Dall’emozione per la chiamata al “Basketball Without Borders” al sogno americano che diventa realtà: nata a Venezia, centro di 192 cm classe 2007, Emma D’Este si prepara al grande salto in NCAA con North Alabama. Un racconto vissuto tutto d’un fiato, pieno di entusiasmo, aneddoti divertenti e la genuina emozione di una ragazza che ad agosto compirà 19 anni pronta a volare oltreoceano. Con la promessa di tornare, un giorno, nella “sua” Reyer.
Come è maturata la tua decisione di andare a giocare in NCAA?
Ho sempre avuto il sogno americano, il desiderio di vivere e giocare là. Sogno che è diventato sempre più forte negli ultimi anni: giocando in serie A con Francesca Pan e Lorela Cubaj sentivo i racconti della loro esperienza oltreoceano. Mi parlavano di una crescita a 360 gradi, sia umana che sportiva. Così l’anno scorso ho deciso e, insieme ai miei procuratori, abbiamo iniziato il percorso di recruiting.
Raccontaci come sei arrivata a North Alabama.
I miei procuratori hanno preparato un video con le mie partite per mettere in mostra i miei punti di forza. Lo abbiamo inviato all’agenzia G&G International (agenzia fondata da Antonia Peresson n.d.r.) che ci ha messo in contatto con le varie università. Da lì, ho fatto la mia scelta.
Tutto il percorso si è svolto mentre eri alle superiori, come te la sei cavata a fare questi colloqui in inglese?
Mi piace molto l’inglese. Sin da piccola guardavo le serie americane in lingua originale, quindi non ho mai avuto grossi problemi a capire e a parlare. Però l’inglese scolastico è ben diverso da quello dei colloqui: gli allenatori parlano velocissimi, usano accenti particolari e in molti casi li guardavo con la faccia perplessa perché non avevo capito nulla (ride). Alcune volte sono stata in difficoltà, ma me la sono cavata bene. Il problema erano i miei genitori che facevano le chiamate con me: mia madre qualcosa riusciva a capire ma mio papà invece zero. Aspettava la fine della chiamata per chiedermi di tradurre.
Cosa ti ha convinto del programma di North Alabama?
Ho fatto la chiamata con l’allenatrice Anna Nimz e il suo vice. Mi è piaciuta subito, soprattutto per la sua schiettezza. È andata dritta al punto dicendomi “noi ti vogliamo qua” e mi ha spiegato subito le sue idee, i suoi programmi su di me e sulla squadra. Mi dispiace solo non essere riuscita ad andare a visitare il campus perché ero impegnata qui in Italia con la NextGen e la nazionale. Avevo parlato anche con altri programmi, ma alla fine ho accettato l’offerta delle Lions perché mi ha convinto di più.
Quali sono gli obiettivi di coach Nimz, alla sua prima stagione a UNA?
Della vecchia squadra sono rimaste solo due giocatrici. Il prossimo anno saremo tante freshmen, di cui diverse australiane. Sarà una sfida, ma la coach è convinta che il nostro gruppo possa vincere anche la Conference. Bisognerà lavorare duro, certo, e questo atteggiamento mi piace. Per quel che riguarda il mio ruolo, vuole farmi giocare come primo lungo perché apprezza il mio stile di gioco: arrivo là con la massima fiducia da parte sua.
Hai chiesto qualche informazione anche a Greta Ramon?
Sì. Non appena è arrivata la proposta da North Alabama, ho subito pensato a lei, visto che avevamo fatto dei raduni insieme in nazionale. Le ho chiesto com’era l’ambiente e soprattutto come era coach Nimz. Essendo subentrata da poco non aveva molte informazioni da darmi, però mi ha confermato le mie impressioni: è una tosta ma molto attenta all’aspetto umano. Sai, i coach sono bravi con le parole e avevo paura che mi avesse un po’ abbindolato (ride).
Viste le notizie che circolavano in merito alla chiusura della NCAA agli atleti ed atlete straniere, hai mai temuto di non poter partire?
