Quote by Edoardo Del Cadia, dal UK a Las Vegas

In continua espansione, il numero di giocatori italiani che vengono a giocare in Division 1. Come new entry, abbiamo sicuramente Edoardo Del Cadia, proveniente da Central Florida, che avevamo intervistato a gennaio quando non sapevamo ancora in che squadra sarebbe andato. Infatti, andrà a giocare a UNLV, storica squadra della Mountain West. Siamo stati ospiti della trasmissione di Alfonso Fontana su Radio Basket 108 “Benvenuti nella Madness”, dove abbiamo intervistato Del Cadia, ripercorrendo tutto il suo percorso dall’Inghilterra fino a Las Vegas.

Ciao Edoardo, dove sei in questo momento? 

Attualmente sono ad Ocala, Florida (sede di Central Florida), dove sto facendo delle summer classes che mi dureranno fino al 24 giugno e poi credo di trasferirmi a Las Vegas (sede di UNLV). Questa è una cittadina di 100mila abitanti, una città collegiale, un po’ in campagna, con gente di mezz’età molto presenti alle partite. 

Sei andato via presto dall’Italia, scegliendo un percorso poco usuale come l’Inghilterra, a Myerscough College. Ci racconti l’ambiente e le infrastrutture di questa nazione. 

Andare a giocare in Inghilterra è ancora sottovalutato, per via dell’assenza di giocatori di rilievo, ma ad un giocatore in sviluppo servono strutture di buon livello e allenatori capaci di farlo migliorare, come quelli che ho trovato io. Siamo andati in Olanda a fare due tornei contro squadre giovanili di Eurolega. Ho trovato una grande differenza di stile tra il nostro college e le loro squadre: loro avevano giocatori con posizioni già fissate, mentre noi puntavamo tutto sulla versatilità. Abbiamo giocato a Londra, a Manchester, dove c’era Micheal Anumba. Con lui, parlavamo durante tutte le partite, nessuno ci capiva. Penso che questo movimento stia per esplodere: ci sono tanti giocatori di talento, alcuni sono già arrivati in D-1, altri ci arriveranno. In squadra con me a Myerscough c’erano diversi giocatori che ora sono negli USA. 

Com’è stato il tuo processo di reclutamento dall’Inghilterra agli Usa?

Quando ero freshman, avevamo un sophomore, Zion Tordoff, che adesso gioca a Marist. Venivano gli scout alle gare per vederlo. Durante una delle nostre partite, ho visto entrare gli allenatori con tantissime videocamere, pensavo fossero giornalisti. Invece, a fine gara, l’hanno chiamato per fargli una mini-intervista con tutte domande sul gioco. Quindi, ho capito che gli Usa ci guardavano. L’anno dopo sono arrivate dieci squadre. Penso che ci abbiano trattati come una High school americana.

Come sei finito allo Junior College?

All’inizio tante squadre di D-1 e JuCo erano interessate, ma lo JuCo non l’avevo preso in considerazione perché sentivo tutti i miei compagni e loro andavano in D-1. Avevo ricevuto offerte da squadre molto buone, ma in Inghilterra non hanno ancora sviluppato bene il lato scolastico. Non fanno corsi propedeutici ad una possibile avventura nei college americani, quindi non avendo fatto i corsi giusti, non ero eleggibile per la D-1. Mi era caduto il mondo addosso perché mi si prospettava unicamente la strada dello JuCo. Da lì, mi sono focalizzato su squadre di alto livello come Indian Hills o Eastern Florida, ma anche lì non avevo i corsi esatti per giocare. Era agosto e dovevo trovare necessariamente una squadra. Dal nulla, mi scrive questa Cloud County, nel deserto del Kansas, che mi offriva la scolarship e ho firmato subito. Nonostante fosse l’ultima scelta, l’esperienza è stata ottima, sia a livello di squadra che personale. Sono rimasto in contatto con tanti amici che ritroverò in D-1. 

Da Cloud County sei passato a Central Florida. Raccontaci di questo passaggio e dell’atmosfera che si respira allo JuCo. Come i coach riescono a gestire l’ambizione dei giocatori che volevano finire in D-1 e non lì. 

Non mi sono trasferito per problemi ambientali o altro, ma l’ho fatto perché in Florida ci sarebbe stata una competizione più alta e, quindi, maggiori possibilità di andare in D-1. Appena sono arrivato, è stato un po’ strano, era un altro anno in cui non conoscevo nessuno e mi sono dovuto riadattare al sistema di gioco. Eravamo partiti bene, poi a metà anno abbiamo scoperto che avrebbero chiuso il programma di basket per mancanza di fondi. C’eravamo inventati un motto motivazionale prendendo spunto da questo e volevamo anche vincere il campionato. Sfortunatamente non ci siamo riusciti. Sui giocatori, tutto dipende dalla mentalità (veniamo interrotti da una telefonata che Edoardo riceve da TJ Otzelberger, coach di UNLV). C’è chi pensa unicamente a giocare per sé, ma è controproducente perché così non diventi appetibile per la D-1. I coach allo JuCo non hanno lo stesso ruolo dei colleghi in Ncaa, ci sono molte interferenze nelle scelte da parte degli assistenti. 

Highlights di Del Cadia ai tempi di Cloud County

 

Come è arrivato l’interesse di UNLV? Dopo tutte queste peripezie, eri preoccupato che la tua chance in Ncaa non sarebbe mai arrivata?

