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Loyola e la forza della pazienza

Autore: Riccardo De Angelis
Data: 9 Mar, 2018

A ogni partita, quando mancano una ventina di minuti alla palla a due, c’è una cosa che i giocatori di Loyola-Chicago fanno sempre prima di scendere sul parquet: si stringono, si tengono per mano e formano un cerchio. Qualche anno fa, all’esordio assoluto, l’allora freshman Donte Ingram venne preso in contropiede da un “Occhio ai tagliafuori e a quello lì col 23”, proferito da qualcuno durante quel raccoglimento. Non era l’head coach né uno dei suoi assistenti ma una suora, oggi 98enne, che si chiama Jean Dolores Schmidt. La liturgia della cappellana della squadra è la stessa da quasi un quarto di secolo: un Padre Nostro, un paio di disposizioni tecniche e, nel mezzo, una raccomandazione all’Altissimo affinché gli arbitri fischino come si deve.

Popolarissima e adorata, tutti la ascoltano, e lo fanno sul serio, non per semplice riverenza per l’età o l’abito (in senso figurato, visto che è sempre in borghese). “Sa il fatto suo, è come se fosse un altro allenatore”, dice Ingram. Sister Jean ama visceralmente il basket da una vita intera e anche se il passare degli anni ha minato il suo fisico, la mente è sempre incredibilmente lucida e tesa ad assorbire quel che accade in campo. Attenta, acuta, resiliente: mai come quest’anno, lei è il simbolo di Loyola, squadra capace di riscattarsi da decenni d’anonimato grazie a una pallacanestro intelligente e che non conosce egoismi.

Lo spirito di Majerus

Università gesuita del North Side di Chicago, per tanto tempo quello di Loyola è stato un nome trascurabile nel panorama cittadino (l’anno scorso più che mai, con le attenzioni tutte rivolte a Northwestern e la sua prima storica partecipazione al Torneo Ncaa) e anche in quello della propria conference, col record negativo di spettatori nella Missouri Valley (2.222 di media nella passata stagione).

La storia non è sempre stata così: nei primi anni ’60, i Ramblers erano una squadra di tutto rispetto, capace persino di vincere un titolo Ncaa (1963). L’ultima apparizione alla Big Dance risaliva però al 1985. Oltre trent’anni di risultati magri e, nelle sei stagioni precedenti a questa, coach Porter Moser non era riuscito a far schiodare Loyola da una condizione di mediocrità, sempre lì a barcamenarsi fra media e bassa classifica della MVC.

Moser, che veniva preso per pazzo quando diceva che avrebbe portato i Ramblers al Torneo, non è però uno sprovveduto: ha un piano che magari dall’esterno è difficile da scrutare, ma ce l’ha. Prima di approdare dalle parti della Gentile Arena, era stato assistente del vulcanico Rick Majerus a Saint Louis. Più che un assistente: un pupillo, un amico, come sempre capitava con chi dimostrava di farsi il mazzo lavorando per lui. Fra le tante cose imparate, le due regole auree per ricostruire un programma: non aspettarsi risultati immediati e, prima di ogni altra cosa, reclutare ragazzi che ci credono, che lavorano sodo: prima o poi, le vittorie arrivano. Aveva ragione.

A margine dell’intervista rilasciataci un mese fa, Andrea Comini, preparatore atletico di Northern Iowa, ci aveva avvisati: questi qui giocano con un’energia diversa, hanno qualcosa dentro. Non è l’unico a pensarla così. Potrà sembrare retorico, ma chiunque sia entrato in contatto col mondo di Loyola – avversari, tifosi, cronisti – ha avvertito distintamente un che di speciale nella squadra di quest’anno: è il frutto del lavoro di Moser, uno che da Majerus ha appreso la cura maniacale per i dettagli che, nel lungo termine, fa la differenza.

Meccanismi oliati

Loyola è composta da tanti buoni giocatori, ma nessun fenomeno. I successi finali sia nella regular season che al torneo della MVC, il record di 28 vittorie e 5 sconfitte, l’upset clamoroso in casa di Florida nello scorso dicembre: tutte queste cose sono arrivate grazie a un collettivo coeso, preparato, fatto di gente che si vuole bene, si sacrifica in difesa e cerca sempre il tiro migliore in attacco.

