Quote by Davide Moretti, ora voglio la NBA

Il coronavirus ha scombinato tutti i piani di Davide Moretti, la guardia italiana che da tre stagioni gioca con Texas Tech in Ncaa. Il suo obiettivo era andare ai workout NBA, ricevere feedback dagli scout e poi decidere cosa fare in vista del draft (qui il nostro super mock). Invece ora si trova in Italia, chiuso in casa come molti altri italiani a causa del Covid-19. In attesa di capire quali saranno i suoi prossimi passi, il giocatore nato a Bologna ha fatto il punto sulla stagione di college appena conclusa e su quelle passate a Lubbock in Texas. Chi avrebbe vinto la March Madness? Kansas. Il più difficile da marcare? Jared Butler. Ecco cosa ci ha detto. Davide Moretti

Partiamo dalla situazione attuale, hai dichiarato che non sai se resterai in Italia o tornerai negli Usa?
“È così, perché non si capisce cosa succederà. Non ho ancora deciso perché non è chiaro se riuscirò a seguire il piano che mi ero prefissato una volta finita la stagione”.

Il piano era fare i workout e poi valutare?
Esatto, partecipare a qualche workout NBA e capire se era momento giusto per partecipare al draft. Che è poi quello che vorrei fare se la situazione si calmasse. Se invece ci sarà direttamente il draft, non so cosa fare.

davide moretti (Texas Tech)

Davide Moretti (Texas Tech)

Tra le opzioni quindi c’è anche quella di tornare in Ncaa?
Certo.

Pensi che in ottica draft ti garantirebbe più visibilità un anno in Ncaa o una stagione da professionista in Europa?
L’obiettivo è migliorare. Devo capire quale soluzione è migliore in ottica draft. Grazie alla Ncaa e alla finale dell’anno scorso, ho già avuto molta visibilità e penso, o comunque spero, di essere già sui taccuini di alcuni scout NBA. Sono pronto a ricevere tutte le offerte possibili e vedendo gli ultimi draft non penso che un anno lontano dagli Stati Uniti possa diminuire le possibilità di essere scelto. Certo, dipende da come giochi. L’unico modo per uscire dai riflettori degli scout è non giocare a un livello da NBA.

Qual è il bilancio della stagione appena passata, come squadra e individuale?
La stagione non è andata come mi aspettavo. Pensavo alla fine avremmo come minimo avuto un record positivo, invece abbiamo finito 9-9 in Big 12. Sono un po’ amareggiato e un po’ deluso, viste le aspettative e le potenzialità che avevamo. Non penso sia stata una stagione che abbia rispecchiato le nostre potenzialità.

Cosa non ha funzionato?
Eravamo giovani. Con alcuni giocatori non giovani anagraficamente ma nuovi nel sistema Texas Tech. Abbiamo avuto tanti alti e bassi. Il problema è che dai “bassi” facevamo fatica a riprenderci. Le 4 sconfitte consecutive con cui abbiamo chiuso la conference rispecchiano un po’ la nostra annata. Non siamo nemmeno riusciti a provare a mettere i bastoni tra le ruote a Kansas o Baylor, eppure secondo me eravamo più forti di Texas o Oklahoma.

La stagione si è interrotta a poche ore dalla prima partita dei playoff di conference. Eravate carichi?
C’era un’atmosfera elettrica. Avevo visto il riscaldamento prima della gara contro Texas, che per molti era uno spareggio in vista della partecipazione alla March Madness, e avevo sensazioni positive

E la stagione di Davide Moretti, dal punto di vista individuale, come la giudichi?
Sono soddisfatto a metà. Ci sono stati momenti in cui ho avuto difficoltà in campo. Non riuscivo a trovare ritmo con il canestro e con i compagni. Giocavo partite buone, ma non abbastanza. Mi aspettavo un po’ di più anche dalla mia stagione. Come voto mi do un 6-.

 

Eppure vedendo da fuori, era chiaro che coach Chris Beard ti avesse affidato molte responsabilità
Quest’anno per la prima volta da quando gioco, ero uno dei più vecchi della squadra. In 15 anni di carriera non mi era mai successo, ho sempre giocato con ragazzi della mia età o più grandi. Il mio ruolo principale era quello di trasmettere la cultura di Texas Tech ai nuovi arrivati.

Qual è stata la tua partita migliore?
L’ultima contro Kansas. Ho dato tutto quello che avevo. Ho provato a caricarmi la squadra sulle spalle e per poco non ci sono riuscito. Venivo da un mese in cui fisicamente non stavo bene e mi ero detto di stringere i denti e dare il massimo. C’era anche una bella atmosfera. Era l’ultima partita in casa della stagione. È stato emozionante, mi sono sentito in dovere di dare le poche energie che avevo.

Hai parlato dei nuovi arrivati, tra cui Jahmi’us Ramsey, un recruit talentuoso e quotato. Come ti sei trovato con lui?
Bene, è un ragazzo che all’apparenza può sembrare egoista o che pensa a se stesso o ai suoi numeri. In realtà cerca sempre di migliorare e sapeva che venendo ai Red Raiders avrebbe dovuto cambiare rispetto al giocatore che era alla high school. Certo, ha ancora molte cose su cui lavorare, ma io mi sono trovato bene.

Qual è il giocatore con cui hai legato di più da quando sei in Texas?
Te ne dico due che non ci sono più: Jarret Culver, che è andato in NBA e Andrew Sorrells, un walk-on che non giocava praticamente mai, ma che viveva con me. Con lui ho legato così tanto che le ultime due pasque le ho passate con lui e la sua famiglia.

