Quote by La straordinaria normalità di Landale

Il McKeon Pavilion, coi suoi 3.500 posti, è un catino d’altri tempi: quando è tutto esaurito, diventa assolutamente infernale. Poco più d’una settimana fa, è stata una di quelle volte.

Ah, se lo è stata! Una di quelle partite magiche, con la squadra di casa che viaggia a percentuali altissime e che sembra inarrestabile. Sugli spalti, l’adrenalina è quasi palpabile e la gioia del pubblico diventa irrefrenabile mano a mano che la vittoria si avvicina: c’è gente che esulta agitando costumi da canguro e da koala, altri che sventolano Union Jack con le sei stelle e altri ancora che salutano i canestri al grido “Aussie! Aussie! Aussie! Oi! Oi! Oi!”.

Piccolissimo particolare: non siamo in Australia, bensì negli Stati Uniti. Più precisamente a Moraga, cittadina della Bay Area di San Francisco, California.

Moraga? California? Eh sì. Quella è la casa di Saint Mary’s, un college il cui fiore all’occhiello sportivo è rappresentato da una squadra di basket che ha costruito le proprie fortune sul flusso costante di talenti australiani importati da coach Randy Bennett.

Adam Caporn, nella stagione 2001-02, fu il pioniere di quella che sarebbe diventata una vera filiera e, dopo di lui, non c’è mai stata una formazione dei Gaels in cui non figurasse almeno un giocatore proveniente da Down Under. Quella attuale ne conta sei e, nelle ultime 17 stagioni, sono 19 i giocatori australiani che hanno vestito quella maglia, fra cui Patty Mills e Matthew Dellavedova.

Insomma, lì gli Aussie sono amati, coccolati e tutti si impegnano per farli sentire a casa: snack d’importazione nei chioschi, t-shirt personalizzate per il riscaldamento (raffiguranti canguri e quant’altro), AC/DC e Men At Work sparati dagli altoparlanti a ogni partita, fino alla nausea. Il migliore di tutti però è coach Bennett, che da anni prova a darsi un tono da esperto di football australiano, salvo non capirne un tubo e venire smascherato inesorabilmente da ogni suo giocatore.

Poi c’è l’Australia Day, giorno di festa nazionale che, a Moraga, diventa quello in cui si celebrano i propri figlioli adottivi e magari, già che ci siamo, in cui battere l’avversario di turno, come appunto avvenuto la settimana scorsa con BYU: un 75-62 d’autorità, col 60.6% da due, il 42.9% da tre, dominio sotto i tabelloni e nel ritmo di gioco. Il mattatore di serata è stato, guarda un po’, proprio un australiano: Jock Landale.

Dominio in post basso

Protezione del pallone, uso del corpo, letture, timing, agilità e tocco morbido dispiegati fra drop step verso la linea di fondo e verso l’area, up and under, semiganci di destro e di sinistro: nei movimenti eseguiti alla perfezione da Landale contro BYU, c’è praticamente mezza enciclopedia dell’uno-contro-uno in post basso. La sua è stata una partita da padrone assoluto del parquet: 32 punti, 14 rimbalzi, 2 assist e 3 stoppate. Non è la prima volta: ormai, la notizia vera è quando non accumula numeri del genere.

 

22.3 punti (65.6% dal campo, 74.1% ai liberi), 10.5 rimbalzi, 2.0 assist, 1.0 stoppata di media, 15 doppie-doppie in 22 incontri, 6 match sopra i 30 punti, uno solo sotto la doppia cifra. Numeri eclatanti, da candidato in prima fila per il POY. Questi Gaels potrebbero davvero essere i migliori mai allenati da Bennett nella sua lunga permanenza a Moraga e i meriti del suo centrone sono inestimabili. La macchina offensiva di Saint Mary’s è al top della D-I (quarta in assoluto per AdjOE) ed è tale grazie al contributo di tutti i suoi attori principali ma, senza uno come Landale, non sarebbe minimamente a questi livelli.

