Quote by Tony Bennett e i cinque pilastri di Virginia

Fino a poco tempo fa non se ne parlava abbastanza, mentre oggi non se ne può fare a meno: la vittoria contro North Carolina ha proiettato Virginia ai piani più alti della AP Poll (#3), palesando quanto la squadra abbia parecchio da dire in questa annata. Una nuova stagione e la squadra è ancora una volta al top. Il bilancio parla chiaro: 15 vittorie, una sola sconfitta (con West Virginia, altra formazione in grande spolvero) e primo posto nella ACC dopo quattro match.

Ai nastri di partenza, non era chiaro che cosa ci si potesse aspettare dai Cavaliers: via London Perrantes, Marial Shayok e Darius Thompson, il roster di quest’anno non è dei più esperti, il che ha portato la maggior parte degli osservatori a ipotizzare un passo indietro rispetto a quanto visto negli ultimi anni. Invece in casa Wahoos si continua a vincere, spesso e volentieri con autorità disarmante.

Le ragioni di quest’affermazione sono diverse ma tutte riconducibili a un denominatore comune: coach Tony Bennett, da nove stagioni alla guida di UVA. Quarantotto anni, figlio d’arte (il padre Dick ha allenato in D-I per vent’anni), un breve passato da giocatore NBA, una passione smodata per i film di Rocky e l’hip-hop anni ’90, un fascino alla George Clooney più casuale che ricercato, cui fa da controcanto un carattere affabile e umile, non da divo. Bennett è uno che preferisce badare alla sostanza ed è il suo particolare modo di approcciare le cose – non solo lo sport – che l’ha portato infine a ottenere ottimi risultati prima con Washington State e poi con Virginia (quest’ultima sempre fra le prime 5 nella ACC durante le ultime 6 stagioni, con due regular season vinte), oltre ad aver ricevuto l’Henry Iba Award come coach dell’anno nel 2007 e nel 2015, uno dei pochissimi a riuscirci per due volte, al pari di gente come Roy Williams e Bobby Knight.

Il merito che gli viene riconosciuto più spesso riguarda l’efficacia del sistema difensivo da lui modellato e replicato perfettamente di stagione in stagione a dispetto del naturale ricambio degli interpreti. A monte d’un grande lavoro tecnico, però, c’è sempre anche necessariamente una cultura forte. Le palestre, gli spogliatoi e i campi da gioco d’America sono tappezzati di parole e frasi motivazionali: ma tra essere motti buoni solo per stampare magliette o incarnare una vera filosofia ce ne passa.

Humility. Passion. Unity. Servanthood. Thankfulness. Questi, a Virginia, non sono solo slogan ma l’insieme dei pilastri sui quali Bennett ha voluto fondare un certo modo di fare pallacanestro, di vivere in gruppo, di essere persone.

“Something beautiful and triumphant”

Quella in cui ha sede l’Università della Virginia è una cittadina graziosa, piena di verde e che si compiace del suo status di gioiellino colto nel cuore dello stato. L’immagine da Bengodi liberal sembra trovare sponda nella frequenza con la quale viene annoverata da qualche rivista fra i posti più felici degli USA. Lì si è formata la Dave Matthews Band, gruppo di successo, tecnicamente inoppugnabile e gradevole ma, andando a stringere, un po’ troppo innocuo e inconsistente per risultare davvero sincero: un buon emblema della mezza verità dipinta fin qui.

Charlottesville, ormai, non può evocare soltanto cose buone sin da quando, lo scorso 12 agosto, fu teatro d’un raduno neonazista che provocò diciannove feriti e una vittima, mettendo in evidenza una realtà più complessa e composita di quanto non potesse sembrare. La comunità locale è, sì, tendenzialmente di vedute ampie, ma non scevra di un’ombra lunga gettata sul suo presente: quella d’un passato in cui, lì come altrove in Virginia, il processo di desegregazione razziale venne accolto con molte resistenze da parte dalle istituzioni.

Coi suoi edifici e monumenti di jeffersoniana memoria e le sue belle camminate in centro, Charlottesville potrà anche sembrare un piccolo Eden, ma non lo è. Non lo è nella misura in cui non esistono paradisi in Terra. Esistono però gli uomini di buona volontà. E i riferimenti biblici, qui, non sono casuali.

