Il Midwest sa essere insidioso. Ce l’ha ben raccontato Luca Virgilio durante una delle nostre interviste e ce lo conferma anche Riccardo Greppi che da due anni gioca a Wisconsin. Inverno a -30° e l’unico modo per scaldarsi è il calore della student section dentro il Kohl Center, che ospita le partite di una Wisconsin, sempre ostica in Big Ten. Lo spazio nelle rotazioni di coach Greg Gard è poco per il lungo lombardo, più focalizzato sul percorso di crescita personale attraverso lo Scout Team dei Badgers.
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Abbiamo intervistato Riccardo per parlare di questo anno e mezzo in America e per trarre un primo bilancio della sua esperienza.
Dalla Lombardia a Madison, quanto è stato grande il salto?
Salto enorme, soprattutto a livello di clima. L’altro giorno c’erano meno 30 gradi. A volte è proprio infattibile anche uscire di casa. É stato un grande salto sia a livello di pallacanestro ma anche a livello personale. A livello sociale, con le persone, è proprio un altro mondo. Non lo definirei in positivo ma neanche in negativo, ma sono solo persone differenti. Ho amici anche fuori dal basket, compagni di classe, gente con cui uscire. Poi Madison è una delle migliori college towns d’America, è un bel posto per vivere. C’è tanto calore.
Raccontaci un po’ come nasce la tua passione per la pallacanestro e quando hai iniziato a giocare.
Stavo provando diversi sport come il nuoto, ma alla fine ero alto e ho provato il basket. Dove ho iniziato non la posso neanche definire squadra, eravamo in cinque e facevamo qualche partitella. Poi mi sono spostato a Rovagnate, in provincia di Lecco, dove è cresciuto anche Antonelli Riva. Ho iniziato a giocare lì. Dal 2010 al 2015, più o meno, ho iniziato a giocare per fare qualche sport e poi mi sono innamorato. Nel 2016 sono andato a fare un camp estivo a Cantù e loro si sono interessati.
Come è stato il passaggio a Cantù?
É stato il passaggio fondamentale della mia carriera. Un piazza importante del basket italiano e ho vissuto lì per 4/5 anni in foresteria, sono cresciuti sia livello personale che come giocatore. Una bellissima esperienza che mi ha dato visibilità, mi ha permesso di arrivare in America, di giocare l’Eurolega Next Gen, la Next Gen di Lega basket, arrivare in nazionale.
A proposito di nazionale, nel 2024 la spedizione per gli Under 20 era formata da giocatori che poi sono finiti tutti in America. Innocenti, Van Der Knaap, Pozzato. Già si parlava di NCAA?
Si, quasi tutti abbiamo deciso di andare in America ma non penso che durante quell’esperienza ne parlavamo. Già dal 2020 pensavo di trasferirmi in America, tanto che nel 2021 avevo pensato di finire le superiori in America. Volevo andarci presto, poi credo sia saltata per il Covid. Alla fine è stato meglio finire le superiori qui e poi una volta finite, ho pensato a questa soluzione.
Arriviamo all’NCAA: l’hai sempre seguita oppure è stata un’idea nata nel momento in cui sono arrivate le offerte.
Non seguivo tanto il basket NCAA, ho iniziato a vederla nel 2021 con la finale tra Baylor e Gonzaga ma l’idea di andare in America è arrivata per coniugare studio e sport. Mi affascinava l’idea di andare in un nuovo stato, cambiare tutto e trovare nuove esperienze, amicizie e opportunità. Mi ha sempre incuriosito come cosa e volevo farla. Sto studiando Interior Architecture perché sono sempre stato appassionato di arte e design. In America c’ero già andato con i miei genitori, sono stato molto fortunato e sapevo cosa aspettarmi.

Avevi accettato l’offerta di Temple e poi hai deciso di andare in un’università della Big Ten come Wisconsin: raccontaci la prima parte del tuo recruiting e la decisione di andare a Temple.
C’erano un po’ di squadre interessate ma ho scelto Temple all’inizio perché era il nome un po’ più eclatante rispetto a una low major o mid major sulle mie tracce. Anche con il mio procuratore abbiamo pensato che Temple fosse un ottimo ambiente dove crescere e non sarebbe stato male. Poi quando arriva un nome come Wisconsin diventa difficile, sono stati giorni molto accesi. Con i miei genitori, con quelli che mi erano vicini, abbiamo pensato molto a cosa fare. Wisconsin alla fine è stata la scelta migliore, soprattutto per adattarsi e migliorare.
