Quote by Dottor Shamorie e Mister Ponds

È sera tardi in un giovedì d’inizio febbraio, ma al campus di St. John’s, nel Queens, ci sono più di duecento persone che aspettano il ritorno della squadra da Philadelphia: pochi giorni dopo aver battuto Duke e messo fine a una striscia negativa di 11 partite, i Red Storm hanno appena compiuto un’altra impresa superando Villanova, la numero 1 della nazione. L’entusiasmo è alle stelle, gli eroi acclamati e trascinati nella palestra. Spunta fuori un microfono e, uno a uno, i giocatori si rivolgono ai tifosi.

Shamorie Ponds resta in disparte più che può, ma è come giocare a nascondino mettendosi dietro una tenda trasparente. Niente da fare, gli tocca. Tutti lo acclamano, vogliono che dica qualcosa. Si fa avanti. Prende il microfono. Zitti, parla lui.

«Go St. John’s»

Fine del discorso.

Shamorie è un ragazzo silenzioso. Ponds, invece, fa più rumore dei cannoni. La differenza sta nell’avere o meno un pallone fra le mani.

Let your game speak

Giocare a New York non è facile, a qualsiasi livello. Se sei bravo, le pressioni sono talmente forti da toglierti l’aria e la gente che fino a un momento prima ti applaudiva, può voltarti le spalle in un attimo. I talenti che spuntano fuori non vedono l’ora di andarsene, anche prima d’arrivare al college. Mohamed Bamba e Hamidou Diallo ne sono due esempi recentissimi.

Giocare a New York non è uno scherzo, soprattutto se sei una guardia. Ci sono stilemi precisi da rispettare: se attacchi il canestro, non hai paura dei contatti e tratti gli avversari come birilli, allora sei degno di questa città; se invece tendi a restare qualche metro lontano e puntare spesso sul jumpshot, sei un cacasotto. Certo, siamo nel 2018 e l’influenza curryana sulle nuove generazioni comincia a farsi sentire, ma il codice rimane saldo, almeno per ora.

Ponds, nato a Brooklyn 19 anni fa, è cresciuto respirando quell’aria e se n’è nutrito fino a incarnare il prototipo della point guard newyorchese. Spavaldo, testardo e creativo: quando gioca è tutto il contrario di come appare fuori dal campo, ovvero taciturno, timido e introverso. Il pallone è il suo megafono, il suo mezzo d’espressione preferito.

Non è mai stato un ragazzo di strada, ha potuto contare su un ambiente famigliare solido, ma l’East New York non gli ha risparmiato esperienze orrende che l’hanno segnato e spinto a voler vivere appieno la propria vita. Un caro amico assassinato, una sparatoria sotto i suoi occhi quand’era poco più d’un bambino: i suoi silenzi, forse, non sono altro che la manifestazione di una consapevolezza – profonda e precoce – che gli permette di distinguere il necessario dal superfluo. Quando serve, Shamorie si fa sentire forte e chiaro. Sul parquet, per esempio.

Profeta in patria

«Ci sono pressioni negative, gente che gufa e che spera ti vada male, quindi tendo a lasciar fuori queste cose e limitarmi a giocare, a non pensarci. Se ci pensi troppo, finisci per dubitare troppo di te stesso». Trascinatore dei Johnnies e fra i migliori giocatori della Big East, Ponds rappresenta un caso più unico che raro di newyorchese che ha voluto provare ad affermarsi sotto i riflettori di casa. Conquistato dal carisma di Chris Mullin – anche lui di Brooklyn – ha scelto la strada più difficile, ma i frutti cominciano a vedersi.

La sua stagione da sophomore, però, non è iniziata nel modo migliore: dolori al ginocchio da sopportare, che lo rallentano, e un tiro che non ne vuol sapere di entrare mentre la sua St. John’s perde Marcus LoVett per infortunio (non farà ritorno perché nel frattempo ha deciso di passare al professionismo) e colleziona sconfitte a catena, spesso per uno o due possessi di distacco, causa scelte sciagurate nei finali punto a punto.