 

«Mi rendo conto che non esistano posti perfetti, che ovunque ci siano problemi, ma ho cresciuto la mia famiglia e vissuto qui negli ultimi otto anni, e mi sono affezionato così tanto. So che molti altri credono in questa comunità e in ciò che rappresenta. A nome del mio staff e della squadra: crediamo nella diversità e nell’unità, nella misura più ampia possibile. Sappiamo che quando queste due cose si incontrano, ne scaturisce qualcosa di bello e di grandioso». Questo è il cuore delle dichiarazioni pronunciate da Bennett poco dopo i fatti di Charlottesville: parole chiare e affatto banali in giorni di “colpe su più fronti”, che sono un buon esempio del credo portato dal coach all’interno di Virginia.

Bennett è un uomo profondamente credente e i principi da lui introdotti nel programma sono mutuati da quelli adottati dal padre, il quale aveva trovato ispirazione nella Bibbia. Nessun dogma o liturgia stucchevole: solo una bussola morale che possa parlare a tutti e attraverso tutti. La sua è una religiosità ecumenica, pragmatica, se volete: «Ho reclutato ragazzi musulmani, mormoni, ebraici e non credenti. Non importa. A me importa avere gente che possa inserirsi nel programma e che voglia essere parte di qualcosa».

Questa bussola è costituita dalle cinque parole-chiave citate in precedenza e che per Bennett formano i pilastri sui quali si poggia tutto: l’umiltà, intesa non solo come riconoscimento dei propri limiti, ma soprattutto come consapevolezza di ciò che si è; la passione di chi è affamato e vuole arrivare in alto; l’unità indissolubilmente legata alle dinamiche d’uno sport di squadra; la volontà di mettersi al servizio degli altri, con consapevolezza del proprio ruolo e disponibilità all’ascolto; la gratitudine per ciò che si conquista, tenendo a mente di come le avversità siano sempre dietro l’angolo.

Bennett è sempre molto chiaro su un punto: il lato tecnico non è tutto e vuole reclutare gente di carattere, disposta a lavorare duro e che abbia qualcosa da dimostrare. Non c’è separazione fra ciò che si è dentro e fuori dal campo: i due aspetti devono essere uno lo specchio dell’altro. Devono comunicare. È per questo motivo che il suo modus operandi nel reclutamento si distingue molto da quello di altri coach, come ci ha raccontato anche Francesco Badocchi nell’intervista che abbiamo pubblicato : «Mi ha colpito molto il fatto che durante tutti i colloqui che ho tenuto con loro, si sono interessati molto di più a me come persona che come giocatore. Abbiamo parlato davvero poco di basket e molto di me: quali erano le mie ambizioni, la mia storia e come stava il mio ginocchio».

Una difesa d’acciaio

«Amo il college basket perché ci sono così tanti modi per avere successo, sistemi diversi, stili diversi: questa è la bellezza del gioco». Abbracciare la diversità non è mai stato un problema per Tony Bennett che è anzi riuscito a farne il suo punto di forza. Virginia non è Duke, non è North Carolina, non ci sono schiere di 5-star che sognano di giocare alla John Paul Jones Arena. Se questo è lo stato delle cose e vuoi comunque avere successo nella ACC, allora devi lavorare in maniera diversa dagli altri. Tutti quanti gli altri.

Oltre al modo particolare col quale individua il talento (magari nascosto) in fase di recruiting, Bennett pone un grande accento sull’esperienza maturata dai singoli all’interno d’un sistema di gioco molto preciso, unica via per essere all’altezza di roster magari non troppo scafati ma dotati d’un più alto tasso di talento individuale.

Tutto parte della difesa, modellata secondo gli insegnamenti di papà Dick e perfezionata negli anni fino a livelli d’eccellenza. In questa stagione, Virginia ha tenuto gli avversari sotto i 50 punti in 7 delle 16 partite disputate fin qui e il suo AdjDE (punti concessi ogni 100 possessi) è stabilmente fra i più alti della Division I da cinque anni a questa parte.

Year AdjDE Nat. Rank
2014 88.3 4
2015 85.5 2
2016 91.0 7
2017 88.0 2
2018 85.7 1

Il marchio di fabbrica dei Cavaliers è la Pack Line Defense, una variante molto particolare della difesa a uomo, volta in primis a frustrare i tentativi di penetrazione e di gioco interno: il difensore sulla palla deve portare una pressione alta mentre gli altri quattro si dispongono all’interno d’una linea immaginaria che dista a circa 5 metri dal canestro. È uno stile che richiede un alto livello di rodaggio, disciplina e comunicazione, dato che i giocatori devono rispondere alle scelte compiute dall’attacco in maniera automatica, secondo istruzioni particolareggiate e che non lasciano nulla all’improvvisazione.

