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NIL e booster, il peggior incubo dell’Ncaa

Isaiah Wong - Miami
Autore: Raffaele Fante
Data: 6 Mag, 2022

Qualcuno se l’aspettava, ma la verità è che in molti non ci avevano proprio pensato. E invece l’altra faccia del NIL è arrivata dritta dritta da Miami come un incubo a disturbare il sonno dell’Ncaa. Che pensava di aver risolto un problema e ora ne ha da regolamentare uno probabilmente maggiore. Benvenuto quindi a chiunque prenderà il posto di Mark Emmert, che ha pensato bene di lasciare la presidenza dell’Ncaa dopo 12 anni (senza che nessuno si sia disperato troppo).

Un anno di niente

Tra le 145mila accuse diverse che sono state fatte a Emmert, ce n’è una sulla quale sono tutti d’accordo: la sua presidenza è stata contraddistinta da una lentezza nel comprendere i problemi dello sport universitario aggravata da una lentezza ancora maggiore nel trovare le soluzioni giuste. O meglio, nel trovare anche una soluzione qualsiasi e la vicenda dei diritti d’immagine (NIL, cioè name, image, likeness) è più che emblematica.

Trascinata in tribunale da uno sconosciuto giocatore di football, l’Ncaa ha fatto appello alla Corte Suprema che nel giugno del 2021 le ha dato definitivamente torto con un autogol che ha sancito la sua sconfitta definitiva. E in un anno dall’introduzione del NIL, l’Ncaa è rimasta a guardare, sperando ancora una volta che qualcun altro, in questo caso il Congresso, arrivasse come la più efficiente delle colf a mettere ordine nella sua casa con una legge federale che regolasse per bene e per tutti come dovesse funzionare la sacrosanta partecipazione degli student/atleti alla miliardaria torta dei profitti che loro stessi generano.

Un anno dopo, quella che è davvero LA rivoluzione dello sport collegiale, che lo sta portando dal dilettantismo a una qualche forma di professionismo, sta iniziando a mostrare tutte le sue implicazioni e tutte le problematiche che andranno per forza di cose gestite da chiunque prenderà il posto di Emmert, che sia l’ex segretario di Stato Condoleezza Rice o un altro, perché il caos è letteralmente dietro l’angolo, se non già davanti a tutta l’Ncaa. Ma nonostante i tentativi dei vari commissioner a caccia di senatori interessati all’argomento, le elezioni di mid term rendono praticamente impossibile che si discuta una qualsivoglia proposta di legge in tempi brevi.

Wong, booster e umanità varia

Vediamo chi sono i protagonisti di una vicenda chiusa in pochi giorni, ma destinata a essere replicata chissà quante volte in futuro. Una storia che ha detto chiaramente ciò che i più accorti avevano previsto un anno fa: il confine tra sfruttamento dei diritti di immagine (legale) e il pay for play (illegale) è sostanzialmente impossibile da delimitare.

Ci sono quindi due giocatori, un agente e un booster: chi è costui? E’ il benefattore locale, di solito l’ex alunno che ha fatto soldi a palate e riempie di dollari la sua alma mater con donazioni a vario titolo. John H. Ruiz è un avvocato che, tra le sue tante attività, ha due società che si chiamano LifeWallet e Cigarette Racing che usano come testimonial giocatori di qualsiasi sport della University of Miami, una delle più importanti università private della Florida.

A Nijel Pack, sophomore in uscita da Kansas State, per vestire la maglia di Miami Ruiz ha garantito tramite contratti con le sue società la discreta somma di 800mila dollari in due anni più un’auto di lusso. Il tutto annunciato su Twitter. E Pack ha accettato, chi lo avrebbe mai detto?

Adam Papas è l’agente (già, ci sono anche gli agenti) di Isaiah Wong, è lo stesso di Nijel Pack e ha fatto rapidamente due conti: se per un sophomore che ha chiuso la Big12 al penultimo posto e ha visto la March Madness in tv ho strappato a Ruiz quei soldi, per un sophomore che ha portato Miami in semifinale nel torneo dell’Acc e alle Elite Eight per la prima volta nella sua storia, voglio decisamente di più. Altrimenti addio Miami e rapido ingresso nel transfer portal.

Il peggior incubo dell’Ncaa

Isaiah Wong ha fatto marcia indietro in pochi giorni e, sempre su Twitter, ha ‘smentito’ il suo agente e chiarito che non si muoverà da Miami. Inutile speculare su cosa sia successo davvero, se Wong ha avuto altri soldi (e Ruiz giura che no) o meno, la sostanza è che è iniziata una nuova epoca.

Una nuova epoca con nuovi protagonisti perché, in tutta teoria, le università restano a guardare. UM non è intervenuta in nessun modo in nessuna trattativa, neanche per fare il più banale dei comunicati stampa, perché non può essere il college a pagare direttamente gli atleti ed è il booster che lo fa comprando i loro diritti di immagine. E qual è il suo punto chiave? Non è pay for play, cioè non è uno stipendio per la prestazione sportiva, ma pay for work, cioè uno stipendio per il lavoro extra campo.

Ma come definire quella appena raccontata se non una trattativa di basket mercato? Trattativa che però nel college non si era mai vista, almeno non pubblicamente. Chiariamo infatti: negoziazioni, offerte sottobanco, sotterfugi economici vari sotto forma dei più originali benefit ci son sempre stati e sono stati spesso alla base di tante inchieste relative allo sport collegiale. Ora, invece, è tutto (più o meno) legale ma sta chiaramente sfuggendo di mano, con i coach spettatori che si trovano con ancora meno potere nella costruzione delle squadre.

Intenzionalmente o meno, l’intera storia ha chiarito che ora sono i soldi a comandare non certo solo per i top player come Oscar Tshiebwe, ma anche per due giocatori dal futuro pro tutto da valutare come appunto Nijel Pack e Isaiah Wong. E la diatriba finita su tutti i media americani è diventata il peggior incubo dell’Ncaa che non ha la più pallida idea di come gestire tutto ciò.

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