Jarett Culver e Davide Moretti

Jarett Culver e Davide Moretti

Bilancio complessivo sui tre anni al college? Davide Moretti
Sono stati tre anni fantastici. Ero arrivato non con l’idea di fare una bella esperienza in America, ma di usare questo tempo per migliorare. Penso di aver dato tutto quello che potevo stando in palestra dalla mattina alla sera. È un’esperienza che rifarei e che consiglierei a chiunque. Ti prepara dal punto di vista umano e professionistico. Perché purtroppo le attrezzature che ci sono qui non ci sono in nessun’altra parte del mondo.

Quali sono i cambiamenti che senti di aver fatto da quando sei entrato al college?
Sono migliorato molto nella gestione di una squadra. Parlo della capacità di capire con che tipo di squadra sto giocando e quindi cosa serve per arrivare alla vittoria. Sono in grado di capire e conoscere i miei compagni, dentro e fuori dal campo, per arrivare a un obiettivo comune. E poi sono migliorato dal punto di vista fisico. Ho messo su 12 chili. Sono arrivato che pesavo poco più di 67 e ora sono intorno a 80/81. Sono cambiato molto e questi chili li sento.

Com’è il tuo rapporto con coach Beard?
Ottimo. Certo, quest’anno abbiamo avuto meeting intensi. Ero il giocatore con più esperienza, quello che era stato alle Elite 8 e alle Final Four. Avevo grandi responsabilità e lo sapevo. Abbiamo avuto riunioni private, solo io e lui, molto accese. Ma era giusto così.

Parliamo delle Final Four, qual è il ricordo più bello?
Il primo ricordo, purtroppo, è la sconfitta all’overtime in finale. Dopo 40 minuti incredibili. Non ho mai più rivisto la partita.

Mai?
No, mai avuto il coraggio di rivederla. Ma la ricordo ancora bene, è stata una partita bellissima contro un avversario forte. Abbiamo sbagliato gli ultimi 6 secondi dei tempi regolamentari. Avessimo prestato più attenzione, forse a quest’ora sarei campione Ncaa. Davide Moretti

 

Solo ricordi tristi?
No, certo. Guardando più a fondo è stata una settimana stupenda in cui io e i miei compagni ci siamo sentiti sul tetto del mondo. Un intero albergo personalizzato nel centro di Minneapolis, con le nostre gigantografie sulle pareti. Un palazzetto con 70mila persone. E poi i miei compagni, la squadra più forte con cui abbia mai giocato. Ricordo le cene, quelle del mercoledì e del giovedì, lontano dai weekend in cui si giocava, e il divertimento per sciogliere la tensione.

Qualcuno di Virginia, staff o giocatori, a fine partita ti ha detto qualcosa?
No, anzi sì. Sì certo, subito dopo Kyle Guy venne da me e mi disse che gli piaceva molto come giocavo e che ero un ottimo giocatore. Non ho risposto. Anzi, mi sembra che ci sia una foto, in cui si vede lui che mi abbraccia e io con una faccia che non lascia trasparire alcuna emozione. (La foto più bella è coperta da copyright di Gettyimages, potete guardarla qui)

Kyle Guy abbraccia Davide Moretti

Eri incazzato?
Da morire. Ma dopo, col tempo, i suoi complimenti mi hanno fatto piacere.

Qual è il giocatore più forte che hai mai dovuto marcare?
Te ne dico due. Devon Dotson di Kansas e Jared Butler di Baylor. Dotson in realtà è un po’ limitato dal tiro, Butler può fare davvero tutto, tirare, penetrare.

Qual è la partita che ti porti nel cuore?
La vittoria contro Gonzaga alle Elite Eight. Una partita stupenda. Un botta e risposta incredibile. Eravamo la miglior difesa della nazione, difendevamo bene per 30 secondi e loro allo scadere facevano comunque canestro, prendendo tiri difficilissimi. Noi però andavamo dall’altra parte e facevamo lo stesso. Una partita incredibile. Quella l’ho rivista un po’ di volte.

 

Quest’anno, escludendo Texas Tech dalla risposta, chi avrebbe vinto secondo te la March Madness?
Dico Kansas. Quando Azubuike gioca da 20 punti + 15 rimbalzi non perdono mai. Forse se riesci a fermare tutti gli altri hai una possibilità. Ma è un’impresa. Loro potevano arrivare in fondo. Ogni tanto guardavo San Diego State, mi ricordava la Texas Tech delle Final Four, compatta e unita. Anche loro secondo me potevano arrivare fino in fondo. Davide Moretti

Il sogno è la NBA
Avrei potuto tentare già l’anno scorso, ma avevo già in mente di tornare. L’obiettivo per quest’anno come dicevo era avere dei feedback dai workout e poi proseguire in base ai consigli degli scout: Ncaa o Europa, non per forza in italia. Sono pronto ad andare dovunque mi chiamino.

C’è qualche squadra che ti ha contattato, anche informalmente?
Al momento no. E penso sia giusto così. È un momento di tale confusione che non me l’aspetto nemmeno.

Tutto sospeso anche con la Nazionale?
Sì. I rapporti con me li ha tenuti il team manager Trainotti. A novembre è venuto a Las Vegas a trovarmi. Siamo in contatto. Ma anche qui è un punto interrogativo perché non si sa se si farà il pre-olimpico o no. Io spero di avere una possibilità e l’opportunità di vestire la maglia della Nazionale, cosa che faccio da quando ho 13 anni. E spero accada prima possibile. Davide Moretti