 

Ritmi bassi, anzi bassissimi… ma non solo

L’attacco di Virginia non è rinomato quanto la sua difesa, il che fa passare sottotraccia quanto questo possa essere discretamente efficiente (al momento, 114.2 di AdjOE, 28/o miglior dato della nazione). I Cavaliers amano ragionare a ritmi bassissimi – ad oggi ultimi in D-I per Adjusted Tempo (60.6 possessi sui 40 minuti) – e, tradizionalmente, fanno un uso esteso di blocchi lontano dalla palla, muovendosi secondo i principi d’un particolare tipo di motion offense, detto Mover-Blocker Offense, in cui l’azione combinata di due bloccanti può innescare una certa varietà di soluzioni da parte degli altri tre giocatori in movimento.

 

Fra una difesa asfissiante e un attacco che tendenzialmente sfrutta più che può i secondi sul cronometro, le partite di Virginia non sono da mezze misure, se parliamo di “godibilità”. Ciò può dipendere da tanti fattori (spesso dalle risposte che gli avversari sono capaci di fornire) ma una cosa è certa: lo spettacolo può essere agghiacciante o esaltante come nessun altro.

Pur continuando ad amare i ritmi bassi, la squadra di quest’anno riserva una piccola sorpresa: quando può partire in transizione, va che è una bellezza. Stando ai dati di Synergy Tech, ciò non accade molto spesso (10.2% delle azioni offensive) ma l’efficienza mostrata in questo ambito è fra le più alte riscontrate attualmente nel college basket (ventesima miglior squadra per punti per possesso). Ne sa qualcosa per esempio Virginia Tech, punita impietosamente a ogni tentativo di press.

 

A proposito di contropiedi, occhio soprattutto a De’Andre Hunter: due metri d’altezza e capacità di esplodere sopra il ferro, questo freshman ha avuto un rendimento in impennata nelle ultime partite ed è spesso in campo aperto che riesce a dare il meglio di sé. (Video da HoosPlace.com)

 

Un sistema per crescere

Sii te stesso in modo tale da vincere“: per Tony, questo è il miglior suggerimento mai ricevuto dal padre, per il quale è stato sia giocatore che vice-coach. Ciò che infatti lo rende un allenatore immensamente rispettato da colleghi e addetti ai lavori è che il suo sistema non solo porta vittorie, ma esalta anche le qualità dei suoi interpreti. Nulla è dato immediatamente, si tratta di un processo molto lungo e può anche capitare che qualcuno più impaziente decida di salutare nel bel mezzo del percorso e trasferirsi altrove. Chi resta, però, tende a ricavarne grandissimi frutti. Pur non potendo attingere alla crème de la crème dei prospetti, Bennett è riuscito a sviluppare al massimo tanti giocatori passati fra le sue mani, portandone sei al Draft in undici anni di carriera: fra questi, Klay Thompson e Malcolm Brogdon, non esattamente due signor nessuno.

Chi sarà il prossimo? Difficilissimo da dire adesso ma, forse, si potrebbe puntare su Kyle Guy. Caso più unico che raro nella storia recente di recruiting a Virginia – #27 nella ESPN 100 dei diplomati nel 2016 – ora come ora Guy sembra più che altro un giocatore da Europa, ma si tratta pur sempre d’un sophomore che sta crescendo in maniera molto evidente. Combo Guard di 1.88 metri che sembra attirare davvero poche simpatie presso i tifosi avversari (colpa del codino? Beh, nel frattempo se l’è tagliato), è attualmente il miglior realizzatore dei Cavaliers (15.4 punti) e, colpendo principalmente da piazzato e in uscita dai blocchi, tira dall’arco con percentuali alte (44.2%) benché il suo range di tiro non sembri ancora potersi allontanare molto dalla linea da tre formato college.

 

Un sistema che fa scuola, un reclutamento fra i più attenti e capacità invidiabili nel coltivare talenti: a Tony Bennett, spintosi al massimo fino alle Elite Eight, manca solo l’acuto più grande sul palcoscenico nazionale per acquisire tutti i crismi del coach leggendario, l’approdo alla Final Four. La sua Virginia, stagione dopo stagione, ha ormai assunto le sembianze di un’Idra: letale e complicatissima da uccidere. L’anno buono è sempre dietro l’angolo.

 

Bibliografia essenziale