A fine gennaio, tocca il fondo: 2 punti a cronometro fermo e 0/12 dal campo nella disfatta dei Red Storm in casa di Butler (70-45). Non lo si dice spesso, ma Ponds è un tipo metodico, con una certa etica del lavoro: la batosta coi Bulldogs lo spinge a lavorare ancora di più, con sessioni d’allenamento supplementari in diverse parti della giornata che, a distanza d’un mese circa, non ha mai interrotto.

A forza di jumper in palestra, i risultati si vedono anche in campo, consentendo ai Johnnies prima di sfiorare il colpaccio con Xavier, e poi di inanellare quattro vittorie consecutive. Successi affatto banali, a partire da quello con Duke, davanti a un Garden gremito da oltre 19mila spettatori. Shamorie non ha dubbi: è la miglior partita della sua vita – «di gran lunga», dice. La striscia personale messa insieme nella prima metà di febbraio è impressionante, con tanto di quarantello rifilato ai Golden Eagles di Marquette, nella miglior prestazione individuale mai registrata alla Carnesecca Arena nei suoi 57 anni di storia.

OPP PTS FG 3P FT AST STL TO
vs Xavier 31 12/20 3/7 4/4 5 6 4
vs Duke 33 12/23 4/8 5/7 3 4 3
at Villanova 26 8/20 2/5 8/9 5 2 2
vs Marquette 44 16/23 4/7 8/9 2 1 8
at DePaul 26 10/18 4/8 2/2 10 2 5
32.0  55.8%  48.6%  87.1%  5.0  3.0  4.4

«The best one-on-one player in America»: Jay Wright, coach di Villanova, lo elogia così e francamente è difficile dargli torto. Al picco della forma fisica e della concentrazione, sembra che non esistano cose impossibili per Ponds quando ha il pallone in mano: in isolamento come da pick and roll, i suoi istinti di attaccante risaltano in maniera prorompente in un vastissimo repertorio di soluzioni per battere l’uomo. Spazi larghi o ristretti, per lui non fa differenza: certe volte, per fermarlo, puoi solo commettere fallo. E non è detto che basti.

 

Gli equilibri offensivi della squadra dipendono da lui (nessuno gioca tanti possessi quanto lui nella Big East) e il mostruoso innalzamento della sua efficienza non poteva che generare vittorie.

Ora gioca maggiormente in controllo, trova bene i compagni (la visione di gioco non è mai stata il suo forte, ma sta facendo progressi) e, in generale, compie scelte migliori. Non per questo, però, si tira indietro dal provare tiri difficilissimi per i più, ma che per lui stanno diventando sempre più naturali. Non nasce come tiratore, ma le sue percentuali dall’arco sono impennate negli ultimi tempi, anche segnando tiri oggettivamente incontestabili per le difese.

 

Il futuro

Le performance recenti dimostrano in maniera più che mai lampante di come il discorso Ponds-NBA sia più una questione di “quando” che non di “se”. Il suo talento in uno-contro-uno, così straripante, sembra relativamente facile da traslare a livello pro e il fatto che il suo jumper stia diventando via via più efficace e continuo, non può che far sperare per il meglio.

La strada, però, è ancora lunga: se chiedete a coach Mullin, vi dirà che al momento è tanto forte quanto lontano dal poter passare al prossimo livello. Fisico minuto (185 centimetri d’altezza per nemmeno 80 chili), difesa rivedibile (pur avendo il secondo Stl% della Big East), e un playmaking da migliorare: Shamorie, ad ogni modo, è il primo a rendersi conto che ci sono molte aree sulle quali lavorare: «direi che devo lavorare su tante cose, di certo diventare più forte, più grosso, e difendere lontano dalla palla. Tendo a guardare, ad addormentarmi».

Il numero 2 dei Johnnies non si sbilancia in merito alle decisioni che prenderà nella prossima estate. Probabilmente lo vedremo testare le acque, come fanno in tanti, per poi tornare a disputare la stagione da junior. Per quest’anno, l’off-season pare proprio fuori discussione per St. John’s, ma per il prossimo, le cose potrebbero essere, finalmente, molto diverse.

 

Fonti e approfondimenti