Cosa hai pensato quando è arrivata Wisconsin? A Temple potevi giocare di più.
Ho scelto Wisconsin perché era la Big Ten, il livello che si vede in allenamento è qualcosa che non si vede, credo, neanche ai livelli più alti della pallacanestro italiana, mi ha migliorato tantissimo. Ho visto un futuro migliore per me in questa Wisconsin, piuttosto che in una mid major del genere.
Com’è stato l’impatto con il gioco americano? Su cosa hai lavorato la scorsa stagione e in questa.
Mi sono adattato abbastanza bene fin da subito. Gli allenamenti sono duri, ma anche parlando con i miei compagni senior che hanno visto programmi di altre conference e abituati ad altri livelli, credo che il carico di lavoro è gestibile. Rispetto all’Europa, le richieste sono differente a livello di fisico ma anche quello che ti dicono i coach. Ho capito che devo lavorare sul tiro, il futuro per il lunghi è quello di aprire il campo, noi a Wisconsin giochiamo con due lunghi che entrambi possono aprire il campo. É una cosa su cui sto lavorando, è quello che tutte le squadre richiedono e un po’ mi penalizza..
Qual’è il tuo ruolo all’interno del team?
Faccio parte dello scout team, prosiamo a fare di tutto per prepara i nostri compagni al meglio per le partite. Dobbiamo essere pronti ad essere qualunque tipo di giocatore. Nell’allenamento di oggi sono finito per essere Tilly di Ohio State (l’intervista è stata fatta qualche giorno prima della partita vinta poi dai Badgers ndr.). Mi permette di studiare gli avversari e impersonarli. É un modo molto utile per migliorare perché devi impersonare anche giocatori diversi. É divertente perché puoi fare anche cose che solitamente non fai o prendere tiri che solitamente non fai. Ad esempio ho impersonificato Martineli (Nick, uno dei migliori scorer della Division I di Northwestern ndr) che forza molto. Puoi provare delle cose e anche metterti in mostra, oltre ad essere un’opportunità per migliorare. Contro USC abbiamo perso, ma so di aver fatto un ottimo lavoro nell’impersonificare il loro 5, Ausar. contro Michigan invece è andata meglio. Là ho provato ad essere sia Morez Johnson che Aday Mara.
Ecco arriviamo a quella vittoria contro una delle squadre più forti della nazione. Raccontaci un po’ sia la preparazione alla partita ma anche come hai vissuto il match, specialmente nel secondo tempo quando tutto sembrava entrare dentro il canestro.
Credo che nello scout team abbiamo fatto un ottimo lavoro nel preparare la partita per il quintetto. Michigan gioca molto veloce, credo che sia la No.1 in NCAA per possessi giocati. Tirano nei primi 15 secondi dell’azione, spesso Aday Mara prende il rimbalzo e apre il gioco subito per Burnett. Ci siamo concentrati nel fermarli e non doverli rincorrere perché questo ci avrebbe fatto perdere la partita. Poi quando nel secondo tempo tiri 17 triple e ne segni quasi tutte, è difficile perdere ed è qualcosa di incredibile. In trasferta poi, con i tifosi che ti dicono qualsiasi cosa, sotto di 14. É stato bellissimo.
Come sta andando questa Wisconsin?
Devo dire che siamo molto sottovalutati: abbiamo vinto contro la No.2 della nazione, siamo 6-3 in Big Ten (ora sono 8-3 ndr, 6°). Ci sono degli alti e bassi come in tutte le squadre, ma i momenti bui ci hanno uniti. Riusciamo a tirare fuori qualcosa in più nei momenti difficili perché siamo un bel gruppo anche fuori dal campo, siamo amici, usciamo. Ci aiuta tantissimo questo.

Che tipo è coach Greg Gard?
Un tipo tosto che però sa come relazionarsi con gli adolescenti, quando scherzare, quando essere nel nostro gruppo e martedì noi.
John Tonje, John Blackwell, Nick Boyd. Max Klesmit: n’è passato di talento a Madison negli ultimi due anni. Chi ti ha colpito di più.
A livello di professionalità, Tonje era già un pro e credo che anche Nick Boyd sia molto simile a lui in questo. Sono dediti alla pallacanestro, pensano praticamente solo a questo. Blackwell invece è uno che si diverte di più, molto simpatico ma quando è in palestra è super concentrato. Ha un solo obiettivo.
Invece, di giocatori che avete affrontato chi ti ha impressionato.
