Quote by Gli eredi di Saunders, Brown e Sykes

Nella finale di Coppa Italia, vinta da Cremona contro Brindisi, gli appassionati di college basketball non avranno potuto fare a meno di apprezzare una sfida che ha visto, come migliori marcatori delle rispettive squadre, due giocatori usciti negli ultimi anni dal panorama mid-major.

Se da una parte John Brown (21 punti e 8 rimbalzi), prodotto di High Point, è stato l’ultimo ad arrendersi per Brindisi, dall’altra Wesley Saunders (18 punti e 9 rimbalzi), che ha disputato quattro stagioni ad Harvard, è stato autentico dominatore della partita e della competizione, nonché ovviamente uno dei principali fattori del primo storico successo cremonese. Il percorso dalle mid-major alle Final Eight lo ha fatto anche Keifer Sykes (Green Bay), 23 punti e 6 rimbalzi nella sconfitta di Avellino contro Brindisi ai quarti di finale. Ma chi potrebbe ripercorrere le loro orme?

Wesley Saunders (Harvard -> Cremona)  – Anthony Lamb (Vermont)

A Firenze, Wes Saunders ha mantenuto medie vertiginose: 17.6 punti e 7 rimbalzi a partita con il 66.6% al tiro. Non solo: con il suo 80 di valutazione complessivo (28 nei quarti contro Varese, 26 in semifinale e in finale) è secondo, nella storia della competizione, solo al Mike Green del 2013, che fece 81. Il nome di Saunders, a livello NCAA, è legato soprattutto al cosiddetto Educated Upset del 2013, quando Harvard (#14 del tabellone West) eliminò la New Mexico di Alex Kirk: Saunders fu top scorer per i Crimson con 18 punti (5/8 dal campo). I Crimson riuscirono a ripetersi anche l’anno dopo eliminando (da #12) Cincinnati, sempre con Saunders top scorer.

 

Uscito da Harvard nel 2015, dopo una stagione da senior da 16.6 punti, 6.1 rimbalzi e 4.3 assist di media, il nativo di Los Angeles ha giocato per due anni in G-League prima di passare in Finlandia. Quest’anno Cremona lo ha inserito nel meccanismo di coach Meo Sacchetti, trovando in lui un perfetto giocatore di squadra: Saunders è un gran difensore, sa segnare all’occorrenza soprattutto in avvicinamento (fattore che conferisce alla Vanoli una dimensione in più rispetto al tiro da tre degli altri esterni) e ha una superba visione di gioco.

Non è facile trovare qualcuno simile a lui perché questi giocatori, pur mettendo assieme statistiche di tutto rispetto, fanno la differenza soprattutto con gli intangibles. Ci proviamo con Anthony Lamb di Vermont. È sicuramente un realizzatore migliore rispetto a Saunders, ma è un giocatore che fa della completezza sui due lati del campo la sua dote principale. Quest’anno Lamb – che ha saltato per infortunio la seconda metà della scorsa stagione – è esploso definitivamente e si è attestato come il trascinatore dei Catamounts con 21.5 punti e 7.8 rimbalzi a partita.

Anthony Lamb – Vermont

Dal punto di vista fisico Lamb è più quadrato rispetto a Saunders, possiede qualche centimetro e diversi chili in più, ma è abbastanza simile nel modo di muoversi: non è primariamente un atleta, non ha velocità supersonica, ma possiede il passo felpato e l’intelligenza per prendersi – e vincere – l’uno contro uno e concludere in avvicinamento. Ha anche un buon tiro da fuori, caratteristica che potrebbe fargli più che comodo in futuro. Vermont sta dominando l’America East e, se portasse a termine il compito, Lamb avrebbe magari la possibilità di regalarsi uno storico upset per tenere fede al nostro paragone. In fondo, Saunders ce la fece per due volte…

John Brown (High Point -> Brindisi) – Nathan Knight (William & Mary)

Il centro della Happy Casa ha vinto, più che meritatamente, il premio di giocatore più spettacolare delle Final Eight. Esattamente come Saunders, è stato un fattore in ognuna delle tre gare disputate: 21 punti e 6.3 rimbalzi di media. La carriera universitaria di Brown è stata per la verità avara di successi di squadra, ma il lungo aveva saputo imporsi con la sua energia e con le sue schiacciate spettacolari che lo facevano finire regolarmente nella Top 10 di SportsCenter.