Jock non è sempre stato così dominante. Anzi, in vita sua, ci sono stati tanti momenti in cui sembrava a malapena capace di stare in campo. Tipo tranquillo, sorridente e senza pretese, non ha mai nascosto una candida incredulità ogni volta che gli è stato chiesto di commentare le tappe più importanti del suo percorso di giocatore. La sua non è una storia da predestinato, da talento puro: è solo quella di un ragazzo che ha lavorato nell’ombra, che ha scoperto e coltivato i propri punti di forza, che ha rimediato ai propri errori. Una storia di straordinaria normalità.

Da ragazzino qualsiasi a prospetto

Un australiano che gioca a basket e che vuole andare al college, molto probabilmente sogna di andare a Saint Mary’s. Se poi il giocatore in questione è inquadrato nell’Australian Institute of Sport, le probabilità non sono scarse. Grandissima parte degli Aussie reclutati da coach Bennett sono passati dall’AIS, centro che seleziona e produce quei prospetti che, poi, rappresentano il paese nelle competizioni internazionali giovanili. Landale, no: il ragazzotto dei dintorni di Melbourne è rimasto sempre lontano dalla ribalta.

Simon Giovannoni, suo coach durante gli anni dell’adolescenza, non ebbe esattamente un’epifania al primo contatto col 14enne Jock: «Pensai che fosse un mollaccione, un ragazzino viziato che piange alle prime difficoltà». Landale era indietro, da tutti i punti di vista: «Non avevo aspettative enormi su di lui, ero più sul “ok, vediamo che cosa puoi fare”. Era fuori dai radar di tutti ma non aveva nemmeno pressioni esterne: questo gli ha permesso di svilupparsi secondo i propri tempi». Fra i 15 e i 16 anni, però, Jock cresce tanto in altezza e, insieme alla statura, aumenta anche la voglia di provarci: «Il suo più grande cambiamento è che mi chiamava per fare sessioni di allenamento. Non ero io a doverlo trascinare, cominciava a voler prendere il controllo, il che mi dimostrò che aveva voglia di migliorare».

Passa il tempo, la mano diventa sempre più educata, di pari passo con footwork e statura all’altezza per diventare un centro come si deve. Il suo nome comincia a circolare, sebbene sia solo sussurrato. La svolta arriva quando, a 18 anni, partecipa a un camp di Andrew Bogut e viene adocchiato dal già citato Caporn. Il biondo sembra saperci fare, anche se atleticamente lascia molto a desiderare: viene osservato, testato, valutato, invitato a Moraga e alla fine Bennett si convince che, con questo qui, vale la pena provarci.

L’impatto col nuovo mondo

Quando arriva a Saint Mary’s nell’estate 2014, Landale è un ragazzino ancora acerbo per quel livello. Il lungo titolare è Brad Waldow, un senior al quinto anno di eleggibilità che in quella stagione finirà per sfiorare la doppia-doppia di media. Il confronto è totalmente impari: troppo soft, troppo inesperto e gli allenamenti con Waldow sono una specie di trauma. I minuti veri sono un miraggio.

I suoi allenatori però lo incoraggiano sempre facendogli presente che le sue basi sono più buone di quanto non gli possa sembrare al momento. Nonostante statistiche modeste, la strada per un breakout year da sophomore sembra fattibile.

E invece no. Finito il primo anno, Landale fa la cavolata che gli costerà tanti minuti in campo: anziché passare la post-season a lavorare, se ne torna a casa dei suoi, mettendosi all’ingrasso. Torna a Moraga con 7 chili di troppo e col fiato corto: «Dopo trenta secondi in campo, ero esausto», ricorda Landale a proposito dell’esordio.

Bennett è il tipo di coach che, una volta scelto il quintetto titolare, non schioda più dalla propria decisione. Jock, insomma, rimane fregato: anche quest’anno deve fare la riserva. Il talento però si fa vedere e i numeri cominciano a dimostrarlo – passa da 5.0 minuti, 2.1 punti e 0.9 rimbalzi di media a 14.5 minuti, 7.9 punti e 3.9 rimbalzi. Ogni tanto, tira fuori qualche prestazione da protagonista. Il futuro è suo: deve solo volerlo.