Ne parlavamo nello spogliatoio l’altro giorno, AJ Dybantsa è proprio di un altro livello. Per me è la No.1 scelta al Draft. Lo scorso anno mi ricordo Derik Queen, ero lui nello scout team, molto complicato farlo e gran giocatore.
Tra schedule, scuola, partite, quanto riuscite a seguire il campionato di college basket?
L’altro giorno nello spogliatoio stavamo vedendo Purdue-Illinois, con Wagler che ne ha fatti 46. Eravamo insieme a guardarla, ma nello spogliatoio commentiamo un po’ tutto quello che capita, soprattutto gli upset. Ad esempio, abbiamo tanti giocatori del Minnesota e abbiamo seguito Minnesota-Nebraska.
Visti che studi architettura, qualche palazzetto che ti ha impressionato.
Il nostro di Madison (il Kohl Center ndr) conta 17 mila posti ed è una situazione che in Italia non si vede da nessuna parte. Facciamo sempre sold out. Proprio per questo credo che non sia una questione di capienza, ma di calore della fan base.I palazzetti più piccoli sono quelli più accesi, come Maryland o Nebraska. Contro i Cornhuskers, non si sentiva niente, neanche il compagno che ti stava a fianco. Anche Purdue, dove abbiamo vinto lo scorso anno. Adesso dobbiamo andare ad Indiana che ha un palazzetto storico.

Lo scorso anno siete arrivati fino alla finale della Big Ten, persa poi contro Michigan. Raccontaci quel percorso.
Arrivavamo da un periodo non proprio bellissimo. Le ultime partite contro Oregon e Penn State le avevamo perse e il giorno dopo la sconfitta contro Penn State siamo arrivati in palestra, abbiamo acceso un falò fuori e abbiamo buttato tutti gli scouting reports come per lasciarci alle spalle queste due partite. Abbiamo vinto grandi partite poi. Battuto UCLA con cui avevamo perso in regular season, stessa cosa con Michigan State, contro Michigan eravamo sopra di 10 a 4 minuti dalla fine. Poi abbiamo staccato la testa. É una cosa che ci succede, anche l’altro giorno contro USC. A volte pensiamo di aver già vinto. Però l’esperienza di arrivare in finale di Big Ten è stata bellissima, io ero infortunato ma ho chiesto di partecipare. Poi ci ha dato slancio pre la March Madness.
Quanto è complicato lavorare su fattori psicologici, come questo che ci raccontavi?
Coach Gard dive dice sempre di giocare come se stessimo sotto di venti. Dare sempre il 100% e puntare in alto. Non è facile, le sconfitte dello scorso anno, ma anche quest’anno, sono riconducibili ad aspetti mentali. Non è poco talento. Quest’anno abbiamo perso con Purdue, che è fortissima, ma credo che batterla era fattibile. Non siamo riusciti a reagire. É il problema più grande che abbiamo al momento, ma credo lo sia per qualunque squadra. Non è la capacità o gli schemi, tutti hanno talento a questo livello. ma è la voglia di vincere. Devi dare il massimo quando le cose non vanno bene, quando sono scomode.
Arriviamo alla March Madness? Due partite, di cui una tra le più belle del torneo contro BYU. Che sensazione ti dà viverla da così vicino?
É una lotta continua. Tutti quanti sognano di arrivarci, ma poi chi vuole veramente vincere se lo deve andare a prendere. La prima partita contro Montata è stata abbastanza facile, poi la BYU di Saunders e Egon Demin, gran partita. Al momento siamo nella giusta traiettoria per tornarci.
Ambizioni per quest’anno: dove può arrivare questa Wisconsin.
Per me l’obiettivo di quest’anno non è vincere a March Madness, preferisco scegliere cose più concrete e concentrarmi più sul percorso che ti porta a dei risultati. Quindi, risolvere il problema mentale che abbiamo come squadra, essere più uniti, andare oltre le difficoltà, essere la migliore versione di noi. Però abbiamo dimostrato di essere una delle squadre migliori dell’NCAA. Dobbiamo riuscire ad essere continui.
Invece per te? Alla fine della tua avventura cosa vorresti ottenere?
Il mio obiettivo personale è continuare ad aiutare la squadra, avendo magari dei minuti in campo per dimostrare a tutti quello di cui sono capace. Non facile, Wisconsin e la Big Ten sono toste, però continuerò a dare il meglio perché è quello che amo ed è quello che voglio fare nel mio futuro. É il minimo dare il 100% e pensare di portare la squadra più inalzo.


