essere Timmy Allen da Utah, un’ala versatile, intelligente con soluzioni dal mid-range e dal post e un tiro da tre tutto da costruire. Abile rimbalzista e un giocatore che difficilmente ferma il flusso dell’attacco per crearsi una conclusione, caratteristica da non sottovalutare nella motion offense giocata da Beard. Attacco che sarà gestito da Devin Askew, reduce da un’annata a dir poco complicata a Kentucky dove ha sofferto tremendamente la fisicità e l’assenza di spaziature dell’attacco dei Wildcats ma è stato anche l’unico freshmen capace di fare uno scatto in avanti in termini di rendimento in stagione. 

In perenne sofferenza fisica, Askew ha sofferto sia nella creazione (1.45 Ast/To) che nel tiro da tre (28%)

Beard potrebbe essere l’uomo giusto per sbloccare le qualità ancora nascoste di Askew, con il quale potrebbe fare un lavoro molto simile a quello compiuto con Davide Moretti negli anni a TT. Gli ultimi due arrivi sono due colpi da maestro per dare versatilità ad un frontcourt ancora scarno di soluzioni (occhio a Tre Mitchell di Umass). Dylan Disu è stato una delle poche notizie positive della stagione di Vanderbilt. Lungo tiratore (37% da tre) con un fisico esile ma dalla grande apertura alare che lo rende un rimbalzista di livello, mentre Christian Bishop da Creighton potrebbe diventare il riferimento della squadra in area. 

Con ancora quattro borse di studio da assegnare e giocatori del calibro di Remy Martin, Mitchell, Marcus Bagley e Bryce Hamilton sul portale, Texas può pensare anche di scalare le gerarchie di una Big 12 affollata come al solito ai piani alti. Per essere efficaci e vincenti fin da subito però servono dei miglioramenti anche da parte di Beard che, nonostante i successi, è appena entrato nel secondo lustro della sua carriera in D1. Se la difesa è sempre stato il suo marchio di fabbrica, negli ultimi due anni Texas Tech non è riuscita a fare il salto di qualità a causa di un attacco spesso inconcludente che cerca di distribuire le responsabilità, ma crea poco e tende alla fine ad accentrare le responsabilità sul singolo.

La ragione potrebbe ricadere sulla tipologia di giocatori reclutati da Beard, spesso ali ultra atletiche, fisiche e difensive con un attacco tutto da costruire, però pur avendo dalla sua creatori intelligenti come Edwards, Moretti, Clarke e Burton non è mai riuscito a dare quel quid in più all’attacco. Vincere a Texas passa soprattutto da questo.

A proposito di Texas Tech, ospitato da Jon Rothstein nel suo podcast, Beard ha mostrato come si sia immerso appieno già nella nuova avventura e di aver chiuso il capitolo Red Raiders con una frase arrogante ma dal sicuro effetto: “Texas Tech farà una tonnellata di soldi quando andremo in trasferta a Lubbock”. Signore e signori, benvenuti nel Chris Beard Show.

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