Quote by Delusioni e sorprese, i voti delle semifinali

Michigan 69 Loyola 57

MICHIGAN

Moritz Wagner – Il migliore in campo. Attivissimo sotto i tabelloni, dove fa valere altezza, atletismo e tempismo per concretizzare tante seconde opportunità. Efficiente (10/16 dal campo), versatile e clutch in attacco, come prevedibile concede qualcosa quando difende in post basso ma, lontano dal canestro, le sue mani veloci creano due recuperi importanti nella ripresa. Chiude a quota 24 punti e 15 rimbalzi, primo 20+15 in una Final Four negli ultimi 35 anni.

 

Charles Matthews – Dà il meglio quando sa far valere atletismo e coordinazione attaccando il ferro e il suo impatto offensivo, piuttosto continuo nell’arco dei 40 minuti, è determinante per le sorti dei Wolverines (17 punti con 7/12 dal campo).

Zavier Simpson – Autore di un primo tempo da museo degli orrori (con tre palle perse una più agghiacciante dell’altra), è irriconoscibile per quasi tutta la partita. Non cambia musica per gran parte del secondo tempo, ma si rifà durante gli ultimi 5 minuti dove, senza strafare, fa tutte le cose giuste e necessarie per portare a casa la vittoria.

Muhammad-Ali Abdur-Rahkman – Il suo 0/7 al tiro nel primo tempo è il simbolo delle fatiche offensive di Michigan nei primi 20 minuti. Proprio come per il resto della squadra, le cose vanno decisamente meglio nella ripresa. Il suo +10 segnato a poco più di due minuti dal termine è uno dei chiodi più grossi nella bara di Loyola.

Jordan Poole – Pochi minuti, ma determinanti. Naufrago insieme al resto della squadra nel primo tempo, è poi preziosissimo nella parte centrale della ripresa con 6 punti personali nel giro di cinque minuti.

Jaaron Simmons – Guadagna qualche minuto in più del solito (11) per via delle difficoltà di Simpson: il suo merito principale è quello di non fare danni.

Duncan Robinson – Fun fact: Michigan non perde mai quando lui entra dalla panchina e segna almeno 6 punti. Ieri ne ha segnati 9, compresa una tripla a metà secondo tempo che ha contribuito a dare morale ai suoi.

LOYOLA

Cameron Krutwig – Il migliore dei suoi. Fa sudare parecchio Wagner in difesa grazie all’intelligenza con la quale si muove sotto canestro risultando, a conti fatti, la soluzione offensiva più affidabile (17 punti con 7/11 da due), anche al netto di ben 6 palle perse.

 

Clayton Custer – La pressione difensiva di Michigan gli mette la museruola nel primo tempo. Si scatena a inizio ripresa, producendo quelle giocate che hanno fatto sognare i Ramblers prima della riscossa avversaria. Da bravo leader, ci prova fino alla fine.

Marques Townes – Uno dei principali ispiratori dell’allungo di Loyola nella seconda parte del primo tempo. Gioca la ripresa su una gamba sola, uscendo sostanzialmente di scena. Sfortunato.

Donte Ingram – Solita prontezza sotto i tabelloni ma, per il resto, incide molto di meno rispetto a quanto mostrato nel resto del torneo e sembra spesso spaesato in quanto a scelte offensive.

Ben Richardson – Un po’ di intraprendenza in più sin dall’inizio non avrebbe guastato da parte dell’eroe dell’Elite Eight.

Aundre Jackson – Ottimo impatto offensivo nel momento peggiore di Loyola, a inizio primo tempo. Produce la sua solita prova da microwave (10 punti in 15 minuti), ma finisce per sparire un po’ nella ripresa.

 

Villanova 95 Kansas 79

VILLANOVA

Eric Paschall – Certifica i grandi progressi mostrati in questa March Madness producendo la partita della vita. Mastino in difesa e infallibile in attacco: 24 punti con 10/11 dal campo, proprio lui, il Wildcat che meno si segnala come “mano educata”.

Omari Spellman – Più impreciso del solito in quanto a percentuali (6/15) ma poco importa, visto che la sua presenza è fondamentale per energia e concentrazione da applausi impiegate in difesa e sotto i tabelloni. Dominante, ancora una volta.

 

Phil Booth – Solito contributo discreto e affidabile, dà equilibrio alla squadra in entrambe le metà campo con una difesa accorta e facilitando la manovra offensiva.

Mikal Bridges – Fa davvero un po’ di tutto sia in attacco che in difesa senza che debba prendere la partita in mano. Lo si nota a malapena, ma il suo è un impatto di grandissima sostanza.

Jalen Brunson – Nel primo tempo, Bill Self decide di raddoppiare su di lui e i risultati sono disastrosi per Kansas: in un modo o in un altro, trova sempre quello per punirla. A questo aggiungete un paio di triple dal palleggio spezza-morale e il solito quadro di dominio è completo.

Donte DiVincenzo – Anche lui non ha bisogno di premere sull’acceleratore per portare il proprio mattoncino. Produce la partita da 15 punti, 8 rimbalzi e 3 assist più silenziosa che si possa immaginare.

Collin Gillespie – Nel primo tempo contribuisce alla fuga di Nova prendendo uno sfondamento e segnando una tripla dall’angolo nel giro di quindici secondi. Faccia da matricola, cuore da veterano.

KANSAS

Udoka Azubuike – In attacco fa quel che deve, ma nella propria metà campo ha vita durissima: portato tante volte lontano dal canestro, non ha i mezzi per lasciare il segno.

Devonte’ Graham – 23 punti con 9/18 dal campo nel tabellino personale, è quello che ci prova di più e anche l’ultimo a mollare. C’è poco o nulla da salvare in una serata del genere, ma il senior chiude la sua carriera universitaria a testa alta e con la coscienza perfettamente a posto.

 

Sviatoslav Mykhailiuk – Ha innanzitutto il compito di segnare dalla distanza e il suo 1/4 dall’arco è emblematico di quanto la sua partita risulti impalpabile, nel complesso.

Malik Newman – L’unico a salvarsi insieme a Graham. Davanti alla prima fuga di Nova, prova a suonare la riscossa con un paio di grandi canestri in penetrazione. Purtroppo per lui e per i suoi, non basta.

Lagerald Vick – Un fantasma s’aggira per San Antonio e porta la canotta numero 2 di Kansas. Il tabellino parla di 8 punti con 4/7 al tiro, ma poche volte ci si è davvero accorti della sua presenza.

Silvio De Sousa – Entra in campo per la prima volta quando la situazione è già molto critica e si distingue in positivo sotto i tabelloni avversari. In difesa, però, la sua prova non fa eccezione rispetto alla mediocrità generale dei Jayhawks.

Marcus Garrett – Prova a portare un po’ d’energia in uscita dalla panchina ma, alla fine, è autore di una prestazione a dir poco scialba.