Benché la disciplina in retroguardia sia davvero notevole (96.3 di DRtg, 25° miglior dato in Division I) e risultata fondamentale nella finale vinta contro Illinois State (65-49 con gli avversari tenuti al 31.8% al tiro), i Ramblers hanno fatto parlare di sé soprattutto per la loro organizzazione offensiva. Spaziature, letture, circolazione di palla, preferibilmente ritmi bassi, ma senza disdegnare le opportunità di contropiede: questi gli ingredienti fondamentali d’una squadra che conta ben cinque giocatori in doppia cifra di media.

Quasi il 60% dei canestri dal campo sono assistiti, otto giocatori servono almeno un assist a partita di media ma, da questo punto di vista, sono Clayton Custer e Ben Richardson a farla da padroni. Uno premiato come POY della conference e l’altro come miglior difensore, i due nativi di Overland Park nel Kansas sono amici per la pelle, si conoscono dai tempi dell’asilo e hanno praticamente sempre giocato insieme. Non a caso, Richardson è stato il fattore chiave per convincere Custer a scartare Creighton e Missouri per trasferirsi a Loyola dopo un anno fatto di tanta panchina a Iowa State.

I due smazzano circa la metà degli assist della squadra e Custer, che è anche il primo marcatore (13.4 punti), si è affermato come metronomo e leader dei Ramblers. Il roster non spicca per centimetri e atletismo: nonostante il buon contributo fornito dal versatile Ingram, procurarsi seconde occasioni non è semplice per loro (sono al 330° posto in D-I per OReb%). Il problema alla fine non è gravissimo, visto che Loyola tira dal campo con percentuali grandiose: 40% da tre (12° dato della nazione) e 56.5% da due (14°) per un 57.8 di eFG% (8°). Il polso di Custer nel gestire i pick and roll, unito ai movimenti perfetti dei compagni lontano dalla palla, è ciò che innanzitutto fa di Loyola una macchina offensiva estremamente temibile.

 

La squadra è piuttosto esperta, quasi tutti i giocatori più impiegati sono degli upperclassmen che hanno avuto tanto tempo per interiorizzare i dettami di Moser, ma il salto qualitativo di quest’anno è avvenuto grazie a una matricola che si è rivelata essere un fit perfetto nell’equazione: si tratta di Cameron Krutwig. Ragazzo che sprizza entusiasmo quando ha un pallone in mano, in qualunque situazione (“a gym rat”, secondo il coach) ma, a guardarlo, non gli daresti due lire, con quel fisico che sa di mollaccione (2.05 metri per 118 chili, un anno fa pesava anche di più). Con lui, però, è meglio non fermarsi alle apparenze. Cresciuto anacronisticamente nel mito di Larry Bird, il lungo ha un QI cestistico elevato, ama passare il pallone e sa farlo in maniera creativa, come nessun altro in squadra.

 

Nella prima parte di stagione aveva un ruolo più che altro di gregario e facilitatore offensivo. Coach Moser ha poi deciso che fosse il caso di mostrare maggiore aggressività in area e i risultati hanno premiato entrambi: mancino capace di usare anche la mano debole, il freshman dell’anno nella MVC viaggia 10.5 punti di media col 60.2% da due ed è l’unico dei Ramblers che fa la differenza in post basso.

 

“People care about Loyola basketball again, and that has been a lot of fun“, aveva detto il direttore atletico Steve Watson già prima del trionfo finale nella MVC. Un ambiente nuovamente entusiasta e una stagione da dominatori: Moser ha portato a termine una missione che quasi nessuno pensava praticabile. La pazienza e la fiducia del dipartimento atletico nei suoi confronti si è rivelata, dunque, ampiamente giustificata. Tutti gli attori in scena – giocatori in primis, naturalmente – hanno tanto di cui essere orgogliosi ma c’è ancora un capitolo da scrivere. Al Torneo Ncaa, Loyola avrà un seed da Cenerentola, ma non di quelli troppo bassi (probabilmente una #12): c’è margine sufficiente per compiere almeno un’altra impresa. Con la benedizione e lo scouting di Sister Jean, ovviamente.

Fonti e approfondimenti

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