C’è stato un momento in cui davvero pensavo di non poter più partire e che non accettassero più giocatrici straniere. Fortunatamente, i miei procuratori mi hanno tranquillizzata e seguita passo dopo passo. Alla fine si è risolto tutto per il meglio. Un po’ di dramma non guasta!
Capitolo NIL, quale sarebbe la collaborazione dei tuoi sogni? Che oggetto vorresti che portasse il tuo nome?
Oltre alle scarpe, che credo sia il sogno di ogni giocatrice, mi piacerebbe lavorare con brand legati alla cura dei capelli o al makeup. Ne vado pazza.
Che ruolo ha avuto la tua partecipazione a “Basketball Without Borders“?
È stata fondamentale. I miei procuratori mi hanno detto che mi avevano notata proprio lì; non avrei avuto altre occasioni per mostrarmi a livello globale.
Ci racconti come è stata questa esperienza in uno dei camp internazionali più importanti?
La notizia mi è arrivata mentre ero con la nazionale. Immagina la scena. Guardo il cellulare e ho quattro chiamate perse di mio padre. Io preoccupatissima lo richiamo per sapere cosa fosse successo e lui: “hai da fare dal 17 al 21 luglio? Perché vai in America al Basketball Without Borders!“. Ero ero scioccata. Lo vedevo come un evento inarrivabile, solo per le migliori. Non potevo credere che io sarei stata tra di loro. Ho avuto modo di confrontarmi con ragazze da tutto il mondo davanti agli allenatori di numerosi college statunitensi. L’atmosfera era quella di un draft combine: ti prendevano le misure, testavano salti, fondamentali e gioco individuale. La mia squadra era allenata da Yolanda Moore, ex giocatrice WNBA e allenatrice di successo.
C’era qualche giocatrice che ora è in NCAA che ti ricordi?
In realtà non lo so. Ma agli scorsi Europei ho giocato contro Jovana Popovic che il prossimo anno sarà a UConn. È una giocatrice serba davvero molto forte. Poi, all’Eurocamp di Treviso ho giocato contro Sienna Betts – sorella di Lauren Betts che è anche la mia giocatrice preferita – e contro Sarah Strong. Quando ho visto che aveva vinto il premio come Freshman of Year non ci potevo credere di averci giocato insieme.
Sarà la tua prima esperienza lontana dalla Reyer: emozioni, paure?
La Reyer è stata la mia casa e la mia famiglia da quando ho iniziato a giocare a basket. Io sono di Venezia e quindi in tutti questi anni ho sempre avuto la mia famiglia qui vicino a me. Sapere che sarò distante sarà dura, soprattutto per i miei genitori. Ma allo stesso tempo sono emozionatissima. Non vedo l’ora di partire per questa nuova esperienza.
Cosa vorresti portare in NCAA del tuo bagaglio maturato tra Serie A, Europa e Nazionale?
Vorrei trasmettere l’importanza del gioco di squadra e dei passaggi. In USA hanno una concezione diversa del basket. Aver condiviso il campo con giocatrici come Lorela Cubaj, Francesca Pan o Jessica Shepard mi ha messo inoltre di fronte ad un livello altissimo. Spero quindi di riuscire a portare quello che ho imparato da loro: come gestire gli allenamenti, la pressione e come essere un punto di riferimento per le mie compagne.
A livello personale invece cosa vorresti portare?
Questa è difficile! (ride) La mia voglia di mettermi in gioco, l’impegno e la passione. Sono una persona che lavora duro e molto testarda. Se mi pongo un obiettivo, faccio di tutto per raggiungerlo.
Ne hai già uno in mente?
Sì. Quando avrò finito il mio percorso al college spero di tornare a giocare alla Reyer. Questa società è stata una seconda famiglia: mi hanno sempre supportato e spronato. Sarebbe stupendo indossare la maglia della prima squadra e competere in Eurolega con loro.