 

Dopo aver viaggiato a più di 19 punti e 6 rimbalzi a partita nelle sue ultime tre stagioni a High Point, Brown si è subito trasferito in Italia per giocare in LegaDue: prima Roma e poi Treviso. E i suoi miglioramenti sono stati sconvolgenti perché, se a livello NCAA era sostanzialmente un atleta e un agonista che correva il campo a tutta velocità e concludeva principalmente nei pressi del ferro, in Italia si è costruito anche un tiro dalla media distanza abbastanza affidabile, oltre ad aver affinato i movimenti spalle a canestro. Brindisi ha deciso l’estate scorsa di portarlo al piano superiore e sicuramente non è rimasta delusa.

Dove possiamo ritrovare, tra le mid-majors, un’energia simile a quella di John Brown? Da nessuna parte, verrebbe da dire. Eppure, volendo cercare bene, ecco che a William & Mary fa la sua comparsa Nathan Knight. È un giocatore complessivamente diverso, più lungo come caratteristiche, meno guizzante e meno fluido nei movimenti, ma che, al di là della stazza e di una qual certa staticità in più, sa arrivare per primo su ogni pallone vagante, esattamente come faceva Brown nei suoi anni ad High Point (e come fa tuttora).

Nathan Knight – William&Mary

Knight, che è mancino come il centro di Brindisi, ha già oggi un tiro da fuori sicuramente più affidabile di quello che aveva Brown al college, sa imporre la sua legge in area ed è un fattore anche quando si tratta di chiudere il proprio canestro alle scorribande avversarie (2.1 stoppate per gara). È ancora junior ed è sicuramente da tener d’occhio per i miglioramenti che ha mostrato di anno in anno. È il pilastro dei Tribe e, ai 20.5 punti e 8.8 rimbalzi di media, aggiunge anche 3.6 assist, a testimonianza della sua comprensione del gioco. Magari vi farà divertire di meno rispetto a Brown, ma potete stare sicuri che anche lui lascerà sul parquet ogni goccia del suo sudore.

Keifer Sykes (Green Bay -> Avellino) – Chris Clemons (Campbell)

Con la maglia di Green Bay l’attuale playmaker di Avellino si era abbattuto come un tornado sulla Horizon League: due volte giocatore dell’anno, primo giocatore della conference a mettere assieme in carriera più di 2000 punti, 500 assist e 400 rimbalzi, tredici volte giocatore della settimana nella Horizon e anche una volta, ciliegina sulla torta, miglior giocatore della settimana (4-10 gennaio 2015) dell’intera Division I. Dei tre giocatori citati, è anche quello che più di tutti si è avvicinato alla NBA: nell’ottobre del 2015 ha firmato un contratto con i San Antonio Spurs, che però lo hanno rilasciato dopo appena una settimana.

 

Se Brown ha sposato subito l’Italia e Saunders ha mosso i suoi primi passi europei in Finlandia, Sykes ha scelto invece la Turchia per due stagioni stellari: la seconda in particolare, con la maglia di Ankara, lo ha visto mettere assieme 22.8 punti e 4.1 assist a partita. Cifre che anche ad Avellino, dopo la partenza di Norris Cole, hanno imparato a conoscere: da quando l’ex campione NBA ha lasciato la Sidigas, infatti, Sykes viaggia proprio a 22.8 punti, 3.2 rimbalzi e 4.4 assist di media. È un atleta straordinario, capace di giocate spettacolari in velocità ed è, soprattutto, un realizzatore di altissimo livello anche sul versante delle percentuali al tiro.

Se parliamo di Sykes, dobbiamo scomodare un pezzo grosso del panorama mid-major. Andiamo quindi da Chris Clemons, attuale miglior marcatore della nazione con 29.8 punti a partita. Esattamente come il playmaker della Sidigas, alto 1.83m, non stiamo parlando di un gigante: Clemons è un folletto di appena 175cm. Nonostante ciò, deve ancora nascere un difensore della Big South in grado di fermarlo o quantomeno di pareggiare il suo atletismo, il suo strapotere e le sue incredibili doti realizzative a tutto tondo.

 

La stella di Campbell ha un’elevazione stratosferica e una rapidità disumana nei movimenti, due caratteristiche in comune con Sykes, ma anche con Kahlil Felder, che ha assaggiato la NBA con le maglie di Cavs, Bulls e Pistons. Clemons sembra un giocatore da playground che ha saputo magistralmente inquadrare le sue qualità nel basket della Division I e un domani potrebbe avere un futuro da protagonista in Europa o da comprimario in NBA, come i due esempi sopracitati. Perché l’altezza non è un limite, soprattutto quando si è in grado di raddoppiarla con un salto.

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