Quote by Malachi Flynn, l’uomo sulle orme di Kawhi

A guardarlo da lontano assomiglia a quello piccolo e forte di Golden State. Peso e altezza son praticamente gli stessi (190x85kg) e, ora che si è tagliato i capelli, Malachi Flynn sembra proprio il fratello di Steph Curry. Anche in campo, lo stile di gioco è lo stesso ma piano, le similitudini finiscono qua. Meglio però tenere gli occhi bene aperti, perché da San Diego State ne è già passato uno che si filavano in pochi e poi ha vinto due finali Nba da Mvp. E la maglia n.15 di Kawhi Leonard sarà la prima ritirata nella storia dell’università il 1 febbraio.

Kawhi Leonard in maglia Aztecs

Era dai suoi tempi che gli Aztecs non mettevano insieme una stagione del genere e hanno eguagliato il record di 20-0 del 2010/11, quando arrivarono per la prima volta alle Sweet Sixteen al Torneo e chiusero la loro migliore annata di sempre con 34-3. Dopo la sconfitta di Auburn contro Alabama, inoltre, San Diego State è l’unica squadra senza sconfitte nella nazione

Always small

“I was a late bloomer. I was small, always”, ricorda Flynn. Cresciuto a Tacoma, a una cinquantina di km da Seattle, ha iniziato l’high school con il suo metro e 60 di altezza e poi ha chiuso la stagione da senior alla Tacoma’s Bellarmine Prep con 29.7 punti di media. Ma nonostante fosse 30 cm in più, sempre piccolo era. “I’ve always been smaller my whole life – spiega – That’s what I’ve always been used to. Being smaller, you’ve always got to have that chip on your shoulder. It meant I had to have my skills better than everyone else. I had to shoot better. I had to be able to dribble. I had to be smarter”.

Ultimo di sette fratelli, passava ore a giocare 1 contro 1 al campetto contro il più grande di tutti, Isaiah, 11 anni più di lui. E ovviamente perdeva sempre: “I remember being mad all the time”. E’ nata da lì la sua ossessione per la vittoria ed ecco perchè dopo due stagioni a Washington State, discrete per lui ma perdenti per i Cougars (13-18 e 12-19), ha deciso di cambiare aria.

L’occhio lungo di coach Dutcher

Non solo Kawhi Leonard: coach Brian Dutcher ha 60 anni, oltre metà dei quali passati nel college basket dove ha reclutato gente come i Fab Five quando era assistente di Steve Fischer a Michigan. Dopo aver preso sei triple da lui nel 2017, lo ha tenuto sempre d’occhio ed è stato il primo a proporgli il controllo totale della sua squadra quando ha deciso di lasciare WSU. E ha fatto bene.

 

Dal pick and roll, ha creatività e infinite possibilità di segnare. E’ diventato the best player in the country that not enough people are talking about, ma i riflettori si stanno ormai accendendo a livello nazionale perchè San Diego State non perde mai e perchè di point guard più forti di lui ce ne sono davvero poche: 16.5 punti a partita con il 40.4% da 3, 5 assist di media con una delle migliori assist/turnover ratio della nazione.

 

The best player on the floor

Sarà anche piccolo, ma ha qualcosa dentro che non tutti hanno: “Winning is just a personality, to be honest – spiega – You watch somebody play, you can just tell they’re not a loser and they’re used to winning. I think I’m just competitive at heart. And if you’re a competitor, you want to win”.

E’ andato in doppia cifra in tutte le partite della stagione tranne una, contro San Jose State che ha messo quasi fine all’imbattibilità degli Aztecs. Quasi.

 

Aveva 2/12 prima di quella tripla, nettamente la sua peggior partita dell’anno. Ma l’ultimo pallone non poteva che finire nelle sue mani: “If swagger is a skill, that’s his best skill – ha detto Dutcher – He believes he’s the best player on the floor. And you can’t give a guy that. Some guys, as much as they say they want the last shot, you throw it to them and they can’t pass it quick enough. Whereas Malachi wants that shot, and he’s going to get it off”.

Competitivo, vincente e con un’enorme fiducia in se stesso che gli fa prendere tiri da qualsiasi distanza perchè sa di poterli segnare

 

Partita dopo partita, si capisce poi che è una stagione di quelle particolari, in cui gli entra di tutto

 

Anche quando la vuole solo passare

 

Non solo Sweet16

La difesa rimane il solito marchio di fabbrica degli Aztecs (quarta della nazione con 56.7 punti concessi) ma è l’attacco che fa la differenza: San Diego State è 25/a per punti segnati sui 100 possessi. Merito di Flynn ma non solo, perchè tutta la squadra sta tirando bene da 3 (29/a della D I con 37.4%) ed era dal 2011 che non era considerata pericolosa su entrambi i lati del campo.

I paragoni con quella squadra si sprecano, e non solo perchè la Viejas Arena è tornata a essere sempre sold out in tutti i suoi 12,414 posti. Settimana dopo settimana, gli Aztecs sono saliti nel ranking fino alla #4, dove solo con Leonard erano arrivati

Arrivare 32-0 al Selection Sunday è obiettivo possibile e a quel punto, perchè pensare solo alle Sweet 16? “I see two different teams – ha spiegato il junior Matt Mitchell – They were a Sweet 16 team and people talk about Sweet 16, but we’re trying to get further than that. We’re trying to win a national championship”. Questione di mentalità, quella vincente di San Diego State e di Malachi Flynn.