Quote by Santolamazza, da Mason Rocca a Fairfield

Allora, ci sono un americano, un tunisino e un serbo… e no, non è l’inizio di una barzelletta perché, oltre a loro, a Fairfield University ci sono anche un canadese, un lituano, uno svedese, un portoricano e due giocatori provenienti da Congo ed Egitto più uno del Kuwait (che però non ha mai visto il campo). Gli Stags sono la squadra con il maggior numero di giocatori non americani a roster. Ah, c’è anche un italiano, solo che non è un giocatore, è il preparatore atletico della squadra e si chiama Fabrizio Santolamazza. E la storia su come è arrivato a Fairfield, università del Connecticut che compete nella Maac (Metro Atlantic Athletic Conference), parte da lontano.

Fabrizio Santolamazza

“Devo tutto a un viaggio fatto da Roma a Bologna con Carlo Colella, allenatore del San Paolo Ostiense, che voleva giocare la Princeton offense. A Bologna dovevamo incontrare in un bar Mason Rocca, che aveva frequentato proprio Princeton University, per farci aiutare. Ci mettemmo 8, forse 10 ore, era successo di tutto per strada”. Peripezie a parte, l’incontro ci fu e Rocca poi tenne un clinic per il San Paolo Ostiense e segnalò Santolamazza a Tom Parrotta, assistente allenatore di Fairfleid, squadra che nell’estate 2016 doveva venire in viaggio in Italia (rimandato all’estate successiva).

“Ci eravamo sentiti per l’organizzazione e, quando il tour saltò, decisi di buttarmi e gli chiesi se non esistevano possibilità a Fairfield”. E da lì è partito tutto. Sentito il capo dei preparatori atletici dell’università, Santolamazza ha fatto un anno di tirocinio, alla fine del quale gli hanno chiesto di restare. E ora è uno Stags.

Fai lo stesso lavoro di Andrea Comini, che abbiamo intervistato qualche settimana fa
Sì, e infatti lui ha rappresentato l’input finale che mi ha dato la spinta. Prima di partire, ci siamo sentiti e mi ha dato consigli. E ancora oggi ci teniamo spesso in contatto.

Anche se non siete nella stessa area
Per niente, anzi (ride), io lo prendo in giro perché, anche se si trova bene, Northern Iowa è nel mezzo del nulla. Noi qui siamo a un’ora da New York, siamo vicini a Boston. Nella zona di Comini l’unica attrazione interessante è che c’è la padella più grande del mondo (qui rido anche io). La nostra è una zona benestante, il capo preparatore (Nick Kolb) vive a Long Island, ha la barchetta.

Veniamo a Fairfield, oggi qual è il tuo ruolo ufficiale?
Sono assistente del capo preparatore che supervisiona tutte le squadre, ma sono stato chiaro fin dal primo giorno: a me interessava seguire la squadra di basket. E principalmente sono dedicato a quella. In America sono molto avanti sulla preparazione della forza, attraverso ad esempio gli esercizi di sollevamento, ma in Europa abbiamo approcci più specifici per ogni sport.

Come Comini, anche tu vuoi partecipare agli allenamenti?
Esatto. Mi ha aiutato il fatto che coach Sydney Johnson abbia giocato molti anni in italia (Gorizia, Reggio Calabria, Milano, Siena, Avellino) ed era più abituato a questo approccio. Era molto contento che io viaggiassi con la squadra e seguissi le partite e le trasferte.

Sydney Johnson

Il tirocinio su cosa verteva?
Ho pubblicato un articolo scientifico insieme a un collega che lavora a Kaunas, in Lituania, riguardante il monitoraggio del carico di allenamento nel corso della stagione tra chi gioca e chi no, divisi per ruoli. Ha fornito molti spunti e indicazioni (clicca qui per saperne di più).

Qual è stato il momento più bello da quando sei negli States?
Quest’anno quando abbiamo giocato contro Purdue. C’erano 15.000 persone sugli spalti. Io ero lì in mezzo al campo, mi sono guardato intorno e mi son detto: “Ne è valsa la pena”. Poi son stato contento per Moretti quando Texas Tech ha eliminato Purdue, che però giocava senza Isaac Haas.

Tu hai visto Haas giocare dal vivo. Com’è?
Impressionante, il nostro centro è grosso (il congolese Jonathan Kasibabu, ndr), ma accanto a lui sembrava il figlio. Un altro momento molto bello è stata la partita dell’anno scorso contro NC State, un palazzetto bellissimo.