Qua uno dei nostri assistant coach aveva contatti con diverse università sulla West Coast, ha fatto qualche telefonata ed è tornato con UNLV. All’inizio ero restio nell’accettare subito, ma sono stati molto convincenti, gli serviva un 4. Poi mi sono deciso e il merito va a Jake (l’assistente allenatore, ndr.) Otzelberger è l’unico allenatore che è venuto a vedermi allenare anche solo per mezz’ora e chiacchierare. Parte del mio commitment deriva anche anche da questo fatto. Non ho mai avuto paura che l’offerta non arrivasse, forse perché sono ottimista e penso che prima o poi succederà. Il coach di UNLV mi aveva fatto capire che avrebbero subito fatto un’offerta e da lì ho iniziato a capire che sarebbe stata sicuro una delle mie finaliste. Le altre scuole che mi reclutavano non mi hanno mai mostrato lo stesso interesse di Otzelberger, con cui mi sono scritto tutti i giorni dal nostro primo incontro. In questo periodo, con UNLV, abbiamo due videochiamate, una con i compagni e una con i coach su Zoom ogni settimana per conoscerci. 

BasketballNcaa - Otzelberger

Coach TJ Otzelberger ha lavorato, ai tempi di Iowa State, con Fred Hoiberg. Ha già staccato due biglietti per la March Madness con South Dakota State

Qual è il tuo rapporto con Anumba, che si era qualificato a questa March Madness con Winthrop e, causa Covid, non ha potuto giocare

Con Mike ci conosciamo da anni, secondo me potrebbe arrivare a giocare in Nba. Lui è uno di quelli, come me, che ha preferito tentare la carta dell’estero e dell’America, sapendo che se avesse fallito l’approdo in Nba, sarebbe tornato in Europa come un giocatore di alto calibro. Anumba penso sia il giocatore che più mi ha impressionato, è una bestia in difesa, molto energico. Lui si è trasformato da quando è arrivato a Winthrop, ha lavorato moltissimo con i pesi e lo vedo spessissimo nei video che mette su Instagram. Anche a me piacerebbe fare lo stesso lavoro che ha fatto lui con il suo fisico, vorrei diventare più muscoloso. In Division I sono sicuro che verrà curata anche questa parte. Durante questo periodo, mi sono trasferito in South Carolina a casa di un mio compagno per un mese perché avevano chiuso la scuola. Lui conosce DJ Burns (ex Tennessee e compagno di Anumba a Winthrop) e ci siamo allenati insieme con Burns e tutta la squadra di Winthrop, anche se Anumba non c’era quel giorno. 

Del Cadia Del Cadia

 

Sicuramente hai visto The Last Dance e nella terza puntata c’è Dennis Rodman che spiega come lui si allenava per prendere i rimbalzi. Visto le tue medie (oltre i dieci rimbalzi a partita), come ti sei allenato a rimbalzo durante la tua carriera?

È una caratteristica che mi contraddistingue fin dai tempi di Senigallia. Vedevo giocare mio padre (Danilo “The Chef” Del Cadia Ndr.) e lui mi faceva capire dove andava a finire la palla dopo il tocco sul ferro. È una cosa che mi è rimasta impressa, anche ora quando parte il tiro riesco a capire dove finirà ed è una cosa che ti aiuta. Allo JuCo sono riuscito a far valere la mia fisicità, ma l’anno prossimo quando incontrerò centri di 2.10 non so quanto potrò spingere. 

Il collegamento con Rodman non finisce ai rimbalzi, ma prosegue anche con Las Vegas. Cosa ti aspetti dai prossimi due anni a UNLV, quali sono i punti in cui devi migliorare e in che ruolo pensi di poter giocare in D-I?

Il mio obiettivo è sfruttare a pieno questi due anni per poter andare in Nba direttamente dal college perché più vado in là con gli anni e più sarà difficile. Già questa è una cosa che mi motiva ad allenarmi e a far meglio. In Division I so già che tutto quel tempo che qui impiego a giocare a videogiochi o fare altro, la userò per allenarmi al massimo. Devo migliorare l’uso della mano destra, dato che vado molto a sinistra. Mi sto focalizzando sul diventare più perimetrale, mi piacerebbe giocare da 3 al college. Voglio migliorare il palleggio-arresto-tiro che mi servirà tantissimo in D-I, dove le difese sono più forti, veloci e capisce più velocemente le tue intenzioni e devo essere pronto a sfruttare ogni occasione. Se mettono un 3 a marcarmi, non penso che possa tenermi dal post, a livello fisico. Se, invece, mi mettono un 4 in marcatura, posso portarlo fuori, farlo difendere su un pick&roll che gioco da ball handler. Coach Otzelberger mi ha già detto che il prossimo anno mi farà fare moltissimi handoff, sia con le guardie che con i lunghi. Abbiamo un 5 molto interno e penso che io mi alternerò molto nelle posizioni di 3 e 4. Del Cadia

L’anno prossimo UNLV ha organizzato una non-conference schedule di altissimo livello. Parteciperà al Maui Invitational alle Hawaii, giocherete contro UCLA. Qual è l’appuntamento che ti sei segnato sul calendario? 

Se Makur Maker dovesse finire a UCLA, la partita contro di loro sarebbe molto figa perché io, teoricamente, lo dovrei marcare. Contro Kansas State, sono emozionato perché un mio amico dei tempi di Cloud County gioca lì con la squadra di atletica, mi verrà a vedere e ci incontreremo di nuovo dopo due-tre anni. Del Cadia