Nell’estate 2016, torna in Australia e non si limita a rigare dritto ma si autoimpone un rigidissimo programma alimentare e di allenamenti. Al mattino, lavora con Giovannoni in tutta una serie di esercizi che coniugano situazioni tipiche per i lunghi alla necessità di migliorare la resistenza fisica. Al pomeriggio, è alle prese con un istruttore di arti marziali che sostiene di aver allenato Chuck Norris e che usa metodi un po’ da filmaccio anni ’80. Jock deve mettersi in posizione di guardia in stile boxe e restare fermo. Ogni volta che si muove, anche solo di due centimetri, giù botte sulle mani con un’asta. Il ragazzo fa una fatica bestiale ma ne vale la pena, constatando quanto ciò lo aiuti a rinforzare la parte alta del corpo.

Landale torna a Saint Mary’s con quasi 8 chili in meno e in una forma mai vista prima. Il suo anno da junior è scintillante e, per la prima volta, possiamo vedere appieno il giocatore che tutti conosciamo adesso: 16.9 punti, 9.5 rimbalzi, 1.7 assist e 1.2 stoppate in 28.3 minuti di media, inserimento nel miglior quintetto della West Coast e, finalmente, prima apparizione al Torneo Ncaa. È l’inizio d’una scalata individuale prepotente che, oggi, permette ai Gaels di sognare in grande.

Il totem di Moraga

Come abbiamo già visto, la forza di Landale nella metà campo offensiva parte da un repertorio di primissimo livello nel gioco vicino a canestro. Il suo mix di pulizia tecnica e uso del corpo gli permette di sovrastare facilmente gli avversari della WCC, spesso e volentieri più piccoli e impreparati.

Il numero 34 ha però dimostrato di poter avere grande impatto anche giocando ad armi pari. L’esempio più recente risale alla partita vinta in casa di Gonzaga a metà gennaio: 26 punti con uno strepitoso 12/15 dal campo, facendo vedere i sorci verdi a Johnathan Williams e frustrando automaticamente ogni corsa ai ripari di coach Mark Few. Fra i canestri segnati, molti sono simili a quelli mostrati nella clip di BYU (da segnalare, però, un bel jumper in allontanamento dai 3 metri) e che sono un po’ il suo leitmotiv. Ai rifornimenti in post basso, va aggiunto un altro ingrediente tipico: i tagli a canestro da pick and roll, giocati soprattutto con Emmett Naar.

 

Landale è un’arma offensiva straordinaria anche per via del contesto in cui è calato e delle scelte rischiose che ne derivano per gli avversari in difesa. Raddoppiare sui suoi uno-contro-uno spalle a canestro è possibile ma pagando il prezzo di un probabile scarico sulla linea da tre – il lungo australiano è bravissimo in questo – contro una formazione in cui gli altri sei giocatori con minuti in doppia cifra tirano con percentuali dall’arco che vanno dal 36.4% di Naar al 46% di Hermanson (41.8% di squadra, sesta migliore in D-I).

 

Il suo gioco fronte a canestro non sembra ancora sviluppato e anche i tiri in sospensione, dalla media o dalla lunga distanza, sono rari da vedere. Quest’ultimo aspetto potrebbe però cambiare visibilmente durante la sua carriera da professionista: i suoi compagni e coach Bennett, in base a quanto visto più volte in allenamento, giurano che Landale abbia una bella mano. Semplicemente, le necessità tattiche di Saint Mary’s lo inibiscono abbastanza dal provare questo tipo di soluzioni.

 

Migliorato molto in quanto a forza e resistenza, Landale rimane pur sempre un lungo poco esplosivo: tecnica in post basso, abilità da rollante e QI cestistico sono dalla sua ma, al giorno d’oggi, questo potrebbe non bastare per affacciarsi nel mondo in NBA. Se così fosse, ce lo godremmo in Europa, dove uno come lui farebbe gola a tante squadre. Nel frattempo, c’è da ammirarlo adesso, al suo ultimo anno di college, faro d’una squadra con le carte in regola per sottrarre lo scettro di campione della WCC agli eterni rivali di Gonzaga. E chissà, magari qualcosa di più, in tempo di March Madness.

 

Bibliografia minima