Si sente molto la differenza con le power conference?
La Division I comprende 351 squadre ma, tra le prime 50 e quelle dal 300 posto in giù, cambia il livello. Noi l’anno scorso giocammo contro Umbc, una delle squadre-sorpresa della recente March Madness, e mi ricordo che paragonai la loro palestra alle nostre strutture e pensai: “Questi sono più poveri”. Poi però sai che se ti alleni bene, puoi sempre competere.

Che stagione è stata quella di Fairfield?
Entusiasmante, soprattutto se ripenso a dove eravamo all’inizio di quest’anno. Il viaggio in Italia alla fine l’abbiamo fatto nel 2017, la squadra era composta da 9 giocatori internazionali e 7 freshmen. La prima partita amichevole l’abbiamo giocata contro una serie B lituana e abbiamo perso di 30 punti. Il coaching staff è stato davvero bravo, alla fine siamo stati a una gara dal giocare il Torneo Ncaa.

Già, la finale del Torneo della Maac persa contro Iona. Rimpianti?
No, Iona è più abituata a quel genere di partite. Ha vinto per 10 volte la conference. Noi non andiamo al Torneo dal ’96 e la squadra più forte della storia era allenata da Mitch Buonaguro a metà degli anni ’80.

Mitch Buonaguro

Buonaguro che fa parte dello staff
Lui è un mito. È stato assistente di Rollie Massimino nella Villanova che vinse il titolo nel ’99. Da qualche anno è tornato con noi. Coach Johnson ha creato uno staff composto da allenatori che sarebbero head coach in altri college. Lo stesso Parrotta è stato capoallenatore.

Qual è stata la vittoria più bella?
L’anno scorso ne abbiamo vinte tante all’ultimo secondo, sempre grazie a canestri di Tyler Nelson, ma direi il quarto di finale del Torneo della Maac contro Niagara. Avevano il seed n. 3, si sentivano più forti di noi e schieravano il giocatore che ha vinto il player of the year (inspiegabilmente, aggiungiamo noi, peraltro ignorando proprio Nelson) cioè Kahlil Dukes. Questo ha dato la spinta a Nelson che ha giocato in missione (ha chiuso con 27 punti, 4/9, 4/7, 7/7, 10 rimbalzi e 7 assist).

Noi abbiamo pubblicato il video dell’abbraccio con coach Johnson per la sua ultima gara
Lui è stato davvero importante per Fairfield, ha scritto la storia dell’università e sono convinto potrebbe avere un buon futuro in Europa.

 

Ci racconti qualcosa di divertente che è ti successo in stagione?
Ho portato un po’ della scaramanzia italiana in università. Alla fine di un allenamento, al momento del defaticamento, ho fatto togliere le scarpe a tutti i ragazzi e gli ho fatto fare un giro di campo tutti attaccati compatti. La partita dopo abbiamo vinto, così l’abbiamo rifatto. E sono arrivate 4 vittorie consecutive a fine stagione. Iniziato il Torneo della Maac, erano i giocatori che mi dicevano “ehi dobbiamo fare la camminata”. Una volta coach Johnson mi ha avvicinato e mi ha chiesto “ma scusa, ma quell’esercizio lì, scaramanzia a parte a cosa serve?”. Ho riso, “a niente coach, non ha alcuna funzione”.

Qual è il giocatore più forte che hai visto giocare?
Dennis Smith Jr di NC State e poi Carsen Edwards di Purdue. Anche se in realtà di Purdue mi ha colpito anche un altro giocatore: Dakota Mathias, una macchina al tiro e un difensore sottovalutato.

Davis era quel tipo di giocatore?
Avendo visto quei contesti penso che Tyler potesse starci perfettamente.

 

Adesso lui ha finito il ciclo, che Fairfield sarà?
Sono ancora in fase di reclutamento. Nelson sarà impossibile da sostituire, è stato il miglior giocatore della storia dell’università. Peraltro dobbiamo sostituire lui e Ferron Flavors, che ha chiesto il trasferimento, ci verranno a mancare 34 punti di media a partita, ma è anche vero che cresceranno gli altri. Mi sono reso conto che a parte quelli davvero forti, che sono fenomeni da subito, la differenza la fa il lavoro e tra l’anno da freshmen e quello da senior c’è un abisso.

E pensare che tutto è iniziato con un viaggio per imparare la Princeton offense
Ah, ma vuoi sapere?! L’anno scorso sono andato sempre con Carlo Colella in missione a Princeton per conoscere Pete Carril (lo storico coach che ha fatto grande il college della Ivy League). Ci ha preso in simpatia, abbiamo passato qualche giorno insieme, alla sera ci riaccompagnava a casa in auto. Eccezionale.

Pete Carril con Carlo Colella e Fabrizio Santolamazza