Quote by Rimonte e cavalli pazzi, De Nicolao racconta UTSA

«In spogliatoio ovviamente tutti sono impazziti. È stato bellissimo. Di solito non c’è molto casino alle nostre partite, non c’è troppo pubblico. Non abbiamo un grosso vantaggio in casa. Invece stavolta c’era un sacco di gente, erano tutti in piedi che gridavano come matti. Pazzesco». Giovanni De Nicolao racconta così la vittoria di UTSA contro Old Dominion, una rimonta da -17 negli ultimi 3’44” che ha fatto il giro dei media americani nei giorni scorsi. Perché di rimonte improbabili nel college basket se ne vedono ma una così folle è talmente eccezionale da attirare l’attenzione di tutti. Ci vogliono davvero gran dosi di bravura e testardaggine. Poi, certo, anche il clima aiuta: «Secondo me alla fine gli arbitri hanno avuto paura di fischiare su quei tre tiri che han fatto. Meglio per noi, eh», dice Gio, ridendo.

 

Se poi si considera l’importanza di un successo come quello nell’economia di questa stagione, tutto diventa ancora più elettrizzante. Mentre scriviamo, Old Dominion è prima nella C-USA (record 7-3), seguita da un quartetto di squadre a quota 6 vittorie e 3 sconfitte, fra cui proprio i Roadrunners. Mantenere un posto nella parte alta della conference è più che mai complicato quest’anno e più si va avanti, più i passi falsi non vengono perdonati. Le sconfitte in trasferta con Middle Tennessee e UAB lo hanno dimostrato: «[Perdere quelle due partite] ci ha fatto lavorare di più. Certo, sarebbe stato meglio vincerle ma ha fatto abbastanza bene alla squadra, ci ha fatto capire quanto sia importante vincere in trasferta. È difficile ma se vuoi arrivare in alto devi vincere quelle partite».

L’impresa con ODU ha portato in primis la firma di Jhivvan Jackson (che già aveva infilato un canestro pazzesco per vincerla contro North Texas) e di Keaton Wallace (autore del canestro del sorpasso), coi loro 50 punti sui 74 segnati dalla squadra. I due formano la terza coppia più prolifica dell’intera Division I, dietro al tandem Zion-RJ a Duke e a quello di South Dakota State formato da Mike Daum e David Jenkins.

 

Due profili tecnici diversissimi e due caratteri per molti versi opposti ma assolutamente complementari: entrambi sophomore, rappresentano davvero il colpo grosso compiuto da coach Steve Henson in sede di recruiting. «Wallace è davvero un buon tiratore, lavora un sacco in palestra, ha messo su circa 8 chili di muscoli durante l’estate, ora riesce a tenere di più i contatti, – ci racconta Gio – Prima era più che altro un tiratore, adesso invece riesce a penetrare un po’ di più. Lui è un giocatore che potrà fare carriera».

Se Wallace punta tutto su QI e lavoro duro, Jackson invece è un funambolo che ama infilare canestri impossibili e che ci era stato descritto come tipo imprevedibile proprio da DeNik in una chiacchierata di diversi mesi fa. A distanza di settimane, quando gli abbiamo chiesto se fosse cambiato un po’, ci ha risposto in maniera breve ma inequivocabile: «Quando viene la mamma in città, è tranquillo. Altrimenti rimane un cavallo pazzo».

Attorno a loro, poi, c’è bisogno di chi si occupi di altro oltre al segnare. Questa è un po’ la prerogativa di Giovanni, uno che non ha mai messo piede fuori dallo starting five da quando è a San Antonio. Quando si tratta di dettare i ritmi in attacco e di piegare le ginocchia in difesa, non c’è nulla che sia mutato: il suo contributo è sempre presente e, non a caso, è primo nella squadra sia per assist (3.5) che per palloni rubati (1.7).

Se invece parliamo di fase realizzativa, il discorso è diverso. Gio non è un tiratore nato ma ci ha lavorato su. I frutti di questo lavoro si erano visti nella scorsa stagione ma, in quella in corso, le percentuali dal campo sono calate nuovamente, in maniera netta (da 40.4% a 33.1%). Difficile spiegare il perché: non forza quasi mai nulla, le conclusioni che prende sono sempre quelle, eppure la palla non entra. Per i tipi di equilibri in seno ai Roadrunners, la cosa ha impatto fino a un certo punto. De Nicolao resta tranquillo, davvero non batte ciglio quando tocchiamo l’argomento: «A me non cambia molto, non sento troppa differenza in realtà. Ho imparato che se c’è un tiro da prendere, quello che è il migliore per la squadra, lo prendo. Altrimenti muovo di più la palla».

 

Cambiando reparto, a UTSA c’è anche Nick Allen che sta dando una grande mano quest’anno ed è l’unico in doppia cifra di media oltre a Jackson e Wallace (10 punti a partita): «Lui è quello che è migliorato di più da quando sono qui. Prima faceva fatica, era sempre molto indeciso. Quest’anno sta facendo davvero bene, ha imparato a non rinunciare ai tiri che deve prendere, sta facendo una gran difesa sui lunghi avversari».

Per creare affiatamento, male non fa avere una presenza positiva anche fuori dal campo: Toby Van Ry è senza ombra di dubbio il soggettone della squadra, infatti basta nominarlo perché Gio inizi subito a ridere: «Lui è un personaggio unico. All’inizio giocava un po’, poi si è infortunato e non si è mai davvero ripreso. Però adesso ha capito qual è il suo ruolo. È uno dei più anziani ma sa che non giocherà tanto, quindi cerca di fare spogliatoio, di rassicurare i compagni. Oltre a quello, fa ridere da morire». In panchina, anche in combutta con Rodriguez, ha tutta una serie di hand shake e gesti personalizzati da sfoggiare quando si festeggia il canestro di un loro compagno: per De Nicolao c’è l’italianissimo gesto del “ma che fai?” che ben si sposa al coro che da un po’ di tempo accompagna le giocate del padovano (“mam-ma-mi-a!”).

Toby Van Ry in due foto: a sinistra, festeggia un canestro di un compagno. A destra, si presenta ai giornalisti nel post partita con maglia e fascetta rubate a Jhivvan Jackson. (foto: UTSA / JJ Perez)

Insomma, a UTSA c’è davvero di tutto fra cavalli pazzi, mattacchioni, ragionatori e gente che sgobba: mescolate il tutto e avrete una squadra che può davvero vincere con chiunque in partita secca. La March Madness è l’aspirazione ovvia e legittima dei Roadrunners: spostando lo sguardo dall’oggi al domani, invece, quali sono le intenzioni di De Nicolao? «Quando parlo con coach Henson e il fatto di tornare in Italia l’anno prossimo, mi dice sempre ‘noi vogliamo che tu resti qui, sarebbe meglio per noi però se la cosa migliore per te è tornare in Italia, ti aiuteremo in ogni modo’. Alla fine quello che valuterò di più è vedere se c’è un progetto valido in Italia, se trovo delle persone di cui mi fido e che credono in me. Non voglio abbandonare qualcosa di concreto che ho qui per qualcos’altro che non rappresenta il meglio per me». Difficile dargli torto, vista tutta la strada fatta fin qui e l’affetto che lo circonda a San Antonio.