Quote by Coronavirus, anche la NCAA si ferma

13/03/2020

Dal campionato italiano alle competizioni europee fino alla NBA: tutto il basket mondiale sta abbassando la saracinesca dinanzi ai pericoli incalzanti del Coronavirus. Il Torneo NCAA è stato l’ultimo ad aggiungersi alla lista di questa rapida escalation.

La marcia verso la chiusura

Mercoledì 11 marzo, intorno alle 21:30 ora italiana, il presidente della NCAA Mark Emmert diramava un comunicato con cui si annunciava che la March Madness si sarebbe disputata a porte chiuse. Una decisione arrivata subito dopo il responso del gruppo consultivo sul COVID-19 assemblato dalla NCAA (il quale appunto raccomandava questa misura) e che era decisamente nell’aria, visto quanto si stava muovendo dentro e fuori dal mondo dello sport universitario nelle ventiquattr’ore precedenti.

Il giorno prima, infatti, la Ivy League aveva optato per annullare il proprio torneo e a ciò faceva poi seguito una sorta di effetto domino, con diverse altre conference – Big West e MAC in testa – che comunicavano la decisione di disputare i rispettivi tornei a porte chiuse.

Nel pieno della notte italiana fra l’11 e il 12, lo scoppio del caso Rudy Gobert, giocatore degli Utah Jazz trovato positivo al Coronavirus. Il caso ha indotto la NBA a fermare immediatamente il campionato.

Una presa di posizione che non poteva che mettere pressione sulla NCAA. I primi a muoversi però sono stati i commissioner delle varie conference. Alle 16:43 ora italiana, Jeff Goodman di Stadium era il primo a riferire la cancellazione del torneo della Big Ten. Da lì a pochi minuti, seguono American, SEC, Big 12, Atlantic 10. In poco più di un’ora, quasi tutte le leghe si sono pronunciate in questi termini. È solo questione di tempo prima che arrivi un annuncio da parte di Mark Emmert. Arriva alle 21:16 e decreta la cancellazione di tutte le attività degli sport invernali e primaverili, quindi anche della March Madness.

Comunicato NCAA cancellazione March Madness coronavirus

Lo sport, i suoi fan e la percezione del pericolo

Gli ultimi dati parlano di 1.215 casi di Coronavirus fra cui 36 morti negli USA. In Italia, 12.839 con 1.016 decessi (dati aggiornati al 12 marzo). La disparità fra i due paesi per quanto concerne lo stato di avanzamento dell’epidemia è enorme. Di conseguenza, anche la generale percezione del pericolo si trova in fasi diverse. Qui a BN non abbiamo ovviamente gli strumenti né la pretesa di fare un’analisi globale delle differenze fra Italia e Stati Uniti da questo punto di vista. Ci pare però degno di riflessione il modo in cui si sta evolvendo il comportamento sui social della (grande) bolla degli appassionati americani in questi giorni. Fino ad almeno 48 ore fa, era tutto un susseguirsi di commenti dai contenuti e dai toni che sa di irreale per noi che siamo qui a vivere in un paese costretto a misure drastiche.

Dan Wolken di USA Today è stato l’unico cronista specializzato in sport collegiali ad essersi pronunciato subito (martedì 10 marzo) per la sospensione del Torneo Ncaa: «Here’s the problem with the COVID-19 situation. We don’t know how many people have it or are going to get it, but we know it is spreading in the U.S. […] This isn’t about panic. Given the lack of treatment or vaccine, the only best answer doctors have given us for slowing this thing down is fewer person-to-person interactions […]. Day by day, it is clear this is how every sector of society is going to operate in the short term. It is what we’re dealing with right now as a country. The idea that sports would somehow be an exception to that is arrogant at minimum and dangerous at worst».

Le reazioni al suo articolo sono andate sostanzialmente in una direzione sola. Centinaia d’insulti e di prese in giro, come si può constatare scorrendo le risposte al tweet col quale l’autore ha lanciato il suo pezzo – per non parlare del celeberrimo ratio risposte/retweet/like del post in questione.

Nella suddetta bolla, le preoccupazioni di chi interviene sono tutte per lo spettacolo e per il divertimento, non per il virus. Normale quindi che, dopo l’annuncio della March Madness a porte chiuse, un tweet come quello qui sotto di Jon Rothstein – teso a sollevare problemi di equità sportiva – faccia il pieno di like (oltre 6mila) mentre la risposta sottostante di Bob Ryan – perfettamente assennata – riscuote più pernacchie che consensi.

Dopo il caso Gobert, le argomentazioni di Wolken smettono di essere tacciate come ridicole e pretestuose. O meglio, i discorsi sui social iniziano pian piano a cambiare di tono. Le tristi aritmetiche da scuola elementare che vorrebbero sminuire l’impatto del coronavirus, paragonando questo alla comune influenza o agli incidenti automobilistici, purtroppo non spariscono ma iniziano comunque a diradarsi.

Nel frattempo, in mezzo a tutto ciò, voci autorevoli fra addetti ai lavori e protagonisti del college basketball cominciano a pronunciarsi in maniera sempre più netta sul problema nelle ore che precedono il già citato domino dei tornei di conference. Qui sotto, gli esempi più significativi. I cori sul motivetto della overreaction non mancano, ma quantitativamente la differenza è abissale rispetto alle reazioni suscitate da Wolken e Ryan poco tempo addietro.

Niente March Madness: e ora che si fa?

Cancellata. Nessun rinvio, nessun “vedremo”, nessun “chissà forse”. La March Madness non s’ha da fare e basta. Cosa dura da digerire per tutti – giocatori, allenatori, appassionati – ma le dinamiche imprevedibili legate al contenimento del coronavirus non lasciano troppe speranze. Non ci sono ad ora orizzonti visibili per l’eventuale riorganizzazione di un torneo che coinvolge 68 squadre provenienti da tutti gli angoli di una nazione enorme. Un torneo che non si può tenere dopo che gli studenti si sono laureati o senza coordinazione con una NBA che, come tutte le leghe pro, sta navigando a vista. Sì, forse si poteva rinviare e poi vedere. Ma seriamente, quale sarebbe allora la prospettiva più realistica se non quella di continuare a illudersi inutilmente?

Fra gli atleti, l’amarezza è grande. Per i più, il Torneo Ncaa è un’opportunità che passa una volta sola. Inoltre si gioca al college per quattro anni al massimo: ogni momento di un senior year conta infinitamente per chi lo vive in prima persona.

La situazione generale però è ormai da tutti pienamente accettata nella sua gravità, anche al netto di qualche parziale perplessità.

L’eccezionalità dell’evento induce alcuni addetti ai lavori a proporre misure eccezionali per il futuro prossimo. Diversi allenatori vorrebbero un anno di eleggibilità extra per i senior. Mike Boynton (Oklahoma State) e Steve Forbes (ETSU) sono fra questi, come riferito da Goodman.

La proposta ha senso: chi non direbbe di sì subito, istintivamente? Però è tutto da vedere se la NCAA vorrà attuare una misura del genere e se, facendo questo, allargherà temporaneamente il numero di borse disponibili per i singoli programmi, in modo tale da non creare “ingorghi” coi freshmen in entrata.

Sono problemi che ovviamente ci interessano in quanto appassionati. Problemi però così minuscoli in un momento come questo.

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