Quote by Più grossi e profondi, Kentucky batte Kansas

La Big12 ha vendicato la sconfitta dell’anno scorso e ha vinto per 6-4 il tradizionale challenge con la SEC, con 4 partite finite con 5 punti o meno di scarto. Il big match tra le due squadre più importanti è andato però a Kentucky che sul suo campo ha battuto 71-63 Kansas, in una partita non bellissima che ha dato chiare indicazioni sullo stato di salute di due grandi del college basket. Vediamo quali.

Uno contro due

Ha retto nel primo tempo, chiuso già in doppia doppia con 11 punti e 11 rimbalzi, diventati alla fine 20+15. Poi Dedric Lawson ha iniziato a prenderne troppe, lui che di fatto è un’ala grande e non certo un centro. E quando si è appeso a Reid Travis (hook and hold punito con un flagrant 1) nel tentativo di tagliarlo fuori, si è capito che non ne aveva proprio più. Perché il transfer da Stanford lo ha attaccato sempre e comunque e non da solo: 18+12 per lui, 20+13 per un solidissimo PJ Washington e Kentucky è stata nel secondo tempo padrona dell’area dei Jayhawks. Anche perché dalla panchina ha dato il suo contributo anche Nick Richards con 5 stoppate. Il sistema a 4 guardie scelto da Bill Self semplicemente non ha funzionato contro una squadra più grossa come i Wildcats e l’assenza di Udoka Azubuike si è vista e sentita come non mai.

 

Il fantasma Lagerald

Con un quintetto piccolo, ovvio che Self puntasse sul tiro da fuori. Peccato che Lagerald Vick si sia concesso inspiegabilmente una giornata di assoluto riposo. Nel secondo tempo, si è preso il primo tiro da 3 dopo 10 secondi di gioco, sbagliandolo. Poi più niente fino a poco più di un minuto dalla sirena finale, quando si è acceso segnando due volte da tre. Troppo poco e troppo tardi, impensabile per Self vincere a Lexington con il suo miglior marcatore assente del tutto ingiustificato.

Buona la difesa su di lui di Tyler Herro, che in attacco ha avuto invece una giornata difficile con soli 6 punti, ma se Kentucky ha molte altre alternative offensive al suo miglior tiratore, Kansas non va da nessuna parte senza il contributo del suo senior leader.

Freshman vs freshman parte I

N.7 e n.8 della ESPN recruiting class 2018, Keldon Johnson e Quentin Grimes erano tra i freshman più attesi della stagione e si sono ritrovati per la prima volta contro. Teoricamente più tiratore Grimes e più penetratore Johnson, in realtà sono state proprio le tre triple nel secondo tempo dell’ala piccola di Calipari a dare tutta un’altra dimensione alla partita. Perché i Wildcats sono arrivati all’intervallo con 0/8 dall’arco (e sotto di 3) e sono quindi riusciti poi a rendere pericoloso anche da fuori il loro attacco. Doppia doppia anche per Johnson con 15+10, mentre Grimes ha inciso molto meno sulla partita, anche se è stato l’unico a dare una mano a Lawson in attacco.

 

Freshman vs freshman parte II

Se Grimes non ha perso malamente il suo confronto, lo stesso non si può dire per Devin Dotson che ha mostrato maturità e capacità di gestire la squadra ben diversa rispetto ad Ashton Hagans. Giocatore assolutamente particolare, il play di Kentucky sta diventando un difensore assurdo sul pallone oltre che un gran creatore di gioco: quasi 4 di media i suoi recuperi nelle ultime 9 partite, 8 gli assist dati via contro i Jayhawks, dando sempre la sensazione di avere il controllo della partita. E sa anche segnare così.

 

Dotson invece sembra sempre perdere il controllo anche del suo corpo e forse Self dovrà tornare a dare qualche minuto a Charlie Moore, ormai disperso in fondo alla panchina.

Una sale, l’altra scende

Non c’è dubbio che il big match di Lexington abbia proprio messo di fronte una squadra in crescita e una in caduta, una che sta risolvendo i suoi problemi e una che invece non sa che fare per venirne a capo. Kansas è diventata corta, troppo corta, e piccola, troppo piccola, mentre Kentucky ha trovato un suo equilibrio e soprattutto in Ashton Hagans un suo leader silenzioso, che tira e segna poco ma distribuisce palloni a tutti e difende per 3.

Da Reid a Johnson, da Herro a Washington, le alternative in attacco non mancano e Calipari può davvero essere soddisfatto per la crescita di una squadra che avrà anche meno talento delle scorse edizioni dei Wildcats, ma a gennaio ha trovato una sua identità chiara. E non era